Forum - Napoli, la città 'd'o sole e d'o mare'

Amministratore
serena1O 17/12/2020 ore 07:10 Quota

(nessuno) [i]PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”












PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”




Come arrivò a Napoli questo affabile e bonario pittore? Perché è tanto importante per la nostra città?
Anton Smink Van Pitlo (la secoda “o” se la aggiunse lui) arrivò a Napoli nel 1815: figlio di ricchi commercianti, aveva 25 anni, era già un discreto pittore paesaggista ed entrò a far parte dell’entourage del conte russo Grigory Vladimirovich Orloff, politico, diplomatico ed estimatore d’arte. A Napoli affinò la sua abilità pittorica e di Napoli si innamorò: terra e mare; coste e isole; rovine antiche come Pompei, Ercolano e Paestum; nobili fortezze come Castel dell’Ovo; miti e leggende; palazzi, monumenti e oasi verdi; campagne e -soprattutto- il Vesuvio. Nel 1820 Pitloo fondò la “Scuola di Posillipo”, cui aderirono i più importanti vedutisti ottocenteschi, tra cui il più importante fu Giacinto Gigante. Hippolyte Taine, filosofo e critico letterario francese, scrisse in una sua lettera che percepiva la bellezza di Napoli più attraverso le vedute della “Scuola di Posillipo” che dalla realtà. Nel 1824 Pitloo vinse il concorso di professore dell’Accademia Borbonica di Belle Arti, prima in Italia. Adottato dai Napoletani, Il primo dei problemi che dovette affrontare fu la lingua: i pescatori e gli umili abitanti del Vico del Vasto a Chiaia (dove Anton aveva il suo studio-abitazione) non riuscivano a comprendere una parola di ciò che dicesse: lo consideravano un misero ed estroso personaggio e gli offrivano pagnotte, pesci ed altre cose da mangiare, per dimostrargli che lo considrevano “uno di loro" . Quanto al suo nome completo, era impronunciabile per qualunque napoletano. Nacquero così decine di storpiature che facevano ridere il pittore olandese, amante della spontaneità dei suoi nuovi amici. Alla fine, trovarono un accordo: i napoletani, dato il doppiaggio della o finale, lo battezzarono “Signor Pitlù”. Per gran parte della sua vita rese Napoli celebre nei suoi dipinti e, a sua volta, la città lo consacrò come grande pittore e lo adottò tra i propri figli illustri. Pitloo non abbandonò il capoluogo campano neanche quando scoppiò l’epidemia di colera di cui fu vittima nel 1837, a soli 48 anni. Al suo funerale parteciparono centinaia di persone, tutte affezionate a quel pittore olandese dai modi così semplici e simpatici
Giunone1960
Moderatore
Giunone1960 18/12/2020 ore 13:24 Quota

(nessuno) [i]PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”

Ammetto di non ricordare questo pittore,però sembrava una bella persona e i suoi dipinti sono del genere che adoro.Sono veramente belli e rilassanti,per me.Praticamente un olandese sbagliato.
serena1O
Amministratore
serena1O 19/12/2020 ore 18:18 Quota

(nessuno) [i]PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”

@Giunone1960 scrive:
PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”
Ammetto di non ricordare questo pittore,però sembrava una bella persona e i suoi dipinti sono del genere che adoro.Sono veramente belli e rilassanti,per me.Praticamente un olandese sbagliato.










Opere di Pitloo esposte nelle gallerie museali di palazzo Zevallos, a Napoli
serena1O
Amministratore
serena1O 19/12/2020 ore 18:22 Quota

(nessuno) [i]PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”












L'esatta dizione del nome è Anton Sminck Pitlo. Egli aggiunse a Napoli una seconda «o» al cognome probabilmente per sottolineare l'origine straniera; per gli artisti napoletani era il signor «Pitloo».

Cominciò da ragazzo a studiare disegno e pittura nella natia Arnhem, presso la scuola del pittore acquarellista H.J. van Ameron. Pitloo poté proseguire gli studi prima a Parigi, grazie a una borsa di studio offertagli da Luigi Bonaparte, per poi concludere nel 1811 l'iter accademico a Roma, tappa obbligata di ogni grand tour dove era già presente una folta comunità di artisti connazionali. Dopo la caduta di Bonaparte, Pitloo non poté più beneficiare del sussidio e venne inviato a Napoli presso il conte Gregorio Orloff, diplomatico russo ed estimatore d'arte, che gli offri una prima ospitalità.

