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IOXSONGXLEGGEND 08/03/2016 ore 14:34 Quota

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

Matilde Serao




Simbolo dell’indipendenza femminile in un periodo storico in cui le sue coetanee non potevano ancora votare, Matilde Serao fu la prima donna a fondare e dirigere un giornale. Nata in Grecia il 7 marzo del 1856 da padre napoletano e una nobile discendente dei principi Scanavy di Trebisonda, la Serao si trasferì in Italia nel 1860, all’età di ventiquattro anni. A Napoli conseguì il diploma di maestra e dopo poco iniziò a lavorare ai Telegrafi di Stato. Fu in questi anni che iniziò a collaborare con alcuni giornali locali seguendo le orme del padre che scriveva per alcuni fogli d’ispirazione liberale come Il Pungolo. Con lo pseudonimo di “Tuffolina” la Serao iniziò a scrivere per il Giornale di Napoli e intanto inviò la sua prima novella intitolata “Opale” al Corriere del Mattino.



Nel 1882 lasciò il capoluogo campano e si trasferì nella Capitale dove iniziò a collaborare con alcune delle più importanti riviste romane quali Capitan Fracassa e la Nuova Antologia. In questo periodo conobbe il verista Giovanni Verga e il giornalista Edoardo Scarfoglio che sposò nel 1885. L’affinità sentimentale presto sfociò anche in una collaborazione lavorativa e i due fondarono il Corriere di Roma. Richiamati a Napoli dall’imprenditore toscano Matteo Schilizzi, proprietario del Corriere del Mattino, i due diventarono direttori del Corriere di Napoli, nato nel 1888 dalla fusione del giornale romano e di quello napoletano. In questo periodo la Serao diventò particolarmente famosa grazie alla rubrica “Api, Mosconi e Vespe” dedicata alla cronaca mondana. In seguito a un litigio con l’industriale, i due giornalisti investirono la liquidazione di 86mila lire in un nuovo progetto e, nel 1892, fondarono Il Mattino.



La Serao abbandonò il giornale napoletano nel 1904, due anni dopo la separazione da Scarfoglio, e poco dopo diede vita a Il Giorno. Insieme al nuovo giornale, la giornalista iniziò una nuova vita accanto all’avvocato Giuseppe Natale con il quale restò fino alla sua morte. In tutti questi anni la Serao scrisse, oltre a numerosi articoli, anche libri che riscontrarono un notevole successo. Si ricordano in particolare “Vita e avventure di Riccardo Joanna”, edito nel 1887 e definito “il romanzo del giornalismo”, “II Paese di cuccagna”, ritratto crudo e suggestivo di Napoli, pubblicato nel 1891, e “Il ventre di Napoli”, che dimostra l’attaccamento e l’amore che la scrittrice ha sempre avuto nei confronti del capoluogo campano. “Questo libro – scrive la stessa giornalista – è stato scritto in tre epoche diverse. La prima parte, nel 1884, quando in un paese lontano, mi giungeva da Napoli tutto il senso di orrore, di terrore, di pietà, per il flagello che l’attraversava, seminando il morbo e la morte La seconda parte, è scritta venti anni dopo, cioè solo due anni fa, e si riannoda alla prima, con un sentimento più tranquillo, ma, ahimè più sfiduciato, più scettico che un miglior avvenire sociale e civile, possa esser mai assicurato al popolo napoletano La terza parte è di ieri, è di oggi: né io debba chiarirla, poiché essa è come le altre: espressione di un cuore sincero espressione nostalgica e triste di un ideale di giustizia e di pietà, che discenda sovra il popolo napoletano e lo elevi o lo esalti!”.
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serena.10 08/03/2016 ore 18:21

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

Matilde Serao, le sorprese di una pioniera di genio



Matilde Serao, la stampa, la Napoli cosmopolita e i luoghi della Belle Époque nella transizione verso il Novecento, con la tragedia della prima guerra mondiale. Sullo sfondo, il fermento culturale dell'Italia post-unitaria nel contesto europeo e la galassia sommersa delle donne del tempo, più o meno contigue alla Serao: figure femminili segnate, come la scrittrice e giornalista napoletana - considerata dai suoi contemporanei «la George Sand italiana» o «Balzac in gonnella» - da una ingiusta damnatio memoriae che le ha rese pressoché invisibili ai posteri. E si intitola non a caso Visibili, invisibili.

Matilde Serao e le donne nell'Italia post-unitaria il volume collettivo, in uscita per le edizioni del Cnr/Cug (pp. 293, euro 24, con prefazioni di Luigi Nicolais, Alessandro Barbano e Salvatore Maffei), che a 160 anni dalla nascita della Serao a Patrasso, il 7 marzo 1856, ripropone ora con molti materiali inediti - documentari ed iconografici - il caso di questa straordinaria autodidatta di genio: una figura complessa e prismatica di operosa poligrafa ed epistolografa, narratrice di razza (per Carducci «la più forte prosatrice d'Italia»), antesignana del giornalismo moderno, imprenditrice culturale e viaggiatrice instancabile, capace di riservare sempre nuove sorprese.








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serena.10 08/03/2016 ore 18:23

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

I primi anni










Casa natale di Matilde Serao e Kostis Palamas, a Patrasso.


Particolare della casa natale
Matilde Serao nacque dal matrimonio tra l'avvocato napoletano Francesco Serao e Paolina Borely, nobile greca decaduta, discendente dei principi Scanavy di Trebisonda. Il padre Francesco, avvocato e giornalista, aveva dovuto lasciare la sua città nel 1848 perché ricercato come anti-borbonico. Durante l'esilio in Grecia aveva trovato lavoro come insegnante. Conobbe e sposò Paolina Borely, che sarà il modello della giovane Matilde.

Il 15 agosto 1860 la famiglia Serao, con l'annuncio dell'ormai imminente caduta di Francesco II, tornò velocemente in patria. Trovò alloggio a Ventaroli, frazione di Carinola.

« Ventaroli è anche meno di un villaggio né voi lo troverete nella carta geografica: è un piccolo borgo nella collina più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca ed un cimitero tutto verde; “vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia”. »
(Matilde Serao, articolo pubblicato postumo il 24 giugno 1956 su Il Mattino.)
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serena.10 08/03/2016 ore 18:25

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L'adolescenza









La vita sociale di Matilde durante la prima adolescenza fu spensierata e serena. Seguì la famiglia a Napoli verso gli inizi del 1861, dove il padre cominciò a lavorare come giornalista a Il Pungolo. Matilde visse così fin da piccola l'ambiente della redazione di un giornale. Nonostante questa influenza, e malgrado gli sforzi di sua madre, all'età di otto anni non aveva ancora imparato né a leggere né a scrivere. Imparò più tardi, in seguito alle vicissitudini economiche e alla grave malattia della donna.

