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serena1O 07/01/2017 ore 07:02 Quota

(nessuno) UNA RIFLESSIONE: L’EPIFANIA

Epifania deriva dal greco “epipháneia”, che significa “rivelazione - manifestazione”. I Magi provenivano dalla Mesopotamia o dalla Persia, popoli con una grande cultura astrologica. Essi avevano riconosciuto, attraverso lo studio dei loro libri, l’evento che stava per manifestarsi. Gli israeliti, nonostante possedessero le Sacre Scritture, non compresero l’importanza di quello che stava per accadere. Gesù, attraverso i Magi ha seminato il suo primo seme, che è capace di crescere anche al di fuori della cristianità. Per questo nella solennità dell’Epifania si celebra la unificazione dei popoli. Egli è il Re di tutti i popoli; è il compimento del cammino e delle aspirazioni di ogni uomo: per mezzo di Lui e in vista di Lui sono state fatte tutte le cose (Colossesi 1, 16). Non è la Parola di Dio, ma la tradizione, che ci definisce il numero dei Magi e la loro regalità. Essi portano con se tre doni: oro, simbolo della regalità di Gesù; incenso, simbolo del culto divino che si può offrire solo a Dio; mirra, che a quel tempo serviva per curare le ferite e imbalsamare i defunti. Posso essere anche io cercatore di Gesù, come i Magi? Anche io posso offrirGli oro, incenso e mirra?
Offro ORO a Gesù, nel momento in cui lo faccio regnare nel mio cuore, nella mia vita, nella mia casa.
Offro INCENSO quando faccio del mio cuore una piccola chiesa, luogo di preghiera, di adorazione, di ascolto della Parola di Dio, di accoglienza a Gesù, come Signore e Salvatore.
Offro MIRRA quando mi accorgo delle sofferenze degli altri, dei loro problemi, delle loro difficoltà e comincio a stendere le mani per medicare e fasciare tutte quelle ferite che nascono dalla povertà, dalla solitudine, dalla disperazione, dall’ignoranza, da mancanza d’affetto e amore, dall’emarginazione sociale e dal razzismo; quelle ferite provocate da rancori, da risentimenti, da odio, da incomprensioni.
Sono chiamato a essere “epifania” di Dio, cioè manifestazione dell’Amore che Gesù ha messo nel mio cuore. Sono chiamato a essere dono per gli altri.
IOXSONGXLEGGEND
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IOXSONGXLEGGEND 07/01/2017 ore 07:33 Quota

