Forum - Storia e Geografia

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serena1O 24/09/2016 ore 11:24 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...











La Vecchia Napoli, Capri, ...












La vita instabile in Europa non è riuscito a cambiare il ritmo lento della vita sull'isola di Capri, al largo di Napoli,








Italia. Alcuni dei socialites che sono venuti lì per rilassarsi godere di un pranzo acquatica servito nel fresco del Mediterraneo






il 1 settembre 1939. nuoto camerieri spingono le tavole galleggianti che portano i pasti che includono il vino e spaghetti. Sullo sfondo sono le rocce di Faraglioni.














a volte penso addirittura Che Napoli Possa Essere Ancora L'ultima speranza che






resta alla razza Umana.Luciano De...










Capri meravigliosa!





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IOXSONGXLEGGEND 24/09/2016 ore 14:14 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

La meravigliosa isola di Capri raccontata per immagini e stampe dell’ epoca in un video interessantissimo scovato su youtube.

Come era la piazzetta di Capri nel 1890, dei fermi immagine sulla capri di una volta introdotti dalle parole dei piu’ grandi poeti e scrittori dell’ epoca.


serena1O
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serena1O 24/09/2016 ore 14:21 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...








ci dobbiamo riandare





@IOXSONGXLEGGEND scrive:





Come era la piazzetta di Capri nel 1890, dei fermi immagine sulla capri di una






volta introdotti dalle parole dei piu’ grandi poeti e scrittori dell’ epoca.





:cuore
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IOXSONGXLEGGEND 24/09/2016 ore 14:29 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

LE BOCCHE PIETRIFICATE DELL’ISOLA AZZURRA

Mare e vento hanno lavorato con mani da geniale scultore, dal gusto raffinato e dalla fantasiosa creatività in quella assoluta meraviglia che è l’isola di Capri. E il risultato è ben visibile nei singolari gioielli che sono i Faraglioni, l’emblema dell’Isola e nelle numerose grotte che si aprono come enormi bocche nella nuda roccia. Se ne contano a centinaia: grotte di mare e di terra, le note e le nascoste, queste ultime diventate fresche cantine ove conservare il bianco nettare dei vigneti capresi, ricavate, picconata dopo picconata, dai loro proprietari, abilissimi ad ingrandire le loro “grottelle”. E in questa attività i tiberiani, gli abitanti di Monte Tiberio, non sono superati da nessuno.

Le più belle sono, senza dubbio, le grotte marine, ognuna con la sua peculiarità, a seconda della sua posizione. Verde, bianca, rossa, azzurra, grotte colorate dalla natura e mitizzate dalla fantasia dei barcaioli per compiacere i forestieri. Grotte che l’acqua cheta, talora, lambisce sommessamente e il sospiro della risacca canta in esse una dolce nenia o che, sferzate e lavate dalla spuma di onde impazzite per la furia del vento, fanno sentire il loro muggito di bestie ferite.

Fare il giro dell’isola in una semplice barchetta a motore, sotto costa, tuffarsi nel blu che ammanta tutta l’isola, esplorare con lo sguardo, chini sul bordo della barca, i limpidissimi fondali cangianti dallo smeraldo all’azzurro, aspirare a pieni polmoni la salsedine mentre la brezza marina ti accarezza il viso, è un’esperienza da provare. La Grotta Verde, esposta a mezzogiorno e a pelo d’acqua, deve la sua colorazione smeraldina alla luce che si rifrange nella flora marina; la Grotta Bianca, chiamata anche Meravigliosa, a due livelli, con le sue stalattiti e stalagmiti ti dà la sensazione di essere davanti a una scenografia wagneriana. Il colore della sua volta sembra aver selezionato tutti i raggi bianco-opalini della luce. La Grotta Rossa o del Corallo, prende il nome dai pomodori di mare e dal purpureo corallino caprese, che spiccano sulle pareti; la Grotta dell’Arsenale, un dì covo di pirati; quella del Bove, sull’altro versante, esposto alla tramontana, nella quale il mare furibondo si apre un varco col muggito di un bue e tante altre, di tutte le dimensioni.