Quindicenne, priva di titolo di studio, si presentò in qualità di semplice uditrice alla Scuola Normale "Eleonora Pimentel Fonseca", in piazza del Gesù a Napoli. L'anno dopo, all'età di sedici anni, Matilde abiurò la confessione ortodossa per il cattolicesimo. In poco tempo riuscì a ottenere il diploma di maestra. Per aiutare il magro bilancio della famiglia cercò un lavoro stabile, vincendo un concorso come ausiliaria ai Telegrafi di Stato; l'impiego la occupò per quattro anni. Nonostante buona parte della giornata fosse assorbita dal lavoro, la vocazione letteraria non tardò a divenire prepotente.

Cominciò dapprima con brevi articoli nelle appendici del Giornale di Napoli, poi passò ai bozzetti e alle novelle firmate con lo pseudonimo "Tuffolina". A 22 anni (1878) completò la sua prima novella, Opale che inviò al Corriere del Mattino.
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serena.10 08/03/2016 ore 20:21

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

La religione è un traffico e un negozio: si guadagna cento per uno quando si sa maneggiare il suo talento.
Matilde Serao
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serena.10 08/03/2016 ore 20:21

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La povertà religiosa è poco ben conosciuta e anche meno osservata.
Matilde Serao
serena.10
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serena.10 08/03/2016 ore 20:27

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

@IOXSONGXLEGGEND :







a caratteristica più evidente del verismo italiano fu il suo frazionamento nel regionalismo, che in letteratura ebbe illustri cantori come Verga, Capuana e De Roberto per la Sicilia, Fucini per la Toscana, Ciampoli per l’Abruzzo; Napoli, che fu una delle capitali del verismo, poté gloriarsi dell’attivissima scrittrice Matilde Serao, una delle prime donne giornaliste, che godette di larga popolarità. Profondamente legata alla sua terra mosse, appunto, dal verismo per sconfinare, variamente dispiegando la sua scrittura, nella narrativa rosa e d’appendice.
Particolarmente nota agli albori del secolo scorso, sia per la collaborazione a “Il Mattino” di Napoli, diretto dal marito Edoardo Scarfoglio, sia per aver fondato, nel 1904, “Il Giorno”, ai giorni nostri è quasi del tutto dimenticata dal pubblico, trascurata o vilipesa dalla critica già ai suoi tempi.
Così rilevò Anna Banti:
le disgrazie della Serao somigliano molto a quelle di Napoli, città decantata, adorata, detestata e infine ridotta a canzonetta.1
Così Lidia Ravera nell’introduzione al libro “Il ventre di Napoli”, sottolineando la minore considerazione di Matilde Serao e delle scrittrici in generale:
Non è mai stata considerata una grande scrittrice, Matilde Serao. Del resto: a quali donne, a quante è toccato l'alto onore? L'Olimpo è maschio. E la letteratura ha da essere soffusa di delicatezza, ellittica, astratta ed artistica, per essere alta. Per essere buona deve tenere il segno dell'ambiguità, muoversi nella metafora, evocare senza dire, rivelare senza spiegare. Per trovare un posto a sedere nell'Olimpo è più conveniente essere magnanimi e disperati sulle sorti dell'Essere che parziali, rissosi e appassionati appresso a varie battaglie. Il Letterato fine lambisce appena con occhio ad un tempo distratto e valutativo il campo di battaglia. Fruga in ironia fra la sua polvere, non partecipa, non si schiera. Vede e commenta, se decide di guardare, se no, niente, rivolge su se stesso, in solenne autodafé, il proprio augusto sguardo. Non così la Serao. Anzi, tutto il contrario.2
Eppure Matilde Serao fu scrittrice valida, appassionata, instancabile, curiosa, prolifica, impegnata nell’analisi della realtà sociale e, insieme a Salvatore Di Giacomo, il padre della letteratura napoletana, capace di offrire l’immagine più concreta e viva della Napoli di fine Ottocento, descrivendo nei suoi romanzi, con vivace realismo e colorita efficacia, la vita del popolo partenopeo.
Nata il 26 febbraio del 1856 a Patrasso, in Grecia, da padre napoletano in esilio e da madre greca, crebbe a Napoli, dove si diplomò maestra elementare e lavorò per breve tempo ai telegrafi di Stato.
Intrapresa l'attività letteraria e giornalistica, dinamica e di vivace ingegno, non tardò molto ad affermarsi.
Il suo esordio letterario, con lo pseudonimo di Tuffolina, è legato alla pubblicazione nel 1878 di “Opale”, una raccolta di novelle, cui seguì, nel 1881, “Cuore infermo”, un romanzo sentimentale; l’anno successivo si trasferì a Roma, dove collaborò a diversi giornali e conobbe un famoso giornalista dell’epoca, Edoardo Scarfoglio, che sposò nel 1885, e dal quale ebbe quattro figli.
In fecondo sodalizio, la Serao ed il marito intrapresero molte iniziative, come la fondazione, nel 1885, del giornale “Il Corriere di Roma”; due anni dopo, a Napoli, diedero vita al quotidiano “Il Corriere di Napoli“, che nel 1892 diventò “Il Mattino”.
Ben presto, però, il matrimonio entrò in crisi, tuttavia la loro collaborazione continuò ancora per qualche tempo, finché, nel 1903, la Serao abbandonò il giornale e fondò il quotidiano rivale “II Giorno”, che guidò fino alla fine della sua vita.
Di mentalità aperta e lontana dai conservatorismi di certi suoi colleghi intellettuali, attenta alle istanze sociali e culturali del tempo, sensibile alle condizioni disagiate di vita delle classi più povere, ma anche acuta osservatrice dei conflitti del mondo intellettuale, fu pure partecipe della mondanità romana e napoletana, entrando in contatto con i principali scrittori del suo tempo, come Gabriele D’Annunzio, che le dedicò il suo secondo romanzo, “Giovanni Episcopo”:
a voi, signora, a voi che ricercando il meglio date in Italia l’esempio di una operosità così virile…3
Per quanto riguarda la sua scrittura, d’impronta realista e verista, ma pure intrisa di suggestioni tardo romantiche e decadenti, in attento ascolto dell’ambiente che ritraeva, non sempre corretta, ma capace “d’infondere nelle opere sue il calore”, come lei stessa riconosceva, con la descrizione minuta del dettaglio, degli oggetti, si arricchì di sfumate analisi psicologiche, ma anche di misticismo e spiritualismo, soprattutto in seguito ad un viaggio compiuto in Palestina nel 1893 e, con gli anni, adeguandosi al gusto di un pubblico piccolo-borghese, finì per divenire sempre più sentimentale e vicina al romanzo d’appendice.
Intensa fu la sua attività, sia come giornalista che come narratrice, e vasta la sua produzione; in tutto pubblicò venticinque volumi di raccolte novellistiche, come “Dal vero” (1879), “Leggende napoletane” (1881), “Piccole anime” (1883), “Il romanzo della fanciulla” (1886), e sedici romanzi, come “Fantasia” (1883), “II ventre di Napoli” (1884), “La conquista di Roma” (1885) , “Telegrafi dello Stato” (1885), “Vita e avventure di Riccardo Joanna” (1887), “Il paese di cuccagna”, pubblicato a puntate nel 1890 sul giornale “Il Mattino”, “Suor Giovanna della Croce” (1900), “Mors tua” (1926).
Grande fu la delusione di Matilde Serao quando, nel 1926, sfumò il suo sogno di ricevere il premio Nobel, del quale fu insignita, invece, l’illustre rivale: Grazia Deledda.
Già in declino il suo successo, si spense a Napoli il 24 luglio del 1927.
Donna esuberante, cordiale, comunicativa, curiosa, giornalista solerte, scrittrice prolifica, quasi disordinata, pressata dall’urgenza d’esprimersi e denunciare, seppe ritrarre al vivo le figure della piccola borghesia di Napoli, sullo sfondo brulicante di una folla rumorosa e vivace, descrivendone il colore locale, la realtà quotidiana in tutti i suoi aspetti, anche minimi, nei riti, nelle superstizioni.
Profonda conoscitrice dell’animo femminile, indugiò spesso su figure di singole donne, prediligendo le creature semplici, che tratteggiò con mano delicata e cura amorosa, come nel brano seguente, che descrive le ansie ed i timori di alcune giovani studentesse alla vigilia di un esame.

