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serena.10
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serena.10 05/09/2016 ore 13:43

(nessuno) Domenico Cotugno, destino da medico










Domenico Cotugno, destino da medico: a Napoli non si poteva morire senza il suo permesso



A Napoli si diceva che nessuno potesse morire senza il suo permesso! Di chi parliamo? Di Domenico Cotugno, uno dei principali fondatori della medicina moderna. Nacque a Ruvo di Puglia (BA) nel 1736, da una modesta famiglia di contadini, ma all’età di 16 anni si trasferì a Napoli, che divenne ben presto la sua città “adottiva”.

Domenico era stato avviato agli studi umanistici e filosofici, ma subito si rese conto che le parole e i ragionamenti a poco gli servivano se non portavano a dei risultati concreti. Per questo, in terra partenopea, iniziò a coltivare le sue passioni più grandi: la scienza e la medicina. Ben presto il suo talento divenne una promessa di successo, visto che a soli 18 anni divenne assistente e poi medico dell’Ospedale degli Incurabili, sua più grande palestra di vita. Qui sostituì il titolare di chirurgia e, dopo la laurea conseguita presso la Scuola medica salernitana, tentò la carriera universitaria presso l’Ateneo di Napoli, dove, nel 1758, fu associato alla cattedra di notomia (anatomia descrittiva e patologica), della quale più tardi, appena trentenne, nel 1766, ottenne la titolarità.

I viaggi lo portarono spesso in giro per l’Italia e per il mondo, e l’apice del suo girovagare lo ottenne quando a Vienna fece parte del seguito reale a causa dell’improvvisa malattia di Giuseppe Vairo, medico di camera e suo amico. La notizia ebbe una risonanza molto forte a Napoli, e non fu un caso, probabilmente, che dopo abbia sposato Ippolita Ruffo, vedova del duca Francesco di Bagnara, appartenente a una delle più antiche e illustri famiglie napoletane.

Durante i suoi viaggi Cotugno ha spesso manifestato interesse anche per ospedali, musei e biblioteche, e uno dei suoi obiettivi era quello di portare Napoli al livello delle altre grandi città europee, ma i suoi progetti si arenarono dopo la Rivoluzione del 1799 per la mancanza di un vero e proprio piano di riforma dello Stato.

In campo medico, molti furono i suoi successi: diede inizio a misure profilattiche contro la tubercolosi, fu Decano della facoltà di medicina, rettore della medesima università partenopea, proto-medico generale del Regno delle Due Sicilie. I suoi studi, inoltre, produssero molti risultati, soprattutto nel campo della neurologia e dell’anatomia sottile.

Da insegnante consigliava ai suoi allievi di indagare personalmente la natura, di liberarsi dall’assoggettamento nei confronti dei loro professori e di osservare tutto ciò che avevano intorno: “Ecco qual debba essere il vostro studio, la vostra applicazione, la vostra industria; non istancarvi mai di vederla, di conoscerla, d’ascoltarla. Le sue voci son mute, ma efficaci. Chi si familiarizza seco lei, diviene sacerdote suo vero”. Gli studenti, secondo Cotugno, dovevano entrare negli ospedali, nei laboratori, studiare i fenomeni attraverso la loro rappresentazione nella realtà, solo così sarebbero riusciti a dare il loro apporto alla scienza.

Apporto che lui, un ragazzo nato nella povertà e nell’assenza di cultura, è riuscito ad alimentare continuamente nel corso della vita, facendo da subito (e sempre) leva sulla volontà e la determinazione.