Nel frattempo viaggiò instancabilmente, recandosi in Sicilia, in Svizzera e nuovamente a Roma, dove sposò Giulia Mori, sorella del noto incisore Ferdinando Mori. Egli, tuttavia, decise di stabilirsi definitivamente nella città borbonica, in quanto vi riconobbe una committenza ideale e un fecondo stimolo per la sua arte. A Napoli, infatti, Pitloo dipinse quadri dove fornì una personalissima interpretazione del nascente gusto romantico, destinata a essere particolarmente apprezzata dalle nuove generazioni di pittori. Fu per questo motivo che nel 1820 aprì una scuola privata di pittura, attraverso la quale consolidò la propria fama collocandosi come capostipite della scuola di Posillipo. Alla scuola di Posillipo appartennero numerosi pittori, quasi tutti allievi di Pitloo, destinati a diventare fautori di una rinnovata fortuna della pittura di paesaggio: speciale menzione meritano, in tal senso, Giacinto Gigante, Salvatore Fergola, Gabriele Smargiassi, Teodoro Duclère, Achille Vianelli .

Nel 1822 Pitloo vide pienamente riconosciuti i suoi meriti quando ricevette la nomina di Professore Onorario presso il Reale Istituto di Belle Arti di Napoli. A testimonianza del suo riconoscimento pittorico, nel 1824 gli venne affidata la cattedra di paesaggio presso la medesima accademia per l'apprezzamento del suo dipinto Il boschetto di Francavilla al Chiatamone, oggi appartenente alle collezioni di palazzo Zevallos. Cominciarono tempi nuovi anche per l'Accademia che troverà in Pitloo un professore attento, puntuale e tutto dedito al lavoro. Tra i suoi allievi il pittore di origine tirolese Jean Grossgasteiger. Pitloo, infine, morì il 22 giugno del 1837, stroncato prematuramente dal colera.

Anton Sminck van Pitloo è considerato, insieme all'allievo Giacinto Gigante, fra gli esponenti più sensibili e significativi della cosiddetta «scuola di Posillipo». La novità ascrivibile a Pitloo sta nell'essersi definitivamente staccato dalla resa del dato puramente veristico ed illustrativo e, generalmente, dalla tradizionale pittura di paesaggio, da lui indirizzata verso sentieri di aggiornata modernità.

La tradizione paesaggistica ottocentesca, infatti, mirava ancora a una diretta restituzione del reale, dimostrandosi così ancora condizionata dal carattere analitico e documentaristico delle vedute di Jakob Philipp Hackert. Pitloo, al contrario, abbandona lo zelo indagatorio del vedutismo d'impronta classicista e approda a un'osservazione del dato naturalistico decisamente romantica, caratterizzata da una sensibile attenzione alle vibrazioni della luce e dei colori (rese quasi con occhio da impressionista) e dalla presenza di vive suggestioni personali derivanti dall'osservazione diretta dei luoghi. Altra novità introdotta da Pitloo fu l'impiego dell'innovativa tecnica della pittura a olio su carta montata su tela o cartone (la cosiddetta «carta intelata»); questo metodo, già sperimentato in Francia da Corot, fu accolto assai entusiasticamente dai posillipisti e certamente contribuì al rinnovamento in chiave romantica del paesaggismo napoletano, che sino ad allora veniva eseguita a cavalletto.

Molto significativa, oltre all'esperienza francese di Corot, è stata l'influenza di William Turner, pittore dal quale prese ispirazione per una libera interpretazione della natura e che, come hanno osservato Paolo Ricci e Raffaele Causa, certamente ha rappresentato per il Pitloo «una nuova via per approfondire il problema della luce senza turbare l'ordine stabilito dalla sua visione naturale». Anche la formazione romana ha fornito uno stimolo sostanziale al Pitloo, che risultò affascinato dagli «irreali tagli di luce e le sospese atmosfere dei miti meriggi respirati nella città Eterna», fenomeni atmosferici che «corroborarono la nordica visione descrittiva dell'olandese con un lirismo ottico impetrato attraverso l'aggressione sensoria del colore, avvolge, quasi una macchia corottiana» (Michelangelo Agostin





IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 20/12/2020 ore 22:01 Quota

(nessuno) [i]PITLOO, L’OLANDESE CHE DIPINSE NAPOLI, DA LUI DEFINITA “UN DIPINTO DI DIO”

Se in tante parti del mondo i pittori e gli artisti dovevano usare la propria fantasia per creare mondi fantastici, con paesaggi e panorami mozzafiato nei propri dipinti, a Napoli non fu mai così e ce lo dimostra Anton Sminck Van Pitloo, pittore olandese che dimostrò l’arte nel rappresentare fedelmente la natur, perché la fantasia non avrebbe potuto creare nulla di più bello di quanto non esistesse già nella realtà: l’azzurro del mare mescolato ai colori dei mille fiori della costa di Posillipo; il fumo del Vesuvio che sembrava perdersi in un cielo azzurro come uno zaffiro. Nacque così la Scuola di Posillipo, che riunì a Napoli i più importanti pittori del 1800.