Fingevano, chi la tranquillità, chi la disinvoltura, chi un'indifferenza assoluta: tutte fingevano, come meglio sapevano e potevano, per nascondere la paura, l'inquietudine, la tristezza, la nervosità. Riunite in due o tre gruppi, sedute a caso sui banchi in disordine, nella sala del terzo corso, esse fingevano di ammirarsi scambievolmente, una pel vestito nuovo, tagliato e cucito in casa, l'altra pel cappellino nuovo che costava in tutto nove lire e cinquanta, la terza per certa sciarpetta ricamata nei piccoli, brevissimi intervalli di ozio; parlavano dei bagni di mare... Sì, cercavano di avere l'aria disinvolta: ma sotto tutti quei sorrisi il tormento trapelava, sotto quei discorsi di vestiti, di bagni, di seratine, trapelava il pensiero angoscioso, l'altro, quello per cui nessuna di loro aveva dormito alla notte, quello per cui si erano affaticate otto mesi e per cui negli ultimi mesi estivi, giugno e luglio, avevano sgobbato dalla mattina alla sera sui libri, sui quaderni, sui sunti, sulle formule; il pensiero profondo e dominante, per cui in quel giorno, chiamate in scuola alle nove, si erano alzate alle sei, erano uscite di casa alle sette, e dopo molti giri di passeggiata erano tutte capitate lì, alle otto, un'ora prima.
Quello era il giorno dell'esame orale, pel diploma superiore. E l'esame, l'esame era il pensiero pauroso, angoscioso, profondo e dominante. Tanto che, non reggendo a lungo la finzione in quelle anime giovanotte, involontariamente, non vergognandosi più, nella comune inquietudine, ognuna si abbandonò alla propria. Pallida e sgomenta Annina Casale, appoggiata ai vetri della finestra, guardava nel cortile, senza vedere; e Caterina Borrelli, la sua prepotente amica, per darle coraggio, la sgridava.
«Sei una stupida ad aver paura. Non hai studiato tutto l'anno? Di che ti spaventi? »
«Di tutto.»
«E tu fa' una cosa: pensa che gli esaminatori di là ne sanno tottà meno di tè. Ci pensi? Cerca di convincertene e non avrai più paura. Hai capito?»
«Sì: ma non lo penso.»
«Pensane un'altra: rimanderanno anche me. Faremo l'esame di riparazione insieme, ci prepareremo insieme.»
«Ma che, ma che, vuoi che ti riprovino, tè, che sei così brava e così ardita?»
«Ti giuro che mi riproveranno. Nanni', ho un cattivo presentimento.»
Altrove, parlando a voce bassa, ognuna narrava il proprio terrore speciale.
Poi, quando suonarono le nove, un silenzio si fece: la bidella Rosa comparve sotto la porta, con una carta in mano e lesse i primi quattro nomi.

(Da “Il romanzo della fanciulla”, Garzanti, Milano)

