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serena.10
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serena.10 10/08/2015 ore 14:48

(nessuno) L'epoca di suole pulite

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serena.10 10/08/2015 ore 14:52

(nessuno) L'epoca di suole pulite

@IOXSONGXLEGGEND :







Il Salento è una terra antica, fatta di gente semplice che ama conservare e tramandare le tradizioni locali che rendono fantastica questa zona. Tuttavia, ci sono delle cose che inevitabilmente tendono a scomparire, anche se non del tutto.

Se molte tradizioni si sono conservate quasi intatte con il passare dei secoli come la raccolta delle olive, la pesca e le varie rappresentazioni religiose, altre si sono sbiadite con il passare del tempo.

Fino a non moltissimo tempo fa ad esempio, c’era un mestiere che veniva considerato quasi una vera e propria arte, ovvero quello dello scarparo (lu scarparu). Stiamo parlando del calzolaio, del ciabattino, per intenderci, ovvero di quelle persone che erano in grado di creare o di riparare le calzature di uomini, donne e bambini


nni fa infatti, la situazione era ben diversa da quella attuale. Le scarpe erano un bene importante e costoso, che in pochi potevano permettersi e spesso ci si doveva accontentare di un solo paio o al massimo di due, uno da usare tutti i giorni e l’altro da utilizzare solo per le occasioni importanti, entrambi da conservare con attenzione per decenni.

La richiesta era comunque tanta ed erano numerose in tutto il territorio salentino le varie botteghe di questi grandi maestri, in grado di realizzare con amore e passione delle calzature interamente fatte a mano, con materiali di prima qualità come la pelle e il cuoio. A differenza di quello che accade oggi con le grandi produzioni industriali, in passato si aveva la certezza di acquistare dei prodotti di ottima qualità e ben fatti.

Non esistevano i punti vendita e chi voleva un paio di scarpe da acquistare o da riparare doveva recarsi in queste piccole botteghe oppure aspettare l’arrivo dei vari scarpari con i loro carretti, dotati di ogni attrezzo utile per la riparazione, come pezzi di legno e attrezzi in ferro.

Ogni settimana i vari calzolai portavano i loro prodotti da Ugento a Casarano, da Maglie ad Otranto, da Casarano a Nardò, creando una sorta di punto di incontro e coesione nella popolazione locale.






Un lavoro di grande abilità e precisione che purtroppo è andato perdendosi con il passare degli anni. Oggi si preferisce comprare una scarpa che costa poco e magari buttarla via dopo una sola stagione, invece di ripararla o di acquistarla con l’intenzione di sfruttarla per molto tempo.

Durante una visita in Salento potrete addirittura trovare ancora qualche piccola bottega nei piccoli centri storici. A Matino ad esempio c’è un piccolo laboratorio di due metri per tre in via Marconi, di proprietà di un uomo che ha fatto il mestiere del ciabattino per circa settant’anni e che racconta volentieri di come si lavorava giorno e notte per realizzare le scarpe a chi le aveva commissionate. Avvalendosi a volte anche dell’aiuto delle cosiddette “rivettatrici”, ovvero delle donne che si occupavano di assemblare i vari pezzi cucendoli a macchina.

Un mestiere antico e ricco di suggestioni che ha fatto la storia del Salento e dei suoi piccoli comuni nei quali, anche se in tracce piccolissime, continuano a resistere e ad essere apprezzati dalla gente locale e non. In ricordo di epoche diverse nelle quali anche le più piccole cose erano ricche di valore e significato.



serena.10
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serena.10 10/08/2015 ore 15:00

(nessuno) L'epoca di suole pulite



Il calzolaio. L’arte per eccellenza è scomparsa
Il calzolaio“Sono in questa città due botteghe di speziaria, cinque di mercanti di pannine, e sete, una d’orafo, ventinove di calzolai, sei di scarpinelli …”. Così raccontava l’auditore granducale Bartolomeo Gherardini, della sua visita a Montalcino nel 1676.
Certo, ristabilire i vecchi mestieri del passato, fra cui il calzolaio, non è certo cosa semplice, ma possiamo dire con certezza che a fine Ottocento a Montalcino arrivarono ad essere quasi 80 unità ed oggi, invece, risultano irrimediabilmente scomparsi.



