Forum - Storia e Geografia

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serena1O 16/07/2019 ore 20:34 Quota

(nessuno) LA STORIA DI RAIMONDO DI SANGRO









VELI DI MARMO (1): LA STORIA DI RAIMONDO DI SANGRO









Nel Settecento a Napoli, viveva Raimondo di Sangro: nato in Puglia, dopo la morte della mamma e il ritiro in clausura del padre era stato affidato al nonno, il potente Principe di Sansevero, che viveva nel suo palazzo di Piazza San Domenico Maggiore; alla morte del nonno; Raimondo -appena sedicenne- ne ereditò titolo nobiliare e tutto il patrimonio. Educato presso i Gesuiti, aveva una preparazione enciclopedica, una intelligenza vivissima ed eclettica, una grande curiosità per l’esoterico; inoltre amava il bel canto e le opere d’arte. Raimondo conosceva tutte le lingue europee, l’arabo e l’ebraico;












fu ingegnere e inventore, fisico e chimico. Ma tutte queste attività non gli impedirono di mettere al mondo otto figli e di partecipare alla vita pubblico-politica della città. Di lui si raccontano tante leggende: che facesse esperimenti alchemici e stregoneschi; castrasse i giovani contadini del suo feudo per trasformarli in cantori dalla voce bianca; fosse capace -con un suo elisir- di riportare in vita i cadaveri, tanto che il famoso conte Cagliostro affermava che tutte le sue conoscenze alchemiche gli erano state insegnate da “un principe napoletano”. Ma, soprattutto, Raimondo voleva fortemente entrare per sempre nella storia. Ritenne che la sistemazione della Cappella di Santa Maria della Pietà (poi diventata cappella Sansevero), molto vicina al suo Palazzo e in stato di completo abbandono avrebbe potuto rendere immortale il suo nome.
















Profuse perciò tutto il suo danaro e i suoi sforzi al completo restauro del tempio, e ne fece un mix di religione e di esoterismo, riempiendola di opere d’arte stupefacenti. Nei primi anni del Settecento, a Venezia, uno scultore giovane, ma subito famoso e richiesto da sovrani e mecenati -Antonio Corradini- cominciò a scolpire corpi di che sembrano coperti da un velo:








si trattava di blocchi unici di marmo che venivano lavorati di scalpello in modo da riprodurre l’effetto di veli piegati sul corpo del soggetto che si intendeva rappresentare. E Raimondo, sempre attento alle novità artistiche. per le statue che immaginò dovessero abbellire la Cappella, chiamò proprio quel Corradini che era diventato famoso in tutta Europa Continua ... domani











(da un mio vecchio post, una biografia di Luca Berto, Wikipedia, Grandenapoli.it et Al, modificati; le immagini: un affresco –molto rovinato- posto sul suo sepolcro nella Cappella; altri ritratti; le immagini della mostra “Omaggio al Principe”




serena1O
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serena1O 16/07/2019 ore 20:35 Quota

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IL VELO DI MARMO PIÙ FAMOSO: QUELLO DEL CRISTO.


Nella Cappella Sansevero, già Chiesa di Santa Maria della Pietà, esistevano, al tempo del Principe di Sangro, molte leggende, si cui sicuramente Raimondo era a conoscenza e furono determinanti nella sua scelta e nella decisione di lavorare al suo ingrandimento e abbellimento. Su richiesta, ne potremo parlare in altri post. Ora ritorniamo a quando Raimondo chiamò il Corradini per abbellire il luogo sacro: il principe, in primo luogo commissionò al Corradini di versi bozzetti e, poiché gli piacquero, lo scultore venne a Napoli e cominciò il suo lavoro, coadiuvato da alcuni giovani aiutanti, tra cui Giuseppe Sammartino (o Sanmartino), il quale collaborò alla realizzazione della statua della Pudicizia e del Decoro firmate dal Corradini. Quando questi nel 1752 morì, Sammartino si offrì di realizzare «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua». La proposta fu accettata e Sammartino cominciò subito a lavorare, ma apportò modifiche al progetto iniziale. La statua risultò magnifica, un vero capolavoro dell’arte barocca, ma molti, impressionati dalla trasparenza e leggerezza del sudario, continuarono a lungo a pensare che facesse parte delle doti alchemiche del Principe e che fosse un velo di tessuto trasformato magicamente in marmo.
Tra i tanti commenti di artisti che ammirarono l’opera, ricordiamo Canova, che restò a bocca aperta davanti al Cristo e affermò: “Darei dieci anni di vita pur di realizzare un'opera di eguale bellezza!”.
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serena1O 16/07/2019 ore 20:37 Quota