L’opera ancora oggi più significativa della Serao è, probabilmente, “Il ventre di Napoli” (così intitolato ispirandosi ad una frase pronunciata dal Depretis4, preoccupato per il dilagare dell’epidemia di colera a Napoli nel 1884, ma forse anche ricordando “Il Ventre di Parigi”, di E. Zola), atto di accusa contro la cattiva amministrazione della città da parte del governo della Sinistra dell’epoca, libro che raccoglie gli articoli, pubblicati nel 1884 sul “Capitan Fracassa” di Roma, poi raccolti in volume nello stesso anno, di un servizio giornalistico sulla situazione napoletana.
Bisogna sventrare Napoli: così aveva detto in Parlamento Depretis, intendendo che, per risanare Napoli, bisognava abbattere le abitazioni malsane e fatiscenti delle zone più interne della città; in relazione a ciò la Serao produsse sei articoli (ai quali, poi, ne aggiunse altri tre che, a distanza di vent’anni, arricchirono la seconda edizione del libro, dopo la costruzione, nell’ambito dell’opera di risanamento5 della città, del “rettifilo”, il lungo stradone che, in realtà, non faceva altro che nascondere il povero mondo pullulante di miseria e degrado dei malsani quartieri napoletani), articoli polemici e di denuncia: “Sventrare Napoli”, “Quello che guadagnano”, “Quello che mangiano”, “Il lotto”, “L’usura” e “La pietà”.
Oltre al j’accuse contro il malgoverno (“Sventrare Napoli “), la Serao descrisse, appunto, il ventre di Napoli, cioè i quartieri disagiati (senz’aria, senza luce, senza igiene6) abitati dai napoletani più poveri, attraverso i loro usi, le abitudini, l’alimentazione, la religiosità, il gioco del lotto, l’usura, ma anche esaltandone le qualità, come la laboriosità, la solidarietà, la pietà (E i poveri che girano, sono aiutati alla meglio da quella gente povera7).
Pagine tirate d’un fiato, descrizioni rapide, aneddoti narrati con semplicità, calorosa eloquentissima perorazione a pro del popolo napoletano, piena di quell’affetto materno del quale ella possiede il segreto:8 come, giustamente, rilevò Benedetto Croce, eccezionali furono in questi scritti la capacità di osservazione e l’ abilità narrativa dell'autrice che, attraverso uno stile sobrio ed essenziale, riuscì a conciliare la lucida analisi con la passionalità che l’animava per l’adesione emotiva all’offesa realtà napoletana, descrivendo, attenta anche alle più piccole sfumature, le condizioni di vita della varia umanità che, come in una corte dei miracoli, fra odori di pietanze tipiche preparate in economia (commestibili che costano un soldo), suoni di strada, rosari e avemarie, si contorceva in un’esistenza misera, improvvisata, precaria, costretta in abitazioni minuscole e fatiscenti, abitando anche nei sottoscala, tra vicoli stretti e tortuosi come budella, mal selciati, in condizioni igieniche pessime, arrangiandosi nei mestieri più disparati, guadagnando mercedi scarsissime9, sperando di poter cambiare vita con un po’ di fortuna al gioco del lotto (il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità), invocando l’aiuto miracoloso per risolvere i malanni (vi è il piede di Sant’Anna che si mette sul ventre delle partorienti, vi è l’olio che arde nella lampada innanzi al corpo di San Giacomo della Marca…che fa guarire i mali di testa10), umanità dolente ma che pure riusciva a conservare bellezza e dignità.
La Serao non descrisse di Napoli l’oleografico paesaggio da quadretto, ma soprattutto le avvilenti condizioni di degrado dei ceti più poveri; attraverso la rappresentazione della miseria del popolo partenopeo, ne intese denunciare i reali problemi, reclamando a gran voce l'esigenza di rifare Napoli non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche dal punto di vista sociale, favorendo norme igieniche migliori, costruendo abitazioni decenti, diffondendo l’istruzione, operando affinché venisse debellato lo sfruttamento dei lavoratori e fossero offerti posti di lavoro a giuste condizioni, ben comprendendo che soltanto eliminando la miseria e l’ignoranza, fonti di mali sociali, sarebbe stato possibile garantire a tutti un vita più umana.

BISOGNA SVENTRARE NAPOLI

Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel Governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del ciclo di cobalto,delle signore incantevoli e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata per racconti di miserie. Ma il Governo doveva sapere l'altra parte; il Governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il Governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il Governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri; il Governo che sa tutto: quanta carne si consuma in un giorno e quanto vino si beve in un anno, in un paese; quante femmine disgraziate, diciamo così, vi esistano, e quanti ammoniti siano i loro amanti di cuore, quanti mendichi non possano entrare nelle opere pie e quanti vagabondi dormano in istrada, la notte; quanti nullatenenti e quanti commercianti vi sieno; quanto renda il dazio consumo, quanto la ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perché siete ministro?

(Matilde Serao, “Il ventre di Napoli”)









1) “L’occhio di Napoli”, Milano, 1962.
2) Il “ventre di Napoli,” II Italiana, l’Unità, Cles, 1993.
3) G. D’Annunzio, “Giovanni Episcopo”, A Matilde Serao.
4) Agostino Depretis (1813-1887) fu deputato del parlamento subalpino e capo dell'opposizione democratica, ma con la Sinistra parlamentare, ebbe dal re l'ufficio di creare il nuovo Governo. Durante il suo ministero ci fu la dissoluzione della Sinistra e della Destra come partiti in opposizione, applicando la politica del trasformismo.
5) In seguito alla grave epidemia di colera che si ebbe a Napoli nel 1884, il sindaco Nicola Amore fece "sventrare" la città. Allora si costituì la società del Risanamento che edificò abitazioni più razionali, dove prima sorgevano fatiscenti tuguri.
6) op. cit.
7) op. cit.
8) B. Croce, “Letteratura della nuova Italia”, III, 1915.
serena.10
Partecipante
serena.10 08/03/2016 ore 20:30

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Matilde Serao


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serena.10 08/03/2016 ore 20:33

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@IOXSONGXLEGGEND scrive:




La prima donna a fondare e dirigere un giornale











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serena.10 08/03/2016 ore 20:36

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

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Pensiero Fossile

Matilde Serao era sempre stata decisamente bruttina, anche da giovane. Tozza e sgraziata, rideva in maniera grossolana e aveva l’aria troppo semplice per i salotti eleganti e in più era anche ragionevolmente priva di mezzi. Però Matilde scrive. Collabora con decine di riviste, fonda giornali e diventa il primo direttore donna, in un’Italia in cui le donne non avevano alcun diritto. Così, a metà della sua vita, nonostante l’aspetto ordinario e una certa bonomia di carattere, è già diventata un’interlocutrice primaria della vita politica e sociale italiana.
Il Ventre di Napoli nasce come una lettera a De Pretis, allora capo del governo. Una cronaca che vuole mostrare l’altra Napoli, quella vera e fuori dalle cronache del colore locale. Quello che ne esce è un’affresco indimenticabile e terribilmente moderno.

...
È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano.
Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche.
Vi sono anche delle fette di due centesimi, pei bimbi che vanno a scuola; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte.
Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l'hanno col pomidoro e con l'aglio, con la muzzarella e con le alici salate. Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza.

