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IOXSONGXLEGGEND 30/11/2020 ore 23:48 Quota

(nessuno) Nel 1969 un musicista chiamato Jim Sullivan registrò un album chiamato 'U.F.O.'.

Probabilmente non avete mai sentito parlare di Jim Sullivan. Non ebbe mai molto sucesso. Fu un musicista americano che rilasciò il primo album, U.F.O., nel 1969, e che si esibì per le folle a lui fedeli a Malibu, California, all'inizio degli anni '70.

Nel 1975, Jim Sullivan lasciò Los Angeles, da solo, diretto verso Nashville. A quanto pare voleva prendersi una pausa dalla moglie e dal figlio. Ma non arrivò mai a destinazione: da qualche parte, nel deserto del New Mexico, sparì e nessuno lo vide mai più. Più di recente, dopo la sua scomparsa, il suo album U.F.O. venne pubblicato una seconda volta, da una piccola etichetta discografica chiamata Light in the Attic Records, di un certo Matt Sullivan (stesso cognome ma nessuna relazione). "Mi sono imbattuto nell'album su un blog che parlava di musica incentrato su pezzi poco conosciuti; ha catturato subito la mia attenzione" ha detto Sullivan. La sparizione di Jim Sullivan è resa molto più inquietante dal testo criptico delle sue tracce. In U.F.O., egli parla di lunghi highways, e di lasciare la sua famiglia per essere rapito dagli alieni del deserto. A tutti gli effetti, queste parole suonano come una tetra profezia del destino stesso dell'artista.

Dopo aver lasciato Los Angeles, il 4 marzo 1975, Jim Sullivan guidò verso Nashville da solo, nella sua Volkswagen Beetle. Il giorno dopo egli venne fermato da un ufficiale di pattuglia delle highways, e poco dopo chiese una stanza a La Mesa Motel di Santa Rosa, nel New Mexico. Ma a quanto pare non dormì mai laggiù: lasciò la chiave nella stanza e comprò della vodka in paese. Venne visto il giorno successivo mentre si recava verso un ranch a qualche decina di kilometri di distanza. In seguito la sua auto venne trovata abbandonata in quello stesso ranch, e pare che venne visto mentre si allontanava. L'auto di Jim Sullivan conteneva denaro, chitarre, vestiti e una scatola con dischi invenduti. Non venne visto mai più, e le spiegazioni circa la sua scomparsa furono le più svariate: si dice che fu assassinato, che si sia perso o, appunto, che sia stato rapito dagli alieni...

serena1O
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serena1O 02/12/2020 ore 19:03 Quota

(nessuno) Nel 1969 un musicista chiamato Jim Sullivan registrò un album chiamato 'U.F.O.'.

Questo disco di Jim Sullivan si trascina una storia che farebbe invidia agli investigatori dell’ignoto. Prima dell’ analisi accurata di questo album è doverosa una prefazione che inquadri un po’ il tutto. Una storia che nasce nel 1969, quando viene alla luce appunto U.F.O, un album straordinariamente ben riuscito e incline alle più azzeccate visioni del folk cantautoriale del centro America. Ma andiamo con ordine, Jim Sullivan era il classico ragazzo che nutriva sogni tre volte più grandi di lui, frequentava attori e musicisti della scena West Coast, strizzava l’occhio al grande cinema (lo troviamo in Easy Rider in un piccolissimo cameo) e adorava gingillare fra i volti noti del periodo. Uno su tutti era l’attore Al Dobbs, che in quel periodo decise d’investire un po’ del suo denaro nella discografia dando vita ad un etichetta, la Monnie Records, ingaggiando appunto l’amico di sempre Jim. Il disco di Sullivan in realtà non venne mai distribuito, rimase come sospeso in una realtà distorta e poco leggibile. Per suggellare questo scenario mistico ci pensa il fato quando, nel Marzo del 1975 in New Mexico, viene ritrovata l’auto del musicista abbandonata nei pressi di Santa Rosa. Di Jim Sullivan nessuna traccia, scomparso misteriosamente. Le fonti più vicine al cantante si sbizzarrivano con le ipotesi più disparate, chi puntava il dito a faide e loschi banditi del posto, chi asseriva che si fosse semplicemente perso nel deserto. Ma c’era un sospetto che aveva in sé qualcosa di fondato o meglio, qualcosa che rendesse il tutto ancora più arcano: il nostro caro amico è stato rapito dagli alieni! Ecco, io francamente non sono un fautore degli omini verdi o di dischi che svolazzano qua e la, però è vero anche che tutto il quadro “probatorio” ( ricordiamoci che il suo unico ed ultimo album ha un titolo che sa di presagio!) suggerisce un aspetto quanto meno enigmatico. Come sempre non sapremo mai la verità, nessuno risponderà ai mille quesiti che ci siamo potuti formulare negli anni. Ci rimane di concreto questo album, ripescato e distribuito dalla Light in the attic come a voler chiudere un capitolo aperto da oltre quarant’anni. Come dicevo è un lavoro pienamente folk, scritto ed eseguito con una cura certosina ( anche qui, sembra poco un esordio, sembra si volesse “lasciare” qualcosa di più sostanzioso e duraturo.). Ci sono aspetti e atteggiamenti blues in Sandman, che ricordano Willie Dixon e caratteri decisamente più funky in Plain as your eyes, dove emerge un cantato davvero coinvolgente e sopraffino, per non parlare degli accenti di chitarra che ci aggiunge Sullivan a ricordarci la sua principale natura di chitarrista. Intima e oscura invece Rosey , avvolta in un drappo di archi così insistenti da risultar ipnotici. Roll back the time era il brano, che ai tempi, fu scelto come il più indicativo, ad oggi mi trovo concorde, è una sintesi delle caratteristiche vocali e musicali del pacchetto Sulliviano. Un folk galoppante ed energico, melodico e invitante, forte di un finger picking incessante e decorato. La title track è un pezzo che leggermente si scosta dall’intero atteggiamento fin qui visto, l’aggiunta di fiati serrati in un sottofondo di archi dona all’intero scenario un sound da colonna sonora, tipico degli anni sessanta, mi viene da pensare a Goldfinger di Shirley Bassey del 1964. Questo disco è un eco che dura da tempo ormai, una realtà che rimase, come ho detto, sospesa immotivatamente. Serviva cristallizzarlo, rendergli la giusta dimensione. Una scelta provvidenziale e azzeccata da parte di questa etichetta di Seattle di dar luce e merito ad un album che, oggi, suona fresco e dinamico, quasi a voler smentire i suoi quarantuno anni.

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