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LA PIU' INCISIVA DESCRIZIONE DEL CRISTO VELATO? QUELLA DI MATILDE SERAO


". LA PIU' INCISIVA DESCRIZIONE DEL CRISTO VELATO? QUELLA DI MATILDE SERAO

"Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito,la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello. Sul piedistallo, sotto i cuscini, questa iscrizione: “Joseph Sammartino, Neap, fecit, 1753”. E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca dunque in questa profonda creazione artistica: e vi è il sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v’è l’audacia del creatore che rompe ogni regola, e v’è il magistero di una forma eletta, pura, squisita. Quel corpo morto era poc’anzi vivo, si contorceva nelle angosce di un’agonia spaventosa; giovane e robusto, si ribellava alla morte. Non vi era sfinimento, non vi era abbattimento; le fibre non volevano morire. Ma sotto le pieghe del lenzuolo, la testa ha un carattere stupendo: la fronte liscia ha un vasto pensiero; piangono gli occhi, è vero, pel cruccio fisico, ma le labbra schiuse hanno una traccia di sorriso, che è un’indefinita speranza. È vero, è vero, il dolore è passato dal corpo all’anima; è vero, l’anima è contristata, ma non è disperazione, ma non è desolazione. L’anima, come la bocca, è abbeverata di fiele, ma una goccia di consolazione v’è stata. Tutto quel Cristo è un dolore supremo, ma è anche una suprema speranza; ma il mistero di quella testa divina è così grandioso, ma l’ammirazione per la meravigliosa opera d’arte è così sconfinata, ma la pietà del bellissimo estinto è così invadente, che il pensatore si scuote e non frena più le acute indagini della sua mente, l’artista s’inchina nella esaltazione del suo spirito ed il credente non può che abbandonarsi, piangente sui piedi del morto, cospargendoli di lagrime e baci."
La firma dello scultore, infine, è apposta sul retro del piedistallo, sotto il materasso: «Joseph Sammartino, Neap., fecit, 1753».
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serena1O 16/07/2019 ore 20:39 Quota

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IL PRINCIPE “NERO”







Tante le leggende su Raimondo Di Sangro, sicuramente alimentate dl suo ingegno versatile e il suo amore per il mistero e l’alchimia. Si racconta, ad esempio, delle sue macchine anatomiche che ancora oggi sono visibili nella Cavea sotterranea della Cappella Sansevero sono oggi conservate, all’interno di due bacheche, assolutamente da vedere! Si tratta degli scheletri di un uomo e di una donna in posizione eretta, con il sistema arterovenoso quasi perfettamente integro. La “macchina”maschile fu realizzata dall’anatomopatologo palermitano Giuseppe Salerno, poi acquistata da Raimondo di Sangro, che fece lavorare il medico Salerno a Napoli, assegnandogli una cospicua pensione annua, e gli commissionò l’altra macchina anatomica, cioè la donna.
Questi inquietanti oggetti si trovavano in una stanza del palazzo del principe di Sansevero, denominata “Appartamento della Fenice”; non a caso intorno alla Fenice gira il mito dell’immortalità. Le “macchine” hanno integri tutti i vasi sanguigni della testa a quelli della lingua, e ai piedi della donna era posto un feto con una placenta aperta, legata al feto dal cordone ombelicale. Resti del feto erano visibili nella cavea ancora fino a pochi decenni fa, finché non furono trafugati. Queste due ”macchine”” hanno alimentato la leggenda che il Principe avesse ucciso due servi per fare sperimentazioni sui loro corpi, come racconta Benedetto Croce; altri parlano di una misteriosa iniezione fatta per inoculare nei vasi sanguigni sostanze metallizzanti; più probabilmente il sistema circolatorio è frutto di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti. Stupisce, ad ogni modo, la riproduzione del sistema arterovenoso fin nei vasi più sottili, che dimostra conoscenze anatomiche incredibilmente avanzate per l’epoca. Ma gli esperimenti di Raimondo non si fermano qui: ideò un veicolo anfibio, che chiamò “carrozza marittima”; un mantello di tessuto impermeabile; una lampada perpetua, composta di fosforo e solfato di calcio, il primo cannone il lega di ferro (allora erano di bronzo); un palco teatrale pieghevole; alcune gemme artificiali.. Nel suo palazzo lavorò indefessamente, notte e giorno, nella stanza della Fenice: la luce perpetua e le ombre che si muovevano -visibili dalle finestre- alimentarono ancora di più le favole e le superstizioni ce fecero parlare di magia nera