E lei, la più straordinaria di tutte, magica grotta che il mare un giorno inghiottì trasformandola in incantesimo. Quante volte, munita di maschera e pinne, scendendo dalla scaletta della soprastante via, vi sono entrata a nuoto nell’intervallo fra un turno e l’altro dei battellieri che infilzano, con le loro acrobazie e la loro perizia, le barche fra un onda e l’altra nella piccola bocca socchiusa! Quante volte, dopo la prima esplorazione per rendermi conto del “perché,” vi ho accompagnato gli amici mostrando loro l’arcata sottomarina, il magico portale sommerso, attraverso il quale entra nell’antro la luce del paradiso e quante volte ho assaporato la gioia di vedere il mio corpo diventare tutto dipinto di blu e di argento lunare! L’immagine poetica che se ne fa in tutte le lingue del mondo è superata dalla realtà. Era una volta ninfeo della villa imperiale di Damecuta, una delle dodici ville di Tiberio sparse sull’isola e ad essa collegato per mezzo di un passaggio, oggi ostruito completamente e ben visibile dall’interno della cavea.

Ma voglio qui parlare di una grotta meno nota, quella del Castiglione, la più grande delle grotte di terra, quel grande sbadiglio che domina tutto il versante della Piccola Marina, a sud dell’isola. Degli scalini, un dì agibili ed oggi appena abbozzati nella roccia, fatti scolpire nell’800 da Giorgio Cerio, fratello minore del grande Edwin, la collegano dal basso a Via Krupp. Essa aveva sempre affascinato mio marito e me fin dai primi anni dei nostri soggiorni capresi: un altro capolavoro del Grande Scultore dell’Universo che, come tutte le bellezze naturali dell’isola, aveva una storia da raccontare e avevamo voglia di ascoltarla. Essa apre la sua fauce sotto quella specie di castello che sovrasta la cima del Castiglione, il monte che da questa costruzione ha preso il nome. Visto dal mare, lo strano edificio che occupa la scenografia centrale di Capri fra i due monti di Tiberio da un lato e il Solaro dall’altro, può esser preso per un castello merlato medievale. In effetti, tale era in origine e servì da asilo ai capresi durante le invasioni barbaresche. Dopo secoli di abbandono era diventato una masseria, rifugio di contadini e di greggi di ovini e tale si presentava nel 1700, allorché, per un colpo di fortuna, raccontò il suo nobile passato.

Ferdinando IV di Borbone, amante della caccia, trascorreva a Capri un paio di settimane durante la passa delle quaglie. Con la passione ereditata dai suoi augusti genitori per le antiche vestigia, pensò bene, nel 1786 di portarsi dietro il diplomatico austriaco Norbert Hadrava, che aveva il vezzo dell’archeologia. Un giorno, mentre il re e i cortigiani riempivano i carnieri, Hadrawa, nel corso di una delle sue esplorazioni, salì alla masseria chiamata Castiglione, dove, essendosi dichiarato amante di “cose antiche” gli fu mostrata dai contadini una voragine formatasi al posto di un grande fico sradicato dal vento. In fondo ad essa s’intravedeva una grande caverna che sembrava piuttosto una camera, con stucchi ancora attaccati alle pareti. Incuriosito, il diplomatico fece allargare la voragine, scoprendo altri locali con tracce di pavimento e frammenti marmorei sparsi qua e là.

Fu così che Hadrawa, con il permesso del re, iniziò una campagna di scavi che lo tennero impegnato, in varie riprese, per due anni, con il patto, però, di consegnare ai musei del regno i reperti più importanti. Oggi essi si trovano a Capodimonte : pavimenti marmorei e di mosaico, grandi vasi , frammenti di cameo, putti affrescati. oggetti di arredamento e di uso che facevano parte di una delle ville imperiali romane di Capri. I ruderi erano stati abbattuti e la cavità ricolmata a più riprese e da ultimo, in età medievale, per la costruzione del castello fortificato. Seguirono altri secoli di abbandono fin quando venne acquistato da un nobiluomo italiano che lo restaurò nella stravagante maniera in cui si presenta oggi: una via di mezzo fra il castello merlato e una villa, con un grande finestrone belvedere che si apre sul paradiso. Per un certo periodo la cima del Castiglione fu munita di un cannone e ospitò anche un cimitero a-cattolico per i residenti inglesi e tedeschi di religione protestante, prima che lo si spostasse a Marina Grande.