Agli inizi degli anni Novanta, per citarne qualcuna, c’erano la bottega di Antonio Faiticher e quella del Faenzi in via dei Forni, l’attuale via Mazzini; Vegni, Mignarri e Boga erano in Piazza Margherita, oggi Piazza del Popolo; Pascucci e Capretto erano invece in via Costa del Municipio; Buchettino, Lambardi e Giovacchino potevi trovarli in





Corso Vittorio Emanuele, oggi via Soccorso Saloni. Ma non finisce qui. Nella Ruga, in via Cialdini, c’erano il Matteucci, Pignatti e Laffrici e se scendevi in Piazza Garibaldi, meglio conosciuta come Piazza Padella, trovavi Lambardi, Corsi e Paccagni, poi, in via Costa Garibaldi c’era Tacchini e nel Borghetto, in via Ricasoli, Vegni, Tillino e Chechi, infine c’era Felini in Costa Burelli, oggi via Lapini ed Emilio Pierangioli era in via Donnoli. Ecco uno di quei mestieri, una volte fonte di reddito per numerose famiglie, spazzati via dal tempo, a rischio di estinzione, soggiogati forse dalla globalizzazione e dall’indifferenza della società moderna. Figli di un passato incapace di resistere all’evoluzione dei tempi o solo perché vittime di generazioni che non hanno saputo conservare quei legami con il passato.






Oggi potremmo forse riscoprire qualcosa di quest’epoca passata, cercare forse di fare rivivere questo antico mestiere. Non è assurdo provare a credere che qualche mestiere potrebbe essere riscoperto: un calzolaio ad esempio, in mezzo a tanti lavori fatti industrialmente in serie, potrebbe essere molto apprezzato. Provare a considerare la cultura acquisita prima di tutto come un arricchimento personale e non come un “diritto” ad occupare posizioni di “prestigio”, da un punto di vista economico e sociale, forse sarebbe una buona cosa da insegnare ai bambini sui banchi dei primi anni di scuola.
Negli ultimi 30 anni i calzolai, quelli veri che stanno in bottega e che eseguono ogni tipo di riparazione, sono diminuiti, come numero, dell’80% e la loro età media è intorno ai sessanta anni. Probabilmente sarebbe utile che le istituzioni promuovessero percorsi di formazione professionale, fornendo informazioni su come avviare attività artigianali, in forma di botteghe e laboratori, favorendo così uno sviluppo imprenditoriale che vada a bilanciare la carenza di attività e la crescita a senso unico che ha caratterizzato Montalcino negli ultimi trent’anni.
Ma Montalcino è in buona compagnia. La scuola a tutti i costi, anche l’alta formazione per tutti, anche per quanti non sono portati per lo studio, quasi come fosse un obbligo e non un diritto, negli ultimi decenni ha portato a sottovalutare e, in alcuni casi, addirittura a disprezzare i lavori che hanno fatto grande questo Paese. Artigiani in testa. Dal mondo accademico, da una parte di questo, arriva un’inversione di tendenza: riscoprire e valorizzare i vecchi mestieri tanto che in alcuni luoghi d’Italia sono nati dei veri e propri laboratori per diffondere e sviluppare la cultura dell’artigianato, anche attraverso la creazione di una rete di vecchi artigiani e maestri d’arte che portano i giovani a imparare un’arte, un mestiere appunto, e a scoprire la storia e la cultura di un luogo. Oggi, quando molti mestieri rischiano di scomparire davvero, si fa sempre più importante recuperarne la conoscenza: un obiettivo importante che va ben oltre la semplice conoscenza, che al massimo tende a fornire un’idea poco chiara e a volte confusa di una realtà così importante. L’artigianato, infatti, in tutte le sue sfaccettature, è ricco di aspetti creativi, progettuali e manuali, un mondo produttivo a cui oggi, potenzialmente, si affiancano anche infinite nuove possibilità legate al mondo della tecnologia.






serena.10
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serena.10 10/08/2015 ore 15:01

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