(nessuno) UNA RIFLESSIONE: L’EPIFANIA

"Epifania, tutte le feste si porta via" è il tradizionale detto che indica come le festività natalizie si concludano con tale giorno, mettendo fine a quel clima gioioso che rende questo periodo dell'anno tanto speciale. I bambini, in particolare, salutano il 6 gennaio con un po' di tristezza, poiché il ritorno a scuola è prossimo. Tuttavia la Befana, collega di Babbo Natale, contribuisce a rendere questo giorno comunque allegro portando doni e calze ripiene di dolciumi.
Gli adulti, invece, a quanto pare dopo il 1 gennaio già dismettono l'abito della festa per tornare all'abituale routine. Ma per quale motivo? E' vero che crescendo si diventa più seri, ma perché rinunciare a un altro momento di gioia? Forse il problema sta nel significato che si dà a quel giorno di festa e allo stesso termine "festa": interminabili mangiate con annessa riunione di parenti che ad alcuni piace, e alle quali molti sono insofferenti.
L'Epifania viene così relegata a festa minore, con forse un po' di disappunto dei tre Magi, che hanno percorso chilometri e chilometri nel deserto fino a Betlemme e poi nessuno li prende in considerazione. Anzi, se arrivassero a Betlemme ora, troverebbero pure la strada sbarrata da un muro. Bell'affare.
In realtà l'Epifania (che per tantissimi è ormai soltanto "La Befana") è tutt'altro che una festività di second'ordine. Gesù è nato, ma che senso avrebbe avuto questa nascita, se fosse rimasta tra pochi intimi? Che senso avrebbe avuto se non fosse stata manifestata al mondo? La salvezza arriva per tutti, nessuno escluso. E' questo il senso dell'Epifania.
Viviamo in un mondo sempre più secolare, in cui se va bene quella di Gesù Bambino spesso è solo una favola per bambini, altrimenti non lo si nomina proprio, surclassato dal più brioso Babbo Natale. Eppure proprio in questo mondo tanto segnato da guerre non bisognerebbe abolire la presenza di un Dio che si fa carne, di un infinito che scende nel finito per riscattarlo dai suoi tanti mali. E' vero, siamo stanchi di sentirci ripetere sempre che in quanto uomini siamo pieni di colpa e di peccato. Chi può sostenere questa visione, soprattutto in quei luoghi del pianeta dove tutto sembra a portata di mano? Possibile che questo Dio sia una figura che vuol tenere tutti sottomessi con l'idea che noi non siamo nessuno e lui è tutto? Probabilmente la Chiesa, nei secoli, ha difettato un po' di comunicazione (e fa un po' ridere, se pensiamo che parla di un Dio che inviava nientepopodimeno che l'arcangelo Gabriele per parlare con gli uomini); ma dobbiamo pur contestualizzare questo approccio con i periodi storici, con la necessità di guidare masse crescenti di persone, con la presenza di personalità grandissime, eccelse, ma anche di figure non proprio edificanti tra le fila ecclesiastiche. Dobbiamo contestualizzarlo con lo spirito dei tempi, con il fatto che la Chiesa che conosciamo oggi è emersa da un contesto quale quello della caduta dell'Impero romano, momento catastrofico che nella storia dell'Occidente non ha avuto eguali secondo l'opinione collettiva (almeno fino ad anni relativamente recenti) e dunque da un certo tipo di mentalità. E così a molti la favola di Gesù ha stancato, e molti la rifuggono. Oggi la pastorale, per fortuna, va in un'altra direzione. Anche se, in fondo, non fa mai male riflettere sul fatto che siamo fatti così, impastati un po' di fango e un po' di cielo.
Fra una manciata di ore, dunque, sarà quel giorno solenne e dovremmo imparare a vivere ancora nell'attesa che qualcosa stia per accadere. Nell'attesa che stiamo ancora per incontrare Qualcuno. Non è vero, a ben guardare, che l'Epifania porta via ogni festa: anzi, è proprio con questo incontro che ha inizio la più bella delle feste, quella della Vita, con le sue fatiche e gioie, i dolori e le sue bellezze.
Sono sempre di più gli spazi in cui di quello che era l'originario e indiscusso protagonista del Natale non v'è traccia, sebbene si continui a chiamarlo con questa parola che indica che qualcuno sarà pur nato. E' comprensibile, perché in una società complessa non è detto che tutti siano credenti. Però fa riflettere il fatto che dia tanto fastidio un personaggio che ha avuto grandezza sia nel vivere che nel morire, a prescindere dal fatto che sia esistito realmente, non sia esistito o che sia stato Dio o meno. Nell'idea cristiana della vita c'è questa tensione alla pienezza, al non vivere sottotono o a metà. C'è questa aspirazione a non sprecare i talenti, a essere fruttuosi. Sorge dunque spontaneo domandarsi com'è che Babbo Natale e la Befana e i folletti dei giocattoli diano molto meno incomodo al razionalismo contemporaneo, pur non avendo nulla da invidiare in fatto di fantasia che li ha partoriti. Forse perché proprio quella tensione richiede un impegno a uscire dalla mediocrità e questo costa fatica? L'Epifania allora proprio questo ci ricorda: se Dio si manifesta al mondo, se Dio entra nella Storia, non possiamo essere indifferenti, non possiamo ignorare questa spinta verso l'alto a cui tutti siamo in qualche modo destinati. Per questo va attesa, va preparata, va celebrata. I fuochi d'artificio più belli sono alla fine di ogni spettacolo: se l'Epifania viene come ultima delle feste natalizie, un motivo certo ci deve essere.

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