Nei bei tempi dell’anteguerra Capri, come sappiamo, era l’isola prediletta dalla cafè society, la tappa obbligata di regnanti, di intellettuali e artisti , spiantati e miliardari, il massimo della raffinatezza e della scapigliatura, ma anche il fiore all’occhiello di un regime che aveva fatto dell’isola una vetrina. E proprio il Castiglione venne preso di mira dai gerarchi fascisti dopo che Galeazzo Ciano, vi aveva costruito, a mezza costa, una villa di trenta stanze, a due piani, circondata da un parco. Come immediata conseguenza si ebbe la dotazione di una strada rotabile costruita dal regime e una serie di privilegiate villette per i gerarchi fascisti. Dopo la fucilazione di Galeazzo, nel gennaio del 1944, per alto tradimento, Edda aveva fatto dell’isola e della villa, lasciatole in eredità dal marito, il suo dominio incontrastato.

Negli anni sessanta ancora perdurava l’eco delle dissolutezze della contessa e la grotta del Castiglione veniva chiamata la Grotta di Edda, dai capresi. Si vociferava di notti brave trascorse in essa, di evocazioni alla maniera tiberiana, di un passaggio, un sentiero che collegava la villa all’antro illuminato di notte da fuochi ecc, ecc, Pettegolezzi, chiacchiere, maldicenze? Si sa che la fantasia di un popolo galoppa. Decidemmo un giorno, mio marito ed io, di andare ad esplorare la zona. Saliti per la carrozzabile che inizia sulla Via Roma, a fianco dell’Hotel Capri, ci trovammo davanti al cancello d’ingresso del castello e a un terreno incolto, sulla destra, tutto transennato e con tanto di scritta:“Vietato il passaggio”. Ignorato completamente il cartello e con qualche contorsione fra fili spinati e sterpaglie, riuscimmo a trovare l’imboccatura del sentiero scosceso che si delineava sulla parete rocciosa. Camminando a tastoni, mani e piedi per terra, con la prospettiva di precipitare da lassù in qualche tratto nel quale era caduto quel basso muretto di protezione, contenente a vari intervalli degli incavi bruciacchiati, arrivammo finalmente davanti ad un arrugginito cancelletto chiuso con fil di ferro e, scesi alcuni scalini scavati nella roccia, ci trovammo nella maestosità di quello squarcio di orrida bellezza. La volta era costellata da piccole stalattiti ma di ruderi romani neanche l’ombra, tranne qualche accenno di “opus reticulatum”sulla parete di destra. Sulla stessa parete era una serie di quattro cabine in muratura e al centro un grandissimo piano di cottura, sormontato da una enorme cappa, il tutto corroso dalla ruggine. Ma quali notti brave? La grotta ci raccontava una storia ben più reale: doveva esser servita da ricovero antiaereo per la povera gente del luogo durante l’ultima guerra per sfuggire ai tremendi bombardamenti che avevano tartassato l’isola, torno, torno, fortunatamente preservata dalla fama mondiale della sua bellezza e dalla sensibilità dei nemici.

Oggi la bianca villa Ciano, scampata al sequestro perché requisita prima dall’Ammiragliato inglese e successivamente dal Comando Americano, restituita nel ’47 alla contessa perché a lei intestata, spicca ancora su quel versante del Castiglione, spoglia perfino delle eleganti mattonelle di Vietri scelte personalmente da Edda, portate via come souvenir. Il bel ninfeo tiberiano che, secondo il grande Amedeo Maiuri, avrebbe avuto una terrazza panoramica aperta sul golfo, baciato dall’ultimo raggio del sole che va a dormire laggiù verso Ischia, termina qui la sua storia di un passato che ritorna ad essere presente, oggi, nella memoria umana.