Il Grand Tour e Napoli
Il XIX Secolo, infatti, era l’epoca del Grand Tour, quella eccentrica moda nata in Inghilterra fra gli uomini ricchi: forti delle nuove scoperte tecnologiche e di un mondo che all’epoca era ai piedi di una piccola isoletta ai margini dell’Europa, centinaia di intellettuali, artisti e possidenti cominciarono a viaggiare in giro per il mondo, alla scoperta di nuovi paesaggi: la meta preferita era proprio il Sud Italia.

E così, in un viavai di ricchissimi turisti che visitavano Napoli ogni anno, gli ordini di quadri e souvenir erano numerosissimi e fecero anche la fortuna dei pittori più modesti: ci sono ancora oggi vedute del Golfo di Napoli a San Pietroburgo, a Parigi, ad Amsterdam, a Londra, Liverpool ed in tutte le città d’Europa.
Eppure, il padre dei paesaggi napoletani non fu un napoletano, ma un olandese, conosciuto come Antonio Pitloo.



Anton Sminck Van Pitloo giunge a Napoli
Nato nel 1790 ad Arnhem, un paesino nell’entroterra dei Paesi Bassi, Antonie Sminck Van Pitlo, era l’ultimo figlio di una ricchissima famiglia di commercianti olandesi.
Amante dei viaggi, decise di cominciare la carriera da artista fra Parigi e Roma, grazie al sostegno di Luigi Bonaparte.

Il suo incontro con Napoli fu però fortuito: dopo la caduta di Bonaparte non poté più pagarsi gli studi romani e fu costretto a cercare una nuova meta in cui viaggiare. Un giorno vide un quadro del golfo di Napoli e si innamorò dei colori e della vita che gli avrebbe promesso la città che lui stesso definì “un dipinto di Dio“.

Trasferito a Napoli con in mano qualche tela, i soldi della famiglia e tante speranze, decise di stabilirsi sulla spiaggia di Chiaia, che rimase sempre uno dei suoi luoghi più amati.



La barriera linguistica
Il primo dei problemi che affrontò, però, fu la lingua: i pescatori e l’umile gente che abitava il Vico del Vasto a Chiaia, infatti, non riuscivano a comprendere una parola di ciò che dicesse il pittore. Anzi, spesso, credendolo semplicemente pazzo, gli regalavano pagnotte, pesci ed altre cose da mangiare, per accogliere il nuovo arrivato.

Per non parlare del nome: Antonie Sminck Van Pitlo era impronunciabile per qualunque napoletano. Nacquero così decine di storpiature che facevano ridere il pittore olandese, amante della spontaneità dei suoi nuovi amici. Nell’ignoranza, poi, tutti trovarono un accordo: i napoletani, anche i più dotti, lo battezzarono “signor Pitloo“, perché, d’altronde, tutti gli stranieri hanno un cognome con due o.
E così diventò per tutti il “Signor Pitlù” (o Pitlò!), perché, altra regola universale, in Italia le due “o” finali nel cognome si leggono sempre all’inglese, anche quando si è olandesi.

Gli stessi funzionari dell’antica capitale borbonica avevano numerose difficoltà nello scrivere il suo nome e così, quando fu invitato a diventare professore dell’Accademia di Belle Arti, Pitlo decise di napoletanizzarsi del tutto: cominciò lui stesso a firmarsi Antonio Pitloo sui documenti ufficiali e sulle sue opere, proprio come veniva chiamato dai pescatori di Chiaia. Così, da ospite imbarazzato, in pochi anni diventò un olandese napoletano.



Pitloo e la Scuola di Posillipo
Nel 1810 fondò poi una scuola di pittura nella quale si formarono i più importanti pittori paesaggisti napoletani, fra cui Giacinto Gigante e Teodoro Duclère (il cognome inganna: è nato e morto a Napoli!).

Eppure, la città che tanto amò e che visse con tanto sentimento, lo tradì. Durante il 1837 ci fu una epidemia di colera e proprio il signor Pitloo fu una delle prime vittime del morbo, a soli 48 anni.

Al suo funerale parteciparono centinaia di persone, tutte affezionate a quel pittore olandese dai modi così semplici e simpatici che, nessuno lo previde, fu anche il padre della pittura en plein air divenuta famosa in Francia vent’anni dopo, con gli impressionisti.

Ed oggi al Vomero il suo nome è ricordato ancora come “Via Pitloo“.

Vuoi partecipare anche tu a questa discussione?

Rispondi per lasciare il tuo messaggio in questa discussione