Forum - Napoli, la città 'd'o sole e d'o mare'

Amministratore
serena1O 08/12/2020 ore 17:45 Quota

(nessuno) A PROPOSITO DEL VACCINO ANTICOVID: I PRECEDENTI NAPOLETANI IL VAIOLO







A PROPOSITO DEL VACCINO ANTICOVID: I PRECEDENTI NAPOLETANI IL VAIOLO
Nel ‘700 anche nel Regno di Napoli scoppiò il vaiolo, la malattia infettiva più diffusa e più grave nell’Europa di quel tempo, che causava la morte di una persona malata su sei moriva, ma non solo: chi non lo contraeva in forma maligna e letale spesso restava cieco o deforme. Alla metà del secolo si contavano 60 milioni di morti, soprattutto bambini, e solo negli stati italiani erano stati colpiti sei giovani su dieci. Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III di Spagna, ne morì a 30 anni, nel settembre del 1777. Fu allora che Il fratello Ferdinando, re di Napoli e Sicilia, decise di seguire l’esempio della suocera Maria Teresa d’Asburgo, che aveva fatto immunizzare i figli attraverso la “variolizzazione, cioè l’inoculazione di materiale pustoloso prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi e in via di guarigione. La pratica era osteggiata in molti ambienti religiosi, perché “andava contro la volontà di Dio”, e -ìnoltre- non era priva di rischi. Ma, tra i primissimi a validare l’inoculazione c’era il medico pugliese Domenico Cotugno, che a Napoli, nel 1769, aveva pubblicato il ‘De sedibus variolarum syntagma’ e re Ferdinando, sfidando le paure diffuse, incaricò il medico pisano Angelo Maria Gatti, esperto della pratica, di “variolizzare” lui e la moglie Maria Carolina; poi, dopo la morte del figlio Carlo Tito, di appena tre anni, fece variolizzare il piccolo Francesco, nuovo erede al trono di un anno di età e anche le sorelle maggiori Maria Teresa e Maria Luisa. La variolizzazione fu resa obbligatoria anche per i ragazzi della Real Colonia delle Seterie di San Leucio. Nel 1801 il re chiamò poi due medici inglesi, Joseph Marshall e John Walker per immunizzare i marinai britannici di stanza in Sicilia, e avviò quello che è da considerarsi il primo programma di vaccinazione su larga scala e furono variolizzati oltre diecimila orfanelli e trovatelli delle giurisdizioni del Regno. Nell’agosto del 1802, il Re istituì un apposito organismo sanitario, la Direzione Vaccinica, con sede nel Real Albergo dei Poveri di Napoli e succursali nelle altre province del regno. Tra il 1803 e il 1810, il giovane medico napoletano Gennaro Galbiati, chirurgo ostetrico dell’Ospedale degli Incurabili e allievo di Domenico Cotugno, perfezionò l’inoculazione, rendendola più sicura ed efficace. Il suo metodo si rifaceva alla scoperta dal medico inglese Edward Jenner, il quale aveva intuito che inoculando il più blando vaiolo degli animali anziché quello umano si sarebbe ottenuta ugualmente l’immunità. Galbiati, per evitare che con queste inoculazioni si trasmettessero anche altre patologie infettive (soprattutto la sifilide) trasferiva prima il materiale infetto in vacche giovani e sane, e poi da queste lo ritrasferiva all’uomo. Avversata negli ambienti più conservatori, la vaccinazione da animale a uomo fu interrotta durante il breve periodo di dominazione francese a Napoli, poi Ferdinando, appena recuperato il trono di Napoli, rese obbligatoria con severe norme la vaccinazione dei bambini del regno, per la prima volta negli stati d’Italia. Con il Decreto n. 141 del 6 novembre 1821 “riguardante la inoculazione del vaccino vajuolo”. Lo stesso sovrano operò per scoraggiare il fronte antivaccino. Per persuadere gli scettici usò l’arma della fede con l’incentivo di una lotteria nazionale: il nome del fortunato vaccinato estratto avrebbe vinto una somma cospicua di denaro.
EPILOGO: Sotto i Savoia in un primo tempo il pregiudizio contro il vaccino antivaiolo riprese a circolare, ma nel 1864, durante un convegno medico a Lione, un brillante allievo di Gennaro Galbiati, Ferdinando Palasciano, rese nota in ambito internazionale l’ormai sessantennale esperienza napoletana. Il medico invitò a Napoli chiunque volesse visitare gli stabilimenti sorti per produrre il vaccino industriale di derivazione animale messo a punto dal suo maestro. Lo stesso metodo fu poi adottato dall’intera comunità scientifica mondiale.
Giunone1960
Moderatore
Giunone1960 08/12/2020 ore 21:48 Quota