Grotta del Monaco







Davanti alla Grotta Azzurra








Il Castiglione e Marina Piccola - anni '60










Anno 1962










La grotta del Castiglione










Grotta Bianca - ingresso










Grotta Meravigliosa










Grotta Rossa







serena1O
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serena1O 24/09/2016 ore 14:32 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
LE BOCCHE PIETRIFICATE DELL’ISOLA AZZURRA



wow che belle foto , Grazie amo stupendequesta è x te :cuore



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IOXSONGXLEGGEND 24/09/2016 ore 14:38 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

@serena1O scrive:
wow che belle foto , Grazie amo stupendequesta è x te

:cuore :cuore grazie amo',bellissima

IOXSONGXLEGGEND
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IOXSONGXLEGGEND 24/09/2016 ore 14:39 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

Una delle mete turistiche più rinomate ed ambite dal turismo mondiale. L'isola di Capri è la perla del golfo di Napoli. La vegetazione lussureggiante, i colori straordinari del mare, le grotte meravigliose, l'hanno resa celebre nel mondo. Capri ha incantato nei secoli scrittori, poeti, musicisti, pittori. Tanti i registi che l'hanno scelta come sfondo per i loro film e i personaggi famosi che hanno affollato i tavolini della celebre piazzetta. Uno dei primi estimatori dell'isola fu l'imperatore romano Tiberio, che qui trascorse gli ultimi anni della sua vita. Ma la definitiva vocazione dell'isola fu scoperta alla metà dell'800, quando visitatori da tutto il mondo la scelsero come residenza, formando quella colonia cosmopolita che ha creato il mito di Capri e della Grotta Azzurra...


serena1O
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serena1O 24/09/2016 ore 14:51 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
La meravigliosa isola di Capri raccontata per immagini e stampe dell’ epoca in un video interessantissimo scovato su youtube. :cuore

Come era la piazzetta di Capri nel 1890, dei fermi immagine sulla capri di una volta introdotti dalle parole dei piu’ grandi poeti e scrittori dell’ epoca.




:cuore
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serena1O 24/09/2016 ore 14:56 Quota

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@IOXSONGXLEGGEND :




Marina Piccola!





Capri, come era l’isola alla fine del 1800 e inizio 1900
IOXSONGXLEGGEND
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IOXSONGXLEGGEND 24/09/2016 ore 14:59 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...

Negli anni '50 e '60, all'epoca della Dolce Vita romana, Capri diventò l'isola della mondanità. Molti personaggi importanti sono stati a Capri e l'hanno resa famosa nel mondo. Ricordiamo Oscar Wilde, Lenin, Humphrey Bogart, Brigitte Bardot che qui ha girato "Il disprezzo". Tina Onassis moglie del famoso armatore greco, Maria Callas, l'imperatrice di Persia Soraya con lo scià, Ingrid Bergman, Roberto Rossellini, Rita Hayworth con lo sposo il principe Ali Khan e molti altri.




Tina Onassis e Maria Callas (1959)

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serena1O 24/09/2016 ore 17:34 Quota
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serena1O 24/09/2016 ore 17:43 Quota

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L'attrice americana Rita Hayworth con Ali Khan seduti furi da un bar sull'isola di Capri,in una foto del 1950














L'attore USA Clark Gable a passeggio per le vie di Capri in una foto del 1959













Villa di Curzio Malaparte a Capri in una foto del 1957









Lo Scià di Persia e Soraya in vacanza a Capri in una foto del 1957










I Reali di Svezia in vacanza a Capri in una foto del 1954.












Ginger Roger e il marito Jacques Bergerac a passeggio per le vie di Capri in una foto del 1956










L'attrice americana Rita Hayworth con Ali Khan passeggiano per le vie dell'isola di Capri in una foto del 1950












Greta Garbo passeggia per le vie di Capri









Gli attori Fiorella Mari e Denis O'Keefe a pranzo in un ristorante di Capri in una foto d'archivio del 1953
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serena1O 24/09/2016 ore 17:44 Quota

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L'ex re d'Egitto Farouk a cena nell'isola di Capri in una foto d'archivio del 1952
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serena1O 24/09/2016 ore 17:46 Quota

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Il messicano Gutierrez vince la traversata a nuoto Capri - Napoli, 2° class Camarero in una foto del 1957.
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serena1O 24/09/2016 ore 18:31 Quota

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Capri Leone - La nonna e la nipotina prendono l'acqua alla sorgente "Leone" nelle caratteristiche "quartare" dell'epoca
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serena1O 24/09/2016 ore 18:35 Quota
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“La notte nell’isola” omaggio a Pablo Neruda e al legame con Capri







Omaggio a Pablo Neruda e il legame profondo con l’isola di Capri. “La notte nell’isola” Video e Poesia.
In queste pagine cerchiamo di raccogliere video e fotografie del suo legame con l’isola di Capri ma non solo, é nostro intento arricchire queste “speciali pagine” dedicate ai personaggi che hanno reso celebre l’isola dei faraglioni nel mondo con Poesie, Opere e Brani Poetici del poeta, diplomatico e politico cileno, considerato una delle più importanti figure della letteratura latino americana contemporanea.

