Forum - Napoli, la città 'd'o sole e d'o mare'

Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 29/05/2021 ore 22:03 Quota

(nessuno) La storia del Pozzo di Santa Sofia e della conquista aragonese di Napoli

Alfonso d'Aragona conquistò Napoli con forza, ingegno e il validissimo aiuto di una famiglia di sarti. In quest'articolo, la storia del Pozzo di Santa Sofia.



Il punto di forza di Napoli risiede nel fatto che in ogni suo anfratto risiedano storie affascinanti ed intrise di meraviglioso mistero. Quando si visita la città non si può non rimanere esterrefatti nell’ascoltare leggende e aneddoti a cui hanno fatto da sfondo anche le stradine più semplici e, di primo acchito, austere. Nel corso dei secoli innumerevoli testimonianze storiche sono pervenute riguardo la Napoli che fu, grazie ad autori prestigiosi rimasti incantati innanzi allo splendore della città della Sirena. Benedetto Croce tesse scenari straordinariamente intensi nei suoi scritti. Su tutti, Storie e Leggende napoletane, da cui è tratto il racconto oggetto di quest’articolo, dove narreremo la storia del Pozzo di Santa Sofia e della conquista aragonese di Napoli.

La storia del Pozzo di Santa Sofia attraverso le parole del Croce

Il XV Secolo fu un periodo storico particolarmente tumultuoso nella cronistoria partenopea. Il caos dinastico gettò la nobiltà napoletana nel panico più totale, con Giovanna II D’Angiò rimasta senza eredi. L’incertezza sul futuro della corona era l’unica a regnare sovrana e, nel frattempo, il popolo covava non poca idiosincrasia nei confronti dei reali francesi. Passarono diversi anni, fino a quando Renato d’Angiò non successe al trono. Il regno di Renato, soprannominato il Buono, però, durò poco. Il 2 giugno del 1442, infatti, Alfonso d’Aragona rivendicò Napoli, dichiarando l’unione del Regno di Sicilia e quello partenopeo.

Il Croce narra dell’assedio aragonese come un vero e proprio bagno di sangue che, per lungo tempo, tormentò i sogni di re Alfonso. Il sovrano giocò d’astuzia sfruttando metodi poco convenzionali, non passando per le impenetrabili mura che cingevano la città. Alfonso, infatti, varcò il confine partenopeo attraverso un pozzo sito nella botteguccia di Santa Sofia di un umile sarto. “…E rivedevo la sorpresa e lo spavento della famigliuola del sarto, e gli uomini d’arme che minacciavano morte o persuadevano al silenzio, e l’irrompere per le strade delle schiere, e il tumulto e la mischia coi soldati di Renato, e l’apertura della porta della città, per la quale entrava a furia l’intero esercito assediante”. Sono queste le parole con cui la penna del Croce ci riporta a quegli istanti caratterizzati da tensione, panico e dinamismo estremi.

L’assalto e la conquista

Gli aragonesi assaltarono il Maschio Angioino e provocarono la morte di molti napoletani innocenti. Renato fuggì e Alfonso poté entrare in Napoli trionfante, senza nascondere il segreto del suo successo. Il re ricompensò generosamente il sarto e i cittadini che l’avevano assistito nell’impresa. Purtroppo, oggi, non è pervenuta alcuna testimonianza fisica dei luoghi che hanno permesso ad Alfonso di conquistare la città. Ciò nonostante, si racconta che la bottega del sarto sia stata tramandata di generazione in generazione almeno fino al XVIII Secolo.
serena1O
Amministratore
serena1O 01/06/2021 ore 23:02 Quota

(nessuno) La storia del Pozzo di Santa Sofia e della conquista aragonese di Napoli

Oggetto di desiderio di numerose popolazioni, l’antica Partenope, ribattezzata Neapolis (città nuova) nel 507 A.C. , attirava le attenzioni dei conquistatori, sia per il clima, sia per la posizione strategica data dal golfo, sia per la naturale bellezza della terra e sia per quel congenito fascino per colpa del quale, ancora oggi, chi ne viene ammaliato, una volta arrivato a Napoli, non vorrebbe più andarsene.

Da qui, l’esigenza di costruire mura fortificate che proteggessero il centro urbano, con relative Porte di accesso che venivano sorvegliate da apposite torrette di avvistamento. Le mura, di cui oggi, purtroppo, rimangono poche testimonianze, erano costruite in pietra di tufo provenienti da una cava di età greca che si trova a Poggioreale, individuata casualmente nel 1987 in seguito ad un cedimento, sotto il cimitero del Pianto e precisamente al di sotto del piazzale antistante la Chiesa di Santa Maria del Pianto. Queste fortificazioni avevano concorso a creare intorno al nome di Neapolis una solida fama di inespugnabilità, confermata dalle fonti storiche relative alla guerra Annibalica ( 218-202 a.C. ) e al conflitto greco-gotico (VI secolo d.C.).

Una delle più antiche e tristemente nota porta d’accesso era Porta Carbonara o Porta di Santa Sofia (ancora prima Porta Pusteria). Il nome col quale il varco era maggiormente conosciuto derivava dal fatto che, nelle sue immediate vicinanze, vi era un luogo (il carbonarius, l’attuale via Carbonara) nel quale venivano versati ed inceneriti i rifiuti raccolti all’interno della cinta urbana.

La porta sorgeva alla fine del Decumano Superiore che insieme al Decumano Maggiore e al Decumano Inferiore costituiva una delle tre strade progettate in epoca greca e che attraversavano in tutta la loro lunghezza l’antica Neapolis. La porta di Santa Sofia passa alla storia come inconsapevole e involontaria complice dell’invasione nemica, in ben due epoche storiche molto distanti fra loro.

Nel 537, il Generale bizantino Bellisario, si accampò di fronte alla Porta di Santa Sofia, determinato a prendere Napoli, per fame e per sete. Tuttavia il suo lungo assedio, non riuscì a scalfire la forte determinazione della popolazione, fino a quando alcuni suoi soldati e forse qualche napoletano non trovarono la via sotterranea: un ramo dell’antico acquedotto greco della Bolla. Vi scesero da un pozzo fuori le mura e riemersero da un altro pozzo dentro le mura, oggi sepolte sotto la cortina di palazzi fra via San Giovanni a Carbonara e via Cesare Rosaroll. Una volta aperta la porta di Santa Sofia, l’esercito di Belisario entrò e fece strage di Goti e di Napoletani.

Nel 1442 toccò ad Alfonso V d’Aragona conquistare Napoli, passando per un pozzo vicino alla porta; come Belisario, accampò l’esercito comandato da Diomede Carafa dinanzi a Porta Santa Sofia. Anche lui utilizzò un pozzo che conduceva alla città, indicatogli da due pozzari stanchi dell’assedio e gli fu facile prendere la città, facendo entrare il resto delle truppe per la porta. Se Alfonso sapesse di Bellisario, magari leggendo le cronache di Procopio, storico delle guerre gotiche, rimane ancora oggi un mistero.

La porta fu abbattuta nel 1537, quando Don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli dal 1532 al 1553 per conto di Carlo V d’Asburgo, promosse l’allargamento delle mura ad occidente.

Vuoi partecipare anche tu a questa discussione?

Rispondi per lasciare il tuo messaggio in questa discussione