Con un soldo, la scelta è abbastanza varia, pel pranzo del popolo napoletano. Dal friggitore si ha un cartoccetto di pesciolini che si chiamano fragaglia e che sono il fondo del paniere dei pescivendoli: dallo stesso friggitore si hanno per un soldo, quattro o cinque panzarotti, vale a dire delle frittelline in cui vi è un pezzetto di carciofo, quando niuno vuol più saperne di carciofi, o un torsolino di cavolo, o un frammentino di alici.
Per un soldo, una vecchia dà nove castagne allesse, denudate della prima buccia e nuotanti in un succo rossastro: in questo brodo il popolo napoletano
vi bagna il pane e mangia le castagne, come seconda pietanza; per un soldo, un'altra vecchia, che si trascina dietro un calderottino in un carroccio, dà due spighe di granturco bollite.
Dall'oste, per un soldo, si può comperare una porzione di scapece; la scapece è fatta di zucchetti o melanzane fritte nell'olio e poi condite con aceto, pepe, origano, formaggio, pomidoro, ed è esposta in istrada, in un grande vaso profondo, in cui sta intasata, come una conserva e da cui si taglia con un cucchiaio. Il popolo napoletano porta il suo tozzo di pane, lo divide per metà, e l'oste vi versa sopra la scapece.
Dall'oste, sempre per un soldo, si compera la spiritosa: la spiritosa è fatta di fette di pastinache gialle, cotte nell'acqua e poi messe in una salsa forte di aceto, pepe, origano e peperoni. L'oste sta sulla porta e grida: addorosa, addorosa, 'a spiritosa! Come è naturale, tutta questa roba è condita in modo piccantissimo, tanto da soddisfare il più atonizzato palato meridionale.

Appena ha due soldi, il popolo napoletano compra un piatto di maccheroni cotti e conditi; tutte le strade dei quartieri popolari, hanno una di queste osterie che installano all'aria aperta le loro caldaie, dove i maccheroni bollono sempre, i tegami dove bolle il sugo di pomidoro, le montagne di cacio grattato, un cacio piccante che viene da Cotrone. Anzi tutto, quest'apparato è molto pittoresco, e dei pittori lo hanno dipinto, ed è stato da essi reso lindo e quasi elegante con l'oste che sembra un pastorello di Watteau; e nella collezione di fotografie napoletane, che gl'inglesi comprano, accanto alla monaca di casa, al ladruncolo di fazzoletti, alla famiglia di pidocchiosi, vi è anche il banco del maccaronaro.
Questi maccheroni si vendono a piattelli di due e di tre soldi; e il popolo napoletano li chiama brevemente, dal loro prezzo: nu doie e nu tre. La porzione è piccola e il compratore litiga con l'oste, perchè vuole un po' più di sugo, un po' più di formaggio e un po' più di maccheroni.
Con due soldi si compera un pezzo di polipo bollito nell'acqua di mare, condito con peperone fortissimo: questo commercio lo fanno le donne, nella strada, con un focolaretto e una piccola pignatta; con due soldi di maruzze, si hanno le lumache, il brodo e anche un biscotto intriso nel brodo: per due soldi l'oste, da una grande padella dove friggono confusamente ritagli di grasso di maiale e pezzi di coratella, cipolline, e frammenti di seppia, cava una grossa cucchiaiata di questa miscela e la depone sul pane del compratore, badando bene a che l'unto caldo e bruno non coli per terra, che vada tutto sulla mollica, perchè il compratore ci tiene.

Appena ha tre soldi al giorno per pranzare, il buon popolo napoletano, che è corroso dalla nostalgia familiare, non va più dall'oste per comperare i commestibili cotti, pranza a casa sua, per terra, sulla soglia del basso, o sopra una sedia sfiancata.

Con quattro soldi si compone una grande insalata di pomidori crudi verdastri e di cipolle; o un'insalata di patate cotte e di barbabietole, o un'insalata di broccoli di rape; o un'insalata di citrioli freschi.
La gente agiata, quella che può disporre di otto soldi al giorno, mangia dei grandi piatti di minestra verde, indivia, foglie di cavolo, cicoria, o tutte queste erbe insieme, la cosidetta minestra maritata; o una minestra, quando ne è tempo, di zucca gialla con molto pepe; o una minestra di fagiolini verdi, conditi col pomidoro; o una minestra di patate cotte nel pomidoro.
Ma per lo più compra un rotolo di maccheroni, una pasta nerastra, e di tutte le misure e di tutte le grossezze, che è il raccogliticcio, il fondiccio confuso di tutti i cartoni di pasta, e che si chiama efficacemente monnezzaglia: e la condisce con pomidoro e formaggio.
treme1978
Amministratore
treme1978 09/03/2016 ore 00:42 Quota

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

pensa che storia che sia stata a fondare il primo giornale e proprio la donna bellissima storia :rosa :rosa
scrib
Partecipante
scrib 09/03/2016 ore 03:59

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale












serena.10
Partecipante
serena.10 09/03/2016 ore 18:23

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

Quando Antonio Scarfoglio inventò a Napoli il primo rotocalco d’Italia
Il Mattino Illustrato” apparve nel 1924.
La tipografia fu sistemata nell’ex Albergo dei Poveri.
Il contributo di Vincenzo Marra, il maggiore esperto dell’epoca delle nuove tecnologie tipografiche.