Il video della poesia “La notte nell’isola” ” di Pablo Neruda con la musica di Ludovico Einaudi e la voce Paolo Rossini é visualizzabile dal link in basso;

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serena1O 25/09/2016 ore 13:39 Quota

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@IOXSONGXLEGGEND scrive:
Omaggio a Pablo Neruda e il legame profondo con l’isola di Capri.



Poesia di Pablo Neruda
Chioma di Capri

Capri, regina di rocce,
nel tuo vestito
color giglio e amaranto
son vissuto per svolgere
dolore e gioia, la vigna
di grappoli abbaglianti
conquistati nel mondo,
il trepido tesoro
d'aroma e di capelli,
lampada zenitale, rosa espansa,
arnia del mio pianeta.

Vi sbarcai in inverno.
La veste di zaffiro
custodiva ai suoi piedi,
e nuda sorgeva in vapori
di cattedrale marina.
Una bellezza di pietra. In ogni
scheggia della sua pelle rinverdiva
la primavera pura
che celava un tesoro tra le crepe.
Un lampo rosso e giallo
sotto la luce tersa
giaceva sonnolento
aspettando
di scatenare la sua forza.
Sulla riva di uccelli immobili,
in mezzo al cielo,
un grido rauco, il vento
e la schiuma indicibile.
D'argento e pietra è la tua veste, appena
erompe il fiore azzurro a ricamare
il manto irsuto
col suo sangue celeste.
Solitaria Capri, vino
di chicchi d'argento,
calice d'inverno, pieno
di fermento invisibile,
alzai la tua fermezza,
la tua luce soave, le tue forme,
e il tuo alcol di stella
bevvi come se adagio
nascesse in me la vita.

Isola, dai tuoi muri
ho colto il piccolo fiore notturno
e lo serbo sul petto.
E dal mare, girando intorno a te,
ho fatto un anello d'acqua
che è rimasto sulle onde
a cingere le torri orgogliose
di pietra fiorita,
le cime spaccate
che ressero il mio amore
e serberanno con mani implacabili
l'impronta dei miei baci.



serena1O
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serena1O 25/09/2016 ore 20:34 Quota

(nessuno) La Vecchia Napoli, Capri, ...










A Capri li sposò la luna piena











Lei piccola, i capelli color rame; lui col basco e la pipa.
I versi immortali del poeta e i manicaretti cileni della donna. Ospiti di Edwin Cerio nella Casetta di Arturo.
Il cagnolino Nyon. Le escursioni su Monte Solaro.
Quando la cameriera gettò nella spazzatura un intero poema sulla Cina e su Mao. La seconda casa in via Li Campi.
La meraviglia davanti al mare dei Faraglioni e la sera della semplice, felice cerimonia a Tragara


