Forum - personaggi famosi(miti)

serena.10
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serena.10 24/03/2016 ore 22:31

(nessuno) ‘O sapunaro







Una precisazione storica sacrosanta.
"Napoletani lavatevi? Lo hanno sempre fatto. Alla scoperta del saponaro"








Sapunaro
'O sapunaro è nu mestiere antico 'e Napule.

'E sapunare jevano giranno na vota pe 'e ccase, arraunanno robba vecchia, pure si era sgarrupata, ca 'a ggente se vuleva luvà 'a tuorno. 'O sapunaro nun deva denaro 'n cagno, ma lassava prete 'e sapone ('a cca vene 'o nomme suoje).

Se dice pure sapunaro 'e na persona arrunzona, ca quanno fa na cosa nun è capace d''a fa bbona, o ca fa 'e ccose senza tené genio.

'E na tale perzona se dice:

sì proprio nu sapunaro!







‘O sapunaro, il saponaro, è un antichissimo mestiere di Napoli che oggi si è estinto, salvo qualche rarissima eccezione in alcuni piccoli paesi, e che prende le mosse dal Quattrocento, quando i monaci olivetani producevano del sapone con il quale compravano umili mobili per arredare il proprio convento sito in quella che oggi si chiama propria Via Monteoliveto, nei pressi di Piazza del Gesù e di fonte alla chiesa di Sant’Anna dei Lombardi. Il sapone prodotto da quei monaci era di elevatissima qualità, e il baratto era sempre a favore dei falegnami e dei rigattieri, che poi rivendevano il sapone, simile a quello di Marsiglia, guadagnandoci ulteriormente. Esso era utilizzato, oltre che per lavare i panni, anche per la pulizia del corpo e dei capelli, usanza sopravvissuta fino a circa tre decenni fa, quando le grandi aziende non avevano ancora invaso il mercato con i propri prodotti, fattore che poi ha determinato la scomparsa del saponaro, di cui si parla di seguito..

Prendendo spunto dagli olivetani il saponaro divenne un vero e proprio mestiere, praticato da chi non sapeva esercitare alcuna arte, e infatti quella figura un po’ presa in giro dagli artigiani i quali, al contrario, possedevano specifiche abilità apprese nell’arco di anni; per questo motivo, ancora oggi c’è chi apostrofa “saponaro”, o peggio “sapunariello”, colui il quale non possiede alcuna competenza, è totalmente incapace. In realtà i saponari una grande abilità l’avevano, ed era quella di riuscire a persuadere le donne di casa ad acquistare il proprio sapone (successivamente anche altra merce di uso giornaliero) che sovente era scarsissimo e non particolarmente profumato, acquisto che avveniva, ancora, attraverso il baratto: il saponaro accettava di tutto, specialmente mappine, vestiti consunti e malandati, scarpe vecchie, oggetti di vario utilizzo non più adatti alla propria funzione che poi “riciclavano”; qualche volta erano pagati anche in denaro, se gli stracci erano davvero troppo rovinati o non ce n’erano in casa, però ciò avveniva molto di rado anche perché, come detto, il saponaro nasce proprio per liberare le donne dalla roba vecchia. Da tale mestiere nasce poi il famoso detto ccà ‘e pezze e ‘ccà ‘o sapone, che specifica l’equità di un baratto, non solo materiale, di un “io do a te e tu dai a me”.

Ancora fino a qualche decennio fa, il saponaro girava per le strade e i vicarielli di Napoli indossando alcuni degli stracci che vendeva, dei colori più diversi, insieme a un sacco di juta sulle spalle contenente la merce da vendere e avuta in pagamento, in modo tale che costui era una delle più popolari figure del folklore: immaginatelo tutto colorato, da solo o con un carretto trainato da un ciuccio, che si annunciava a voce alta – E cu nu sportello ncapo vaco facenno ‘o sapunariello!; o ancora: Robba ausata, scarpe vecchie, simme lente, stamme ccà! Bona gente, arapite ‘e recchie: sapunare, sapunà! Il saponaro era, insomma, quasi una maschera che univa la necessità di guadagnarsi il pane quotidiano alla teatralità, rispondendo in modo perfetto ai versi di Eduardo De Filippo: “Napule è ’nu paese curioso / è nu teatro antico, sempre apierto. / Ce nasce gente ca senza cuncierto / scenne p’ ’e strate e sape recità”.