Cronache e immagini di vent’anni di avvenimenti storici e frivoli.
Cessò le pubblicazioni con la guerra.
Le copertine disegnate da Fortunino e Ugo Matania.
La vita del fondatore che sposò una cucitrice di cappelli incontrata durante uno “struscio” pasquale e poi si invaghì di una ballerina del San Carlo.Ottant’anni fa, era l’11 febbraio 1924, nacque a Napoli il primo rotocalco a colori d’Italia. L’idea fu di Antonio Scarfoglio, primogenito del fondatore de “Il Mattino” Edoardo Scarfoglio, marito di Matilde Serao. Antonio Scarfoglio scrisse: “Il Mattino Illustrato sarà un grande mezzo di diffusione della cultura attraverso l’immagine”.
Antonio
Scarfoglio e i fratelli Paolo, Carlo e Michele avevano già ereditato dal padre il quotidiano “Il Mattino” fondato nel 1892. Non fu semplice addestrare in poco meno di un anno i “vecchi” tipografi alle nuove tecnologie che la stampa del rotocalco a colori richiedeva. La rotativa fu sistemata all’ex Albergo dei Poveri in piazza Carlo III. L’iniziativa fu affidata a uno dei maggiori esperti dell’epoca: Vincenzo Marra, cognato di Antonio Scarfoglio nonché mio padre. Le bobine per la speciale carta furono ordinate alla Cartiera Meridionale e l’inchiostro, per una immediata essiccazione, fu realizzato dal colorificio Cerini, il più grande dell’Italia meridionale.
Le copie de “Il Mattino Illustrato” vennero stampate a una velocità da record per quel tempo: diecimila all’ora.
Il primo numero propose in copertina una grande foto di Benito Musso-lini.
A molti napoletani la copertina non piacque, ma fu un successo di vendita in tutta Italia. Il settimanale raggiunse il record di 615 mila copie di tiratura. Dalla copertina dedicata a Mussolini passò a quella di Giacomo Mat-teotti, il più acceso antifascista. Il numero 20 del rotocalco pubblicò poi la foto della “Macchia grossa del Vico”, il luogo dove fu nascosto il cadavere di Matteotti dopo la sua barbara uccisione.
A realizzare le immagini del settimanale furono chiamati i due più grandi disegnatori del tempo: Fortunino e Ugo Matania. Così, in prima pagina, apparvero i disegni della visita dei sovrani d’Inghilterra agli scavi di Pompei, dell’eruzione del Vesuvio del 13 dicembre 1926, dell’agguato al re Boris di Bulgaria, delle nozze della principessa Mafalda di Savoia col principe Giusto d’Assia, del primo concorso di bellezza femminile il 7 luglio 1924. “Il Mattino Illustrato” si occupò di tutti i grandi personaggi del tempo: Einstein, Wasserman, Marconi, Mascagni, Toscanini, Cardarelli, Gemito, D’Annunzio, Bracco, Italo Balbo, Primo Carnera, Di Giacomo.
Accolse inserzioni pubblicitarie ammiccanti come quella della Crema Nivea, rappresentata da una donna al mare con la scritta “Prima la Nivea e solo dopo fate i bagni di sole”.
Sulla copertina del rotocalco “apparvero” avvenimenti memorabili: l’annessione di Fiume all’Italia, la morte di Eleonora Duse, il ritrovamento del cuore di Voltaire nella biblioteca imperiale di Parigi, la scomparsa di Lenin, quella di Giacomo Puccini, i primi film di Charlie Chaplin e quelli interpretati da Rodolfo Valentino.
“Il Mattino Illustrato” raccontò con indimenticabili immagini la guerra d’Africa, i Patti lateranensi, l’ascesa di Hitler, ma anche le frivolezze dell’epoca come la festa del “Maquil-lage” che si teneva a Capri con un corteo di dame e gentiluomini fino a notte inoltrata mentre alcuni giovani trasportavano un baldacchino su cui c’erano una gigantesca scatola di cipria, spazzolini e matite per il trucco.
Il rotocalco cessò le pubblicazioni nel 1943 dopo essersi occupato di politica, cinema, teatro, letteratura, scienze con interviste a personaggi come Ali-cata, Ingrao, Moro, Taviani, Pratolini, Guttuso, Piran-dello, Pavese, i fratelli De Filippo, Alida Valli, Fosco Giochetti, Greta Garbo.
Si occupò anche della nascita di nuovi giornali, “L’av-venturoso”, “Mo-della”, “Modellina”. Pubblicizzò molte canzoni come “Bambina innamorata”, “Chitarra romana”, “Portami tante rose”. La pubblicità si arricchì delle immagini della Cirio, della Leocrema, dell’Acqua di colonia Fatma, della Pasticca del re Sole.
Riprese le pubblicazioni dal 1977 al 1981 con una nuova veste tipografica. Gli aneddoti sono tanti su Matilde Serao, il primo figlio Antonio (mio zio) e di uno dei suoi fratelli, Paolo. Matilde Serao, donna di grandissima intelligenza (il suo capolavoro fu “Il ventre di Napoli”, libro ancora oggi di attualità), aveva una pelle ruvida e i baffetti ed era grassa e bruttina. Al matrimonio di mio padre, conoscendo la futura sposa, disse: “Vincenzì, ma a chi te spuse, a ‘nu muschillo?” Mia madre era alta appena 1,55 e pesava 50 chili.
Antonio Scarfoglio sposò mia zia Maria dopo averla conosciuta durante uno “struscio” pasquale in via Toledo mentre lei usciva da un negozio di moda dove lavorava come cucitrice di cappelli per signora. Ebbero due figlie: Anna, dirigente dell’Inps, e Vittoria che, ottenuta la dispensa dal Papa, sposò un cugino con lo stesso cognome. Il matrimonio fra Antonio e Maria durò pochi anni. Lui conobbe una ballerina del Teatro San Carlo e se ne invaghì. Volle e ottenne il divorzio che fu sancito dalla Repubblica di San Marino, essendo in quei tempi impossibile divorziare in Italia. Antonio morì per una malattia inguaribile. Nel testamento alle figlie espresse il desiderio che la sua prima moglie fosse seppellita accanto alla sua tomba.
Il fratello Paolo visse a lungo. Negli ultimi anni della sua vita ripubblicò, nella tipografia di mio padre, il quotidiano “Il Giorno” fondato da sua madre Matilde Serao nel 1904. Lo ricordo, negli anni Sessanta, che veniva in visita a “Il Mattino” con la sua compagna, Mercedes Iovane. Sempre in giro con l’amica e con una macchina fotografica, scattava foto su ogni curioso avvenimento cittadino. Cercava poi di vendere le foto al direttore de “Il Mattino” d’allora Giovanni Ansaldo.
Questi, sempre indaffarato, lo faceva ricevere dal suo vice Luigi Mazzacca e da Aldo Bovio, figlio dell’indimenticabile Libero Bovio, che sarebbe diventato il direttore del “Corriere di Napoli








serena.10
Partecipante
serena.10 09/03/2016 ore 18:50

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

Matilde Serao: “Il mare”



Voi errate lontano di qua, anima settentrionale e vagabonda, e le brume in cui si affissa il vostro malinconico occhio, vi mettono intorno quell’ambiente monotono e triste in cui si acqueta ogni agitazione. Ma nelle tranquille divagazioni dove il vostro spirito amareggiato si disacerba, nella sorridente mestizia che aleggia in quello che scrivete, io veggo ogni tanto una divagazione vivace. n Voi non avete dimenticato il nostro mare, il nostro bel mare di Napoli. Ancora vi appare e scompare rapidissima innanzi agli occhi una visione azzurra; ancora un molle suono, quasi indistinto e fuggente, vi lusinga l’orecchio; un profumo sottile come un ricordo lontanissimo vi fa dilatare le nari. Il mio bel golfo voi non lo avete dimenticato. Io leggo quello che scrivete, ma indovino quello che pensate. Dovete soffrire di una segreta nostalgia che non osate confessare, voi, esiliato volontario. E come l’eco dolorosa si ripercuote sul mio fedele e forte cuore d’amica, così io risponderò a quello che nascondete invece che a quello che palesate, e vi narrerò non la storia, ma la leggenda del mio poetico golfo.