(nessuno) A PROPOSITO DEL VACCINO ANTICOVID: I PRECEDENTI NAPOLETANI IL VAIOLO

E mi pareva che il nostro Ferdinando di Borbone non ci pensava in un periodo in cui l'ignoranza era ancora diffusa e le vaccinazioni rischiose.Ai miei tempi ancora si praticava l'antivaiolosa mentre oggi mi pare che nessuno la faccia più.Per il covid,non so cosa dire,onestamente non me la sento di farmi vaccinare,non mi fido tanto e poi le dicerie che ci mettono pure chip e chissà che altro...vedremo.
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 08/12/2020 ore 22:35 Quota

(nessuno) A PROPOSITO DEL VACCINO ANTICOVID: I PRECEDENTI NAPOLETANI IL VAIOLO

Napoli, il vaccino si utilizzava già dal 1700. I Borbone portarono avanti una grande campagna contro il vaiolo.




Il Vaccino made in Napoli contro il Covid-19 potrebbe salvare milioni di vite. “Buone notizie sul fronte del vaccino anti-COVID. Dagli studi in corso sembra ci siano buone probabilità che la molecola messa a punto da Pfizer possa dare buoni risultati nella lotta al COVID19. Il vaccino agisce in particolare sulla produzione di anticorpi nei pazienti sintomatici. Siamo cautamente ottimisti. Speriamo che il tempo e l’osservazione scientifica ci diano delle risposte per tirare davvero un sospiro di sollievo in un momento che, più che mai, sta mettendo a dura prova tutti noi”. Così il professor Paolo Ascierto annuncia gli ultimi dati sul vaccino napoletano.

Napoli sul fronte vaccini ha una storia antica che non tutti conoscono. Lo scrittore Angelo Forgione, ha racconta la battaglia sanitaria intrapresa dai dei Borbone contro il Vaiolo.

IL VAIOLO
Oggi combattiamo contro il coronavirus, nel Settecento il flagello endemico era il variola, causa del vaiolo. Era la malattia infettiva più diffusa e più grave nell’Europa di quel tempo. Spaventava tutti, dacché colpiva giovani e bambini. Una persona malata su sei moriva. Chi non lo contraeva in forma maligna e letale facilmente restava cieco o deforme. Alla metà del secolo si contavano 60 milioni di morti, soprattutto bambini, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci.

Anche Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III di Spagna, morì a 30 anni, nel settembre del 1777, affetto dalla malattia. Il fratello Ferdinando, re di Napoli e Sicilia, scosso dal lutto, seguì l’esempio della suocera Maria Teresa d’Asburgo. L’illuminata imperatrice aveva fatto immunizzare i figli attraverso la “variolizzazione”. Si trattava di un metodo di prevenzione anti-vaiolo sperimentato in terra ottomana. Funziona mediante inoculazione di materiale pustoloso prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi e in via di guarigione.

L’INTUIZIONE DI DOMENICO COTUGNO
La pratica era ostacolata dalla superstizione di certi ambienti religiosi, per i quali infettarsi da persona sana significava andare contro la volontà di Dio. Era anche di difficile accettazione visto che non era immune da rischi.