Come diceva De André “dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fiori”. Non esiste un “troppo poco” per realizzare qualcosa di veramente grande
serena.10
Partecipante
serena.10 05/09/2016 ore 13:50

(nessuno) Domenico Cotugno, destino da medico


Quasi tutti gli ospedali hanno, come le scuole pubbliche, un loro nome. In genere, si tratta del nome di un santo o di un signore che, nel novanta per cento dei casi, non sappiamo chi sia stato.
Mi pare perciò che nel caso del “Cotugno” sia importante, prima di parlare di questo pregevole e intelligente libro di Alfredo Bottone e di Giuseppe Morelli, “Storia dell’Ospedale Domenico Cotugno di Napoli”, accennare minimamente alla personalità di colui al quale l’ospedale è stato dedicato. Non era un napoletano di nascita, Cotugno, ma d’elezione: infatti aveva visto la luce a Ruvo di Puglia nel 1736, ma si era ben presto trasferito a Napoli per studiare. La scheda su di lui che i lettori troveranno all’interno del libro, asserisce con una certa discrezione che egli si mantenne agli studi “in maniera modesta”.
No, si mantenne a pane e fichi secchi, letteralmente. Sveniva talvolta per la fame. E riuscì a diventare un luminare della medicina, le sue pubblicazioni divennero testi fondamentali per gli studiosi europei. Cotugno appare ai miei occhi come un doppio emblema: è sì stato un grande medico e studioso di medicina, ma prima ancora era uno di quei ragazzi del sud di poverissima famiglia che riescono, per volontà, intelligenza e perseveranza a primeggiare. In un certo senso, quest’ospedale è anche un omaggio a tutti loro.
Scrivere la storia di un antico ospedale di una grande città, come hanno fatto Alfonso Bottone, giornalista e direttore di riviste, e Giuseppe Morelli, dirigente medico infettivologo di I livello, al “Cotugno” dal 1981, significa, a mio avviso, scrivere la storia dell’avanzamento culturale e civile di quella città.
A mio parere, la storia di una città, più che attraverso la narrazione delle sue vicissitudini storiche, della descrizione dei suoi palazzi, chiese, monumenti, dei suoi tesori d’arte, è possibile infatti leggerla e comprenderla meglio, dall’interno, attraverso la storia delle sue istituzioni pubbliche a disposizione dei cittadini come appunto ospedali, ex manicomi, scuole, trasporti, servizi, eccetera.
E dunque ben venga questo libro che non solo ci racconta del “Cotugno” dalla sua fondazione nel 1884 quale ospedale municipale per le malattie infettive (che è già un fatto innovativo in sè, in quanto fino alla prima metà dell’800 per questi tipi di malattie c’erano solo i lazzaretti che più che luoghi di cura erano luoghi d’isolamento) ad oggi, anche con qualche apertura sui propositi futuri, ma estende l’indagine soprattutto alla risposta data dall’ospedale nei momenti di crisi, vale a dire di fronte alle epidemie.
Andatevi per esempio a leggere le straordinarie, avvincenti pagine raccolte ne “I giorni della grande paura” che riguardano il colera del 1973, quando l’ospedale si trasformò, come scrisse un giornalista tedesco, in un “tempio della speranza per combattere la morte”.
E c’è un altro capitolo che mi è apparso estremamente interessante.
Quello che ha per titolo “Testimonianze degli operatori”. Si tratta di brevi note scritte dai medici primari e dai funzionari amministrativi che attualmente agiscono nell’ospedale. I curatori quasi se ne scusano con i lettori. E invece credo sia fondamentale conoscere non solo la biografia professionale di questi medici, ma anche sapere cosa pensano in merito al loro lavoro e alle condizioni in cui esso si svolge. Per me, alcune di queste brevi note sono state materia di riflessione. Per esempio, leggendo le pochissime righe del primario infettivologo Egidio Izzo che iniziano semplicemente così: “Sono 39 anni che lavoro al Cotugno. Primario dal 1993. Insomma, questo ospedale è stato ed è la mia vita”. Oppure la testimonianza del dottor Balestrieri, quando racconta come nei giorni della grande paura del colera i medici, gli infermieri e tutto il personale dovettero restare in quarantena con gli ammalati arrangiandosi alla meglio in qualche stanza momentaneamente non occupata per recuperare qualche avara ora di sonno (lavoravano ininterrottamente 24 ore su 24).
E’ un libro tutto da leggere per capire molte cose su quell’organismo vivente che è un grande ospedale pubblico.
L’ho letto con autentica partecipazione. Con l’occhio di un cittadino che, non si sa mai nella vita, potrebbe anche esserne un probabile paziente.
Perché io credo nelle istituzioni pubbliche e di esse mi sono servito tutte le volte che ne ho avuto bisogno io o qualche persona a me cara. Siamo stati operati magistralmente all’Oftalmico di Roma e al reparto di Cardiochirugia del Santo Spirito sempre di Roma.
Il risultato è stato che quando oggi io leggo sui giornali articoli sulla cosiddetta “malasanità” (termine troppo spesso usato a vanvera) sono portato a mettere sull’altro piatto della bilancia tutti gli infiniti episodi di “buonasanità” dei quali i giornali non parlano mai.
Perché fa più notizia un errore mortale che mille esiti positivi. E mai viene detto con quanta passione, con quanta dedizione, con quanta inventiva i medici di questi ospedali suppliscono alle carenze (quelle sì, vere!) di fondi che si tradurrebbero in un aumento della possibilità di salvezza di vite umane.
In questo libro c’è un capitolo dedicato alle “sfide future”.
Il mio augurio è che quelli del “Cotugno” queste sfide future le vincano tutte.






IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 05/09/2016 ore 13:50 Quota

(nessuno) Domenico Cotugno, destino da medico

Figlio di Michele e Chiara Assalemi si sa ben poco della sua infanzia: proveniva da una famiglia di modesti agricoltori di Ruvo di Puglia, fu accudito da una sorella della madre e familiarizzò con un cappuccino, frate Paolo, che lo aiutò nei primi anni di formazione, soprattutto presso il Seminario vescovile di Molfetta. Una volta ritornato a casa, si dedicò, per lo più da autodidatta, alla matematica e alla filosofia. La preparazione che ricevette nella cittadina natale fu prettamente umanistica e limitata a poche conoscenze scientifiche, anche se nel frattempo crebbe in lui la passione per le scienze naturali e per la medicina: è noto che, non potendo effettuare osservazioni dirette sui cadaveri, studiasse l'anatomia sugli animali che egli stesso sezionava. All'età di 16 anni si trasferì a Napoli, dove fu introdotto alla fisica e alla medicina, e da allora Cotugno non ritornò più nella cittadina pugliese. Nella città campana conobbe Antonio Genovesi, il quale lodò il giovane per «la bella scoverta degli acquedotti dell'orecchio». La stima era reciproca, in quanto Cotugno seguì la strada indicata dal filosofo di Castiglione: abbandonare le «sottigliezze» e la «ciarleria» per recuperare il valore pratico delle scienze. Dal 1754 divenne prima assistente poi medico dell'Ospedale degli Incurabili, che fu la sua vera palestra di sperimentazione medico-scientifica, dove sostituì il titolare di chirurgia, ammalato. Tale esperienza gli fornì l'occasione di sperimentare lo stretto legame tra anatomia e chirurgia.