Ognuno sa che Iddio, generoso, misericordioso e magnifico Signore, ha guardato sempre con occhio di predilezione la città di Napoli. Per lei ha avuto tutte le carezze di un padre, di un innamorato, le ha prodigato i doni più ricchi, più splendidi che si possano immaginare. Le ha dato il cielo ridente ed aperto, raramente turbato da quei funesti pensieri scioglientisi in lagrime che sono le nubi; l’aria leggera, benefica e vivificante che mai non diventa troppo rude, troppo tagliente; le colline verdi, macchiate di case bianche e gialle, divise dai giardini sempre fioriti; il vulcano fiammeggiante ed appassionato, gli uomini belli, buoni, indolenti, artisti e innamorati; le dame piacenti, brune, amabili e virtuose; i fanciulli ricciuti, dai grandi occhi neri ed intelligenti. Poi, per suggellare tanta grazia, le ha dato il mare, ha saputo quel che si faceva. Quello che sarebbero i napoletani, quello che vorrebbero, egli conosceva bene e nel dar loro la felicità del mare, ha pensato alla felicità di ognuno. Questo immenso dono è saggio, è profondo, è caratteristico. Ogni bisogno, ogni pensiero, ogni corpo, ogni fantasia, trova il suo cantuccio dove s’appaga, il suo piccolo mare nel grande mare.

Del passato, dell’antichissimo passato è il mare del Carmine. Poco distante dalla spiaggia è l’antica porta di mare che introduce alla piazza; sulla piazza storicamente famosa si eleva il bruno campanile, coi suoi quattro ordini a finestruole che lo fanno rassomigliare stranamente al giocattolo grazioso di un bimbo gigante; le casupole attorno sono basse, meschine, dalle finestre piccole, abitate da gente minuta. Il mare del Carmine è scuro, sempre agitato, continuamente tormentato. Sulla spiaggia semideserta non vi è l’ombra di un pescatore. Vi si profila qua e là la linea curva di una chiglia; la barca è arrovesciata, forse si asciuga al sole. Dinanzi alla garitta passeggia un doganiere che ha rialzato il cappuccio per ripararsi dal vento che vi soffia impetuoso. Presso la riva una barcaccia nera stenta a mantenersi in equilibrio; dal ponte per mezzo di tavole è stabilita una comunicazione con la terra; vi vanno e vengono facchini, curvi sotto i mattoni rossi che scaricano a riva. Ma non si canta né si grida. Il mare del Carmine non scherza. In un temporale d’estate portò via un piccolo stabilimento di bagni; in un temporale di inverno allagò la Villa del Popolo, giardino infelice,dove crescono male fiori pallidi e alberetti rachitici. Qualche cosa di solenne, di maestoso vi spira. Il mare del Carmine era l’antico porto di Parthenope dove approdavano le galee fenicie, greche e romane, ma era porto malsicuro; esso ha visto avvenimenti sanguinosi e feste popolari. È un mare storico e cupo. Sulla piazza che quasi esso lambiva, dieci, venti volte sono state decise le sorti del popolo napoletano. Le onde sue melanconiche hanno dovuto mormorare per molto tempo: Corradino, Corradino. Le onde sue tempestose hanno dovuto ruggire per molto tempo: Masaniello, Masaniello. È il mare grandioso e triste degli antichi che sgomenta le coscienze piccine dei moderni. La sola voce del flutto rompe il silenzio che vi regna e qualche coraggioso, solitario e meditabondo spirito, vi passeggia, curvando il capo sotto il peso dei ricordi, fissando l’occhio sulla vita di quelli che furono.

Ma ferve la gente e ferve la vita sul mare del Molo. Non è spiaggia, è porto queto e profondo. L’acqua non ha onde o appena s’increspa; è nera, a fondo di carbone, un nero uniforme e smorto, dove nulla si riflette. Sulla superficie galleggiano pezzi di legno, brandelli di gomene, ciabatte sformate e sorci morti. Nel porto mercantile si stringono l’una contro l’altra le barcacce, gli schooners e i brigantini carichi di grano, di farina, di carbone, d’indaco, non vi è che una piccola linea di acqua sporca tra essi. Sul marciapiede una grua eleva nell’aria il suo unico braccio di ferro, che s’alza e s’abbassa con uno stridore di lima. Uomini neri dal sole, di fatica e di fumo, vanno, vengono, salgono e scendono. Un puzzo di catrame è nell’aria. Sulla banchina nuova, nel terrapieno, sono infissi pennoni a cui s’attorcigliano intorno grossissime gomene che danno una sicurezza maggiore ai vapori postali ancorati in rada. A destra c’è il porto militare, medesimo mare smorto e sporco, dove rimangono immobili le corazzate. Dappertutto barchette che sfilano, zattere lente, imbarcazioni pesanti; le voci si chiamano, si rispondono, si incrociano. Il sole rischiara tutto questo, facendo brulicare nel suo raggio polvere di carbone, atomi di catene, limature di ferro; la sera l’occhio del faro sorveglia il Molo. Il mare del Molo è quello dei grossi negozianti, dei grossi banchieri, degli spedizionieri affaccendati, dei marinari adusti, degli ufficiali severi che corrono al loro dovere, dei viaggiatori d’affari che partono senza un rimpianto. È per essi che il Signore ha fatto il lago nero del Molo. Del popolo e pel popolo è il mare di Santa Lucia. È un mare azzurro-cupo, calmo e sicuro.
Una numerosa e brulicante colonia di popolani vive su quella riva. Le donne vendono lo spassatiempo, l’acqua solfurea, i polpi cotti nell’acqua marina; gli uomini intrecciano nasse, fanno reti, pescano,fumano la pipa, guidano le barchette, vendono i frutti di mare, cantano e dormono. È un paesaggio acceso e vivace. Le linee vi sono dure e salienti, il sole ardente vi spacca le pietre. Si sente un profumo misto di alga, di zolfo e di spezierie soffritte. I bimbi seminudi e bruni si rotolano nella via, cascano nell’acqua, risalgono alla superficie, scuotendo il capo ricciuto e gridando di gioia. Sulla riva un’osteria lunga lunga mette le sue tavole dalla biancheria candida, dai cristalli lucidi, dall’argenteria brillante. Di sera vi s’imbandiscono le cene napoletane. Suonatori ambulanti di violino, di chitarra, di flauto improvvisano concerti; cantatori affiochiti si lamentano nelle malinconiche canzonette, il cui metro è per lo più lento e soave e la cui allegria ha qualche cosa di chiassoso o di sforzato che cela il dolore; accattoni mormorano senza fine la loro preghiera; le donne strillano la loro merce. Di estate un vaporetto scalda la sua macchina per andare a Casamicciola, la bella distrutta, i barcaiuoli offrono con insistenza, a piena voce, in tutte le lingue, ai viaggiatori il passaggio fino al vaporetto. Dieci o dodici stabilimenti di bagni a camerini piccoli e variopinti; si asciugano al sole, sbattute dal ponente, le lenzuola; le bagnine hanno sul capo un fazzoletto rosso e fanno solecchio con la mano. Una folla borghese e provinciale assedia gli stabilimenti, scricchiolano le viottole di legno. Salgono nell’aria serena canti, suoni di chitarra, trilli d’organino, strilli di bimbi, bestemmie di facchini, rotolio di trams, profumi e cattivi odori; rifuggono i colori rabbiosi e mordenti; fiammeggiano le albe riflesse sul mare; fiammeggiano meriggi lenti e voluttuosi, riflessi sul mare; s’incendiano i tramonti sanguigni riflessi sul mare che pare di sangue. È il mare del popolo, mare laborioso, fedele e fruttifero, mare amante ed amato, per cui vive e con cui vive il popolo napoletano. Eppure, a breve distanza, tutto cangia d’aspetto. Dalla strada larga e deserta si vede il mare del Chiatamone. La vista si estende per quel vastissimo piano, si estende quasi all’infinito, poiché è lontanissima la curva dell’orizzonte. Quel piano d’acqua è desolato, è grigio. Nulla vi è d’azzurro e la medesima serenità ha qualche cosa di solitario che rattrista. Le onde si rifrangono contro il muraglione di piperno con un rumore sordo e cupo; lontano, gli alcioni bianchi ne lambiscono le creste spumanti. A sinistra s’eleva sulla roccia il castello aspro, ad angoli scabrosi, a finestrelle ferrate; il castello spaventoso dove tanti hanno sofferto ed hanno pianto; il castello che cela il Vesuvio. Contro le sue basi di scoglio le onde s’irritano, si slanciano piene di collera e ricadono bianche e livide di rabbia impotente. Quando le nuvole s’addensano sul cielo e il vento tormentoso sibila fra i platani della villetta, allora la desolazione è completa, è profonda. Di lontano appare una linea nera: è una nave sconosciuta che fugge verso paesi ignoti. Alla sera passa lentamente qualche barca misteriosa che porta una fiaccola di luce sanguigna a poppa e che mette una striscia rossa nel palpito del mare: sono pescatori che stordiscono, con la fiaccola, il pesce. In quelle acqua un giovanetto nuotatore bello e gagliardo, vinto dalle onde, invano ha chiamato aiuto ed è morto affogato; in una notte d’inverno una fanciulla disperata ha pronunciata una breve preghiera e si è lanciata in mare, donde l’hanno tratta, orribile cadavere sfracellato e tumefatto. È il mare che Dio – come dice la vecchia leggenda – ha fatto per i malinconici, per gli ammalati, per i nostalgici, per gl’innamorati dell’infinito.