Le persone inoculate, oltre a divenire veicolo di contagio, potevano contrarre la malattia in forma grave e morire. Tra i primissimi a validare l’inoculazione c’era il medico pugliese Domenico Cotugno, che a Napoli, nel 1769, aveva pubblicato il ‘De sedibus variolarum syntagma’. Cotugno sosteneva l’ancora delicata pratica.
Ferdinando, con grandissimo coraggio e sfidando le paure diffuse, incaricò il medico pisano Angelo Maria Gatti, esperto della pratica, di “variolizzazarlo”. La decisione suscitò da Madrid la contrarietà di suo padre, il cattolicissimo Carlo III.

Cattolico era pure Ferdinando, ma aveva sposato una figlia di Maria Teresa d’Asburgo. La giovane Maria Carolina era persona assai colta e ben disposta ai progressi della scienza. Così, nel marzo del 1778, a 26 anni, il Re si fece inoculare, al pari della quasi coetanea consorte. Ferdinando scrisse al padre che, dopo un bel po’ di pustole comparse sul viso e sul corpo, le cose procedevano bene e si sentiva più tranquillo.

LA VARIOLIZZAZIONE
Le inoculazioni divennero sempre più una priorità per Ferdinando e Maria Carolina dopo l’ancor più dolorosa morte dell’amato primogenito, il piccolo Carlo Tito, scomparso per il vaiolo nove mesi dopo, a soli tre anni. E dunque la coppia reale fece variolizzare il piccolo Francesco, nuovo erede al trono di un anno di età. Poi toccò alle sorelle maggiori Maria Teresa e Maria Luisa. Poi ordinarono l’inoculazione obbligatoria per i ragazzi dell’appena costituita Real colonia delle Seterie di San Leucio, dove esisteva una vaccheria per l’allevamento delle vacche sarde. Il virus infettava non solo gli uomini ma anche i bovini. Gli animali trasmettevano il virus alle mungitrici, in forma più blanda e con lesioni limitate alle mani.
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 08/12/2020 ore 23:00 Quota

(nessuno) A PROPOSITO DEL VACCINO ANTICOVID: I PRECEDENTI NAPOLETANI IL VAIOLO


Il Movimento Neoborbonico ha inviato al ministro Lorenzin una copia del decreto borbonico sui vaccini.

Senza entrare nel merito della recente decisione del governo sulla obbligatorietà dei vaccini, se diamo un occhio alla storia, scopriamo ancora una volta che Napoli e il Sud erano primi e non solo in Italia. Quasi un milione e mezzo coloro che (gratuitamente) furono vaccinati contro il vaiolo nel Regno solo tra il 1777 e il 1832 e grazie all’azione di apposite Giunte Vacciniche, di ricerche e pubblicazioni e della chiesa.

Con il Decreto n. 141 del 6 Novembre 1821, Ferdinando I di Borbone sanciva l’obbligatorietà della vaccinazione nel Regno delle Due Sicilie prevedendo misure punitive per i trasgressori (i parroci dovevano rilasciare ad ogni vaccinato un cartellino attestante l’avvenuta vaccinazione ed avere un registro dei bambini vaccinati della parrocchia).

I (tanti) primati borbonici erano lo specchio di una realtà e di un clima politico, culturale ed economico e la sanità (non fate paragoni con il presente!) era un vero e proprio fiore all’occhiello per i Borbone e per il nostro Sud: 9390 nel 1860 i medici e i chirurghi per 9 milioni di abitanti nelle Due Sicilie (7087 su 13 milioni per il resto dell’Italia), 80 gli ospedali e nel 1817 un decreto sempre di Ferdinando I organizzò l’intero sistema sanitario con criteri che sarebbero stati imitati fino ad oggi.

Vuoi partecipare anche tu a questa discussione?

Rispondi per lasciare il tuo messaggio in questa discussione