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IOXSONGXLEGGEND 16/07/2019 ore 21:19 Quota

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Raimondo venne ammonito prima e scomunicato poi nel 1750 da papa Benedetto XIV per la sua appartenenza alla Massoneria quale Gran Maestro. Per non subire ulteriori guai, preferì dimettersi dalla Società dei Liberi Muratori. Divenne editore di opere esoteriche e di “libri proibiti”, che gli procurarono altri contrasti con il Papato e solo la pubblicazione della “Supplica Umiliata” salvò i suoi libri e gli evitò nuove grane. Ma i gesuiti continuarono ad orchestrare nei suoi confronti una vera e propria campagna diffamatoria, sicché Raimondo, stanco dei continui attacchi e contenziosi con la Chiesa, si chiuse nei suoi studi.

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IOXSONGXLEGGEND 16/07/2019 ore 21:20 Quota

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La leggenda della morte di Raimondo di Sangro

Come per ogni buon “mago” che si rispetti, anche sulla morte del principe Raimodo di Sangro, c’è un alone di mistero leggendario: si crede che abbia voluto sfuggire alla morte. Infatti con l’aiuto della chimica e delle forze del male, come narra la leggenda, egli dispose tutto in modo di poter resuscitare dopo qualche mese dalla morte. Volle restare solo per preparare il suo incantesimo e fece allontanare la sua famiglia, mandandola presso le sue tenute in Sansevero. La sua morte sarebbe dovuta durare nove mesi, facendo credere a tutti che era partito da Napoli, lasciando le istruzioni al suo aiutante, uno schiavo moro, il quale seguendo le sue indicazioni lo tagliò a pezzi e lo mise in una cassa dalla quale sarebbe poi uscito integro, da solo, senza ausilio alcuno, a tempo prestabilito, resuscitato ed immortale.




Ma, come in ogni cosa, c’è sempre un imprevisto: il Principe non aveva messo in conto il fatto che la famiglia si fosse insospettita dall’aver ricevuto sue lettere, nelle quali rispondeva a domande che essi non avevano posto. I congiunti costrinsero allora il servo a svelare il segreto, si precipitarono quindi sulla cassa in cui era rinchiuso il cadavere e la scoperchiarono, prima del tempo in modo da far fallire l’incantesimo! il Principe fece in tempo ad uscire, ma cadde definitivamente morto, non avendo rispettato i tempi del sortilegio. Ma dal Principe ci si poteva aspettare di tutto: il suo corpo non si è mai trovato; ancora oggi a Napoli si sostiene che nel vicolo dove è ubicato il palazzo del principe di Sangro, di notte si odono passi e i tintinnii di speroni, rumori notturni, del frastuono degli zoccoli dei cavalli della carrozza del principe, lungo la via Francesco de Sanctis, nelle notti di luna nera. Mentre nella notte di Natale si intravedono le fiammelle delle candele dai finestroni della Cappella Sansevero e si sente musica sacra proveniente da un organo. L’alone di mistero intorno allo scienziato, alla sua dimora, alla sua cappella esercita ancor oggi un fascino morboso e suggestivo che mai si estinguerà.

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