Il saponaro, inoltre, non facevo altro che “sfruttare” una caratteristica delle massaie napoletane, ossia la particolare attenzione alla pulizia. Ancora oggi, entrando nelle più umili case dei quartieri poveri della città, si nota come quelle quattro mura e i modesti suppellettili siano tenuti lindi e pinti, a differenza di quanto è possibile vedere altrove, dove sovente si ironizza sulla presunta scarsezza di igiene dei Partenopei. Napoletani i quali, ricordiamo, sono stati i primi in Europa a potersi lavare quotidianamente a casa, visto che le loro case erano dotate di acqua corrente, mentre gli altri erano costretti a immergersi nelle acque di fiumi e canali. Come non ricordare poi il bidet, il quale non si trovava soltanto alla Reggia di Caserta o nelle dimore nobili e ricche, bensì anche nelle case della gente comune, e che al momento dell’Unità i piemontesi, non sapendo cosa fosse, indicavano con “oggetto per uso sconosciuto a forma di chitarra”: destinazione d’uso che d’altra parte non hanno imparato nemmeno a oltre un secolo e mezzo di distanza, giacché è noto che spesso da Napoli in su lo adoperano soltanto per i piedi, ammesso che lo usino. L’aspirante showman Emanuele Filiberto di Savoia, infatti, in TV ha dichiarato candidamente: “gli Inglesi non usano il bidet, neanche io lo uso”.
IOXSONGXLEGGEND
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IOXSONGXLEGGEND 24/03/2016 ore 23:05 Quota

(nessuno) ‘O sapunaro

Il “Sapunaro” era un antico e curioso venditore, anzi, meglio, commerciante ambulante, che girava nei quartieri, soprattutto quelli più poveri della città, alla ricerca delle più disparate cianfrusaglie da soffitta come: abiti smessi, stracci, stoviglie malandate, sedie sghembe, coppole logore, coperte da rammendare, rotoli di spago, scarpe bucate etc., roba comunque vecchia ma che poteva rivendere, e in cambio offriva – da qui l’origine del nome – sapone di piazza, quello giallo e molle, contenuto in un recipiente di terracotta a forma di cono tronco detto scafaréa, che tutte le massaie apprezzavano per la sua efficacia nel lavare ogni cosa senza lasciare aloni.

A Napoli i saponi più pregiati venivano prodotti, fin dal ‘400, nel convento dei monaci Olivetani attiguo alla Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, nella zona che da loro prese il toponimo di Monteoliveto. Secondo la tradizione quei frati per arredare il monastero con mobilia e utensili di poco valore si affidarono ai robivecchi, i quali glieli fornivano in cambio del sapone che i monaci producevano nei loro laboratori. E proprio a questo umile e semplice baratto è dovuta la nascita del “sapunaro”, uno dei mestieri napoletani più antichi e curiosi.

I saponari avevano un loro statuto, ne esiste testimonianza fin dal 1564, un secolo prima che sostenessero con i cenciaioli l’avventura di Masaniello. Nella Napoli della rivoluzione 1799 il loro era uno dei 32 mestieri sotto la giurisdizione dell’Eletto del Popolo. Rientrava nella categoria dei lavori “per lo comodo” insieme con i molinari e gli stallieri, in opposizione alle categorie “per la sussistenza” (bottegari, verdumari, salsumari), “per lo piacere” (attori, ballerini), “per lo lusso” (orefici, corallari, parrucchieri).

Poi il folklore li ha masticati e sputati via. Carlo Bernari già nel 1996 scriveva che l’epoca era cambiata. “La roba in mano ai saponari”, gli raccontava uno, “non è mai apprezzata”. Eppure fino agli anni ’50 hanno animato i vicoli dei quartieri popolari. Una realtà del folclore partenopeo ormai scomparsa, che nella sua originalità celava, ma al contempo teatralizzava, un tessuto sociale fatto di povertà e miseria, in cui le persone meno abbienti dovevano arrangiarsi a fare qualsiasi tipo di lavoro pur di portare un po’ di soldi alla propria famiglia.

Il saponaro indossava uno stravagante campionario dei vestiti che trattava, pezzi stridenti, di ogni epoca e moda. Modulava la voce per annunciarsi : “Dateme ‘a robba vecchia, ie panne viecchie”, o più poeticamente “E cu nu sportello ‘ncapo vaco facenno ‘o sapunariello”.