Questa è una storia d’amore. Di quelle che un semplice cronista può solo tentare di raccontare. Perché le parole, quelle giuste, quelle che vanno dritte al cuore, le ha prese tutte il poeta. Che quella storia ha vissuto in prima persona. A Capri, nel 1952.
L’isola di pietra e di muschio / risuonò nel segreto delle sue grotte / come nella tua bocca il canto, / e il fiore che nasceva / tra gli interstizi della pietra / con la sua sillaba segreta / disse mentre passavi il tuo nome / di pianta bruciante.
Era gennaio ed era freddo quando Pablo Neruda e Matilde Urrutia giunsero nell’isola. Una carrozzella li condusse in alto, verso il paese che si lasciava appena intravedere, nel buio. Edwin Cerio in persona li attendeva nel salone della sua Casetta di Arturo, in via Tragara, davanti al fuoco allegro di un caminetto. “Qui siete nella vostra casa”, disse proprio così, accogliendo gli ospiti. Comincia così, la storia.
Una casa, una vera casa in cui rifugiarsi e vivere era il vero sogno di Matilde, la cantante cilena che amava, riamata, Pablo Neruda. L’aveva desiderata sempre più intensamente, nel corso di quegli anni trascorsi a rincorrersi, tra incontri furtivi (Neruda era sposato dal ’36 con un’altra donna, Delia del Carril) e dolorosi addii. Ora era sola con colui che più amava al mondo, in una casa bianca e fiorita, nell’isola dell’amore e della magia. Cos’altro era, se non la felicità? Anche il poeta era felice. Mai avrebbe pensato di esserlo così intensamente.
Come sembrava lontano (erano trascorsi solo pochi giorni) quel viaggio in treno da Napoli verso la frontiera svizzera in compagnia di Massimo Caprara, il segretario di Togliatti, e dei due poliziotti della scorta. Espulso. Il ministro Scelba aveva firmato per lui il decreto di espulsione dall’Italia.
Era quindi in viaggio verso la frontiera svizzera quando il suo treno si fermò a Roma. Mai e poi mai avrebbe pensato di trovare ad attenderlo alla stazione Termini la folla festante e rumorosa che lo accolse. Alberto Moravia, Elsa Morante, Carlo Levi, il pittore Guttuso e tanti, tanti altri amici e ammiratori. Erano talmente tanti, che il capo del governo, De Gasperi (l'”austriaco”, come lo chiamavano gli avversari), fu praticamente costretto a ritirare il decreto appena emesso nei confronti di quel “pericoloso” cileno. Poeta, comunista e sovversivo. Da tenere d’occhio comunque, ma con discrezione, fu l’ordine impartito alle forze dell’ordine. La cattiva fama, in verità, avrebbe continuato a perseguitare Neruda anche nell’isola, malgrado il fatto che, già dopo qualche giorno i capresi, presa confidenza con quella coppia garbata e sorridente così spesso seduta ai tavolini della piazzetta, avevano cominciato a chiamare lui “professore”. (Anche se non mancarono in seguito altri che, forse per la sua mole, fors’anche per quell’incipiente calvizie, gli affibbiarono seduta stante il titolo di “commendatore”).
Racconta infatti Claretta Cerio, allora giovane moglie di Edwin, che Amalia, la domestica caprese che Neruda aveva soprannominato “Olivito”, perché sembrava “una piccola oliva che si muoveva nelle stanze come spinta da un vento invisibile che soffiava da Marina Grande”, si lamentava spesso di quegli ospiti eccentrici e disordinati e attribuiva le loro presunte stranezze alla loro “riprovevole” ideologia. “Non ne posso più di lavorare nella casa di quei comunisti!” si sfogava con l’ingegner Cerio.
Sotto gli occhi attenti ma comprensivi della polizia dell’isola, i tre comunisti innamorati (il terzo era Nyon, il cagnolino che il poeta aveva da poco regalato a Matilde) si godevano l’inverno di Capri, allora come oggi intimo, silenzioso, musicale. “La vigna nella roccia, le fenditure del muschio, i muri che impigliano / i rampicanti, i plinti di fiore e di pietra: / l’isola è la cetra che fu collocata sull’altura sonora / e corda a corda la luce provò dal giorno remoto / la sua voce, il colore delle lettere del giorno”. Il poeta viveva e descriveva attimo per attimo la magia di quei giorni. Di quell’isola che lo affascinava e della passione per Matilde, alla quale si abbandonava senza freni.