Conseguita la laurea presso la Scuola medica salernitana nel 1756, incominciò ad impartire lezioni private di medicina, prima di tentare dei concorsi per l'insegnamento universitario, in particolare presso l'ateneo di Napoli. Qui, nel 1758, fu associato alla cattedra di notomia (anatomia descrittiva e patologica), della quale più tardi, appena trentenne, nel 1766, ottenne la titolarità. Ciò avvenne un anno dopo il suo viaggio, di circa tre mesi, per l'Italia. Del viaggio ha lasciato testimonianza nell'Iter Italicum Patavinum, che non è un insieme di considerazioni scientifiche ma un diario fatto di descrizioni paesaggistiche e vicende umane toccanti. Nell'opera non compaiono i motivi della sua peregrinazione, che però possono essere facilmente intuiti: il desiderio di conoscere nuove realtà geografiche e culturali, di lasciare la capitale dopo l'epidemia del 1764 a cui Cotugno aveva partecipato di persona e di incontrare gli scienziati che avevano discusso le sue teorie. A Roma visitò i principali monumenti con un accompagnatore, l'anatomista Natale Saliceti, dal quale volle sapere i particolari della vita di Giovanni Maria Lancisi. In effetti le caratteristiche delineate da Saliceti rappresentavano la figura ideale di medico professata da Cotugno: stare nelle grazie del Principe, occuparsi di studi difficili, essere amato da tutti ma, al contempo, non amare nessuno. A Bologna incontrò gli accademici del posto, mentre a Padova conobbe Giovanni Battista Morgagni. Sul celebre medico forlivese, una volta rientrato a Napoli, scrisse: «Egli è un uomo quanto savio tanto d'ottimo cuore, e sono a lui vivamente obligato, e lo sarò eternamente per le vere dimostrazioni d'amicizia, e cordialità che mi ha date». A Venezia s'incontrò con l'abate Stella, il quale descrisse a un Cotugno scettico le sue capacità di curare il mal di petto, facilitare il parto e rinvigorire le forze vitali. Ma, nella descrizione di quest'incontro, è come se il medico di Ruvo volesse evidenziare la differenza tra le cure fondate sulla conoscenza scientifica e quelle fondate sui miracoli dei ciarlatani. L'ultima tappa del viaggio fu Firenze.

Nel 1781, quando Anton Mario Lorgna decise di ampliare l'Accademia dei XL, fu incluso anche Cotugno. Originariamente non era compreso nel progetto e la scarsa presenza degli scienziati del Meridione era confermata dai primi scritti della società, tutti di autori di area centro-settentrionale. Ma Anton Mario Lorgna era convinto della necessità di coinvolgere scienziati di ogni parte del Paese, polemizzando con quanti volessero sceglierli esclusivamente nel Veneto. In questi anni Cotugno effettuò due viaggi importanti: il primo in Italia e il secondo tra Austria e Germania, divenendo medico di corte al seguito del re Ferdinando IV. Mentre non si hanno notizie sul nuovo viaggio nella Penisola, ci sono numerosi documenti sul soggiorno tedesco. A Roma ebbe in cura nobili, cardinali, frequentò uomini di cultura e ottenne una lunga udienza dal Papa. La sua fama toccò l'apice durante il viaggio a Vienna: fece parte del seguito reale a causa dell'improvvisa malattia di Giuseppe Vairo, medico di camera e suo amico. Ha lasciato egli stesso un resoconto del viaggio, l'Iter Germanicum, un'opera che denota il carattere pragmatico di Cotugno nell'interesse per l'agricoltura e per le sue connessioni con la medicina. La nomina di Cotugno a medico di camera ebbe vasta risonanza a Napoli, da dove gli arrivarono congratulazioni e richieste di raccomandazioni. Nel 1794 si sposò con Ippolita Ruffo, vedova del duca Francesco di Bagnara, «un matrimonio che sembrava però rispondere più a esigenze sociali (il suo ingresso a Corte), che ad altre necessità». Da qui la scelta di una donna appartenente a una delle più antiche e illustri famiglie napoletane. Cotugno era sempre rimasto in contatto con i suoi parenti di Ruvo di Puglia, ma l'arrivo della moglie ruppe questo equilibrio. Non bisogna meravigliarsi perciò se i rapporti tra lei e i parenti di Cotugno non fossero buoni e se alla morte dello scienziato si dovesse ricorrere al tribunale per l'eredità.