Invece ride il mare di Mergellina; ride nella luce rosea delle giornate stupende; ride nelle morbide notti di estate, quando il raggio lunare pare diviso in sottilissimo fili d’argento, ride nelle vele bianche delle sue navicelle che paiono giocondi pensieri aleggianti nella fantasia. Sulla riva scorre la fontana con un cheto e allegro mormorio; i fanciulli e le fantesche in abito succinto vengono a riempirvi le loro brocche. Uno yachtelegante, dall’attrezzeria sottile come un merletto, dalle velette candide orlate di rosso, si culla mollemente come una creola indolente, porta il nome a lettere d’oro, il nome dolce di qualche creatura celestiale e bionda: Flavia. Uno stabilimento di bagni, piccolo ed aristocratico, si congiunge alla riva per una breve viottola, sulla viottola passano le belle fanciulle vestite di bianco, coi grandi cappelli di paglia coperti da una primavera di fiori, cogli ombrellini dai colori splendidi che si accendono al sole; passano le sposine giovanette, gaie e fresche, attaccate al braccio dello sposo innamorato; i bimbi graziosi, dai volti ridenti e arrossati dal caldo. E nel mare, giù, è un ridere, uno scherzare, un gridio fra il comico spavento e l’allegria dell’acqua fredda, e corpi bianchi che scivolano fra due onde e braccia rotonde che si sollevano e volti bruni dai capelli bagnati. È la festa di Mergellina, di Mergellina la sorridente, fatta per coloro cui allieta la gioventù, cui fiorisce la salute, fatta pei giovani che sperano e che amano, fatta per coloro cui la vita è una ghirlanda di rose che si sfogliano e rinascono sempre vive e profumate.

Ma il mare dove finisce il dolore è il mare di Posillipo, il glauco mare che prende tutte le tinte, che si adorna di tutte le bellezze. Quanto può ideare cervello umano per figurarsi il paradiso, esso lo realizza. È l’armonia del cielo, delle stelle, della luce, dei colori, l’armonia del firmamento con la natura, mare e terra. Si sfogliano i fiori sulla sponda, canta l’acqua penetrando nelle grotte, l’orizzonte è tutto un sorriso. Posillipo è l’altissimo ideale che sfuma nella indefinita e lontana linea dell’avvenire; Posillipo è tutta la vita, tutto quello che si può desiderare, tutto quello che si può volere. Posillipo è l’immagine della felicità piena, completa, per tutti i sensi, per tutte le facoltà. È la vita vibrante, fremente, nervosa e lenta, placida e attiva. È il punto massimo di ogni sogno, di ogni poesia. Il mare di Posillipo è quello che Dio ha fatto per i poeti, per i sognatori, per gl’innamorati di quell’ideale che informa e trasforma l’esistenza.

Quando il Signore ebbe dato a noi il nostro bel golfo, udite quello che la sacrilega leggenda gli fa dire: uditelo voi, anima glaciale e cuore inerte. Egli disse: Sii felice per quello che t’ho dato, e se non lo puoi, se l’incurabile dolore ti traversa l’anima, muori nelle onde glauche del mare.

IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 09/03/2016 ore 19:50 Quota

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

@treme1978 scrive:
pensa che storia che sia stata a fondare il primo giornale e proprio la donna bellissima storia

:rosa
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 09/03/2016 ore 19:52 Quota

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

@serena.10 scrive:
Egli disse: Sii felice per quello che t’ho dato, e se non lo puoi, se l’incurabile dolore ti traversa l’anima, muori nelle onde glauche del mare.

:cuore

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