Tutti in paese avevano imparato a conoscere i due amanti che percorrevano i vicoli antichi a testa in su, la mano nella mano: lei piccola, i capelli color rame, una luce intensa negli occhi; lui sorridente con la pipa in bocca e l’immancabile basco. Eccoli inerpicarsi lungo i sentieri verso Monte Solaro, dove la primavera si annuncia anzitempo; eccoli in estasi davanti ai muri di pietra, che a Capri sono piccole serre incantate, verdi di muschio, di piccoli capperi e di felci dentate, con l’azzurro e il bianco di fragili campanule che fa capolino qua e là. Anche le piccole spese erano una gioia, per i due innamorati. Un modo per cogliere e vivere l’anima dell’isola. E sentirsene parte. Nessun altro prima, e nessun altro forse dopo Pablo Neruda c’è riuscito meglio. “Capri, regina di roccia, / nella tua veste / color giglio e amaranto / vissi sviluppando / la fortuna e il dolore, la vigna piena / di grappoli radiosi / che conquistai sulla terra” scrisse in quei giorni nei primi versi della meravigliosa “Cabellera de Capri”, che oggi nobilitano una roccia solitaria e fortunata, lungo la stradina che conduce al mare dei Faraglioni.
Ecco, il mare. Se c’era una cosa, una sola cosa che dell’isola lo sconcertava, era proprio il mare. Troppo placido e addormentato, quel mare solenne dei Faraglioni, e soprattutto meno profumato di quello delle spiagge del Pacifico, che il poeta aveva impresso negli occhi.
Ma Pablo e Matilde vivevano soprattutto la loro storia, trascorrendo nell’intimità della Casetta gran parte delle giornate. Lei spesso alle prese con gustosi manicaretti cileni, soprattutto a base di cipolle (che lui adorava) o guarniti dalle olive verdi, che erano per il poeta un mito da cantare in versi: “Dolci olive verdi di Frascati, / nitide come puri capezzoli, / fresche come gocce di oceano, / concentrata, terrena essenza”.
Neruda alla scrivania, nel grande salone, a comporre. Ispirato, instancabile riempiva fogli su fogli, in un disordine crescente che Amalia “la signora campestre” (arrivava al mattino sempre con dei magnifici mazzi di fiori selvatici), tentava invano di contenere. Una volta, presa dalla foga, “Olivito” gettò nei rifiuti un intero poema di Neruda sulla Cina e su Mao, “Il Vento nell’Asia”, destinato a far parte della raccolta “Las uvas y el viento”. C’è ancora a Capri chi ricorda il poeta e Matilde intenti a frugare per ore nel deposito municipale dell’immondizia. Tutto inutile, il lavoro fu da rifare. “Orrore – ricorderà in seguito Neruda – le immondizie di Capri non formavano solo promontori, ma cordigliere”.
Ma soprattutto il poeta scriveva dell’amore e della sua donna. A Edwin e Claretta, che abitavano a pochi passi dalla Casetta, a Villa Lo Studio, inviava tramite “Olivito” bigliettini su carta color fucsia pieni di amicizia e gratitudine e confidò un giorno il suo proposito di raccogliere in un libro le poesie d’amore dedicate a Matilde. “Los Versos del Capitan”, ripubblicato nel 2002 in occasione del suo cinquantenario, uscì infatti quello stesso anno, anonimo, perché Neruda voleva evitare di offendere la sensibilità di Delia.
Si avvicinava intanto il giorno fissato per il trasloco dalla Casetta di Arturo, che Cerio aveva precedentemente affittato per l’estate. Matilde si occupava dei preparativi: la coppia si sarebbe trasferita in via Li Campi, al numero 5, per trascorrervi ancora qualche mese. Aspettava un bambino, da poco ne era certa. Era raggiante.
Neruda ordinò allora per lei, da una vecchia e abile tessitrice dell’isola, una stoffa a righe verdi e nere “illuminate da fili dorati”. E con quello ordinò ad una sarta di cucire per lei un abito da sposa. Il pomeriggio del giorno prescelto per il matrimonio, i due innamorati brindarono con “Olivito” e la congedarono.
Matilde si diede ai fornelli e preparò la sua famosa anatra all’arancia, più molti altri piatti a base di pesce e gamberoni in salse diverse. Lui decorò la casa con rami di ginestra, fiori di campo e grandi scritte, formate da lettere di carta colorata, “Matilde ti amo”.
Poco a poco la sera scese su Tragara. Una luna piena e radiosa dominava il cielo. Stretta nell’abbraccio del suo compagno, Matilde nel suo vestito da sposa a righe verdi e nere uscì sul terrazzo. Fu allora che il poeta parlò alla luna, la grande musa dei poeti innamorati. Le chiese serio di unirli in matrimonio, per l’eternità. Poi infilò al dito di lei la vera d’oro in cui aveva fatto incidere una dedica, “Capri, 3 maggio 1952. Il tuo Capitano”. “Vedi la bocca della luna? – disse a Matilde – è grande come la tua, e sta ridendo”.

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