Cotugno nei suoi numerosi viaggi aveva sempre manifestato interesse per ospedali, biblioteche e musei e si prefissò di allineare Napoli alle grandi città europee, ma i progetti intrapresi si interruppero dopo la Rivoluzione del 1799 per la mancanza di un vero e proprio piano di riforma dello Stato. Ciò che mancò fu la consapevolezza che la scienza avesse bisogno non di rari interventi ma di finanziamenti e riforme riguardanti ogni settore della vita pubblica. In particolare bisognava dare più spazio alle arti applicate, alla tecnica, più che alle scienze pure, per formare cittadini laboriosi nei vari campi della vita civile. A tale scopo venne fondato un Istituto a cui erano collegate tutte le società economiche delle province e del quale Cotugno divenne presidente fino al 1808, anno in cui fu nominato censore della classe di storia naturale.

A Napoli, dove diede inizio a misure profilattiche contro la tubercolosi, fu Decano della facoltà di medicina, rettore della medesima università partenopea, introducendo l'esame di fisica e stabilendo l'incompatibilità tra la professione del medico e quella del farmacista, e proto-medico generale del Regno delle Due Sicilie, carica che consisteva nell'attribuire privilegi per l'esercizio della professione a medici, chirurghi e altri del settore. In particolare per poter effettuare meglio i controlli in tutto il Regno, il 16 dicembre1815, periodo in cui era scoppiata una pestilenza in Puglia, propose l'istituzione in ogni provincia di una Commissione dipendente dal Protomedicato generale. Nella sua attività Cotugno fu un sostenitore non solo della professionalità di coloro che operavano in campo sanitario, ma anche della loro correttezza. Infatti non a caso uno degli ultimi atti di Cotugno Protomedico fu un severo rimprovero a un tale Francesco Boccalino, dentista, che per procurarsi clienti aveva fatto ricorso persino a uno spettacolo di marionette. Nel 1911 il ministro Giuseppe Zurlo approvò il Ricettario Farmaceutico napoletano, un codice contenente la descrizione di rimedi semplici e composti e i prezzi dei vari medicamenti, al quale diede un apporto decisivo proprio Cotugno. Fu, inoltre, socio di numerose accademie, italiane e straniere, quali quella di Copenaghen o quella medico-cerusica di Napoli, nonché consigliere di Stato. In particolare nell'Accademia delle Scienze e Belle Lettere ebbe un ruolo centrale nel miglioramento delle condizioni igieniche della capitale: i medici dovevano spostare il loro interesse scientifico, umano e professionale dalle malattie dei singoli a quelle della collettività.

Giunone1960
Moderatore
Giunone1960 05/09/2016 ore 13:58 Quota

(nessuno) Domenico Cotugno, destino da medico

Qua riesco a sapere molte cose interessanti che,solitamente,prendo per scontate.Come la storia di questo luminare del 700,Cotugno.Chi di noi non conosce l'ospedale Cotugno ?ora so da chi ha preso il nome e ora conosco un pò meglio questa figura lontanissima nel tempo ma moderna negli intenti.E constato che l'intelligenza e la passione nascono veramente dallo schifo e che nessuno ha voglia di coltivare.
serena.10
Partecipante
serena.10 05/09/2016 ore 14:11

(nessuno) Domenico Cotugno, destino da medico

@Giunone1960 scrive:
.E constato che l'intelligenza e la passione nascono veramente dallo schifo e che nessuno ha voglia di coltivare.

condivido il tuo pensiero chiaro emirato :rosa :rosa
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 05/09/2016 ore 19:54 Quota

(nessuno) Domenico Cotugno, destino da medico

@Giunone1960 scrive:
.Chi di noi non conosce l'ospedale Cotugno ?ora so da chi ha preso il nome e ora conosco un pò meglio questa figura lontanissima nel tempo ma moderna negli intenti.E constato che l'intelligenza e la passione nascono veramente dallo schifo e che nessuno ha voglia di coltivare.

molti edifici ,scuole,strade,ospedali hanno il nome di personaggi storici
treme1978
Amministratore
treme1978 06/09/2016 ore 23:59 Quota

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