La sua figura ispirò proverbi – il più noto: “Ccà ‘e pezze e ccà ‘o sapone”, per rivendicare la simultaneità di un baratto onesto – e qualche poesia come quella di Edoardo Nicolardi:

“Saponaro…Rrobba vecchia…Saponaro”

Cu nu sacco appiso ‘ncuollo,

se ne scenne p’ ‘o Cavone

nun appena, comme fosse, è gghiuorno chiaro,

passo passo e muollo muollo

pe’ dda’ ‘a voce a ogne puntone.

Oppure quella più “famosa” di Giovanni Capurro, l’autore di ‘O sole mio:

Robba ausata, scarpe vecchie

Simme lente, stammo ccà!

Bona ge’, arapite ‘ e recchie

Sapunare, sapunà.

Col passare del tempo e con i buoni affari, molti ambulanti ebbero la possibilità di sostituire al sacco di juta che si trascinavano sulle spalle, pieno di tutti i cenci e gli oggetti raccolti, un carrettino trainato da un asino (immancabilmente presente in ogni presepe napoletano che si rispetti!), in cui le persone alla ricerca di un’immediata e giusta contropartita potevano trovare di tutto (dalle stoviglie e gli stracci per lavare i pavimenti ai lupini, dalla frutta cotta come le mele al forno ai pastorelli di creta per far contenti i più piccoli). Alcuni si misero a offrire, in alternativa al sapone, piatti e zuppiere e così impropriamente vennero chiamati anche piattari. Infine prevalse l’usanza di pagare i panni usati con danaro, segnando di fatto l’inizio della fine di questo curioso mestiere che già non godeva di particolare stima da parte degli artigiani che sovente deridevano “‘o sapunariello” quando entrava nel vicolo poiché la sua era un’attività molto facile da svolgere, quasi da incompetenti, a dispetto di altri mestieri che richiedevano lunghi apprendistati, creatività e ingegno. Oggi come oggi la figura del sapunaro è ormai definitivamente sparita, lasciando spazio ai moderni rigattieri, l’uso del termine, però, è rimasto a indicare una persona dotata di una professionalità molto bassa e per lo più improvvisata, di solito poco attenta, disordinata e che fa le cose controvoglia.

Un cenciaiolo di tutt’altro tipo fu lo stracciaio. Non barattava: vendeva sacchi di juta – usati nelle botteghe per contenere farina, legumi, pasta…-, utilizzati dalla casalinghe come strofinacci per pulire i pavimenti. Gli stracci di juta vennero definiti mappine, e mappina diventò sinonimo di malafemmina. Lo stracciaio gridava “Né, putite fa’ ‘e mappine, quatto sorde ‘o sacco”. Oscar Corona cita la svelta replica di una popolana: “Damme ‘na bella mappina comm’ ‘a soreta”. Raffaele Viviani ne ricavò versi amari: “’O sapunariello…ca dint’ ‘a sporta nun tene manco na ddiece ‘e pezza”.
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IOXSONGXLEGGEND 24/03/2016 ore 23:07 Quota

(nessuno) ‘O sapunaro

Bei tempi quelli d’‘o sapunaro, tempi in cui valeva il detto “Ccà ‘e pezze e ccà ‘o sapone”
scrib
Partecipante
scrib 25/03/2016 ore 07:26

(nessuno) ‘O sapunaro

Se penso al parlamento quanti "sapunarielli" ci stanno :many :many
scrib
Partecipante
scrib 25/03/2016 ore 07:29

(nessuno) ‘O sapunaro




gufo59
Partecipante
gufo59 25/03/2016 ore 13:33

(nessuno) ‘O sapunaro

@serena.10 : :many :many :many :many :many :many :many :many
gufo59
Partecipante
gufo59 25/03/2016 ore 13:36

(nessuno) ‘O sapunaro

io ricordo quando ero piccola quello che le davamo i capelli e lui dava bambole scope strofinacci secchi cetera e cetera nuovi
serena.10
Partecipante
serena.10 25/03/2016 ore 20:13

(nessuno) ‘O sapunaro

@gufo59 scrive:
io ricordo quando ero piccola quello che le davamo i capelli e lui dava bambole scope strofinacci secchi cetera e cetera nuovi

:bacio :rosa un tempo tutto aveva un valore

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