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IOXSONGXLEGGEND 08/03/2016 ore 14:34 Quota

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

Matilde Serao




Simbolo dell’indipendenza femminile in un periodo storico in cui le sue coetanee non potevano ancora votare, Matilde Serao fu la prima donna a fondare e dirigere un giornale. Nata in Grecia il 7 marzo del 1856 da padre napoletano e una nobile discendente dei principi Scanavy di Trebisonda, la Serao si trasferì in Italia nel 1860, all’età di ventiquattro anni. A Napoli conseguì il diploma di maestra e dopo poco iniziò a lavorare ai Telegrafi di Stato. Fu in questi anni che iniziò a collaborare con alcuni giornali locali seguendo le orme del padre che scriveva per alcuni fogli d’ispirazione liberale come Il Pungolo. Con lo pseudonimo di “Tuffolina” la Serao iniziò a scrivere per il Giornale di Napoli e intanto inviò la sua prima novella intitolata “Opale” al Corriere del Mattino.



Nel 1882 lasciò il capoluogo campano e si trasferì nella Capitale dove iniziò a collaborare con alcune delle più importanti riviste romane quali Capitan Fracassa e la Nuova Antologia. In questo periodo conobbe il verista Giovanni Verga e il giornalista Edoardo Scarfoglio che sposò nel 1885. L’affinità sentimentale presto sfociò anche in una collaborazione lavorativa e i due fondarono il Corriere di Roma. Richiamati a Napoli dall’imprenditore toscano Matteo Schilizzi, proprietario del Corriere del Mattino, i due diventarono direttori del Corriere di Napoli, nato nel 1888 dalla fusione del giornale romano e di quello napoletano. In questo periodo la Serao diventò particolarmente famosa grazie alla rubrica “Api, Mosconi e Vespe” dedicata alla cronaca mondana. In seguito a un litigio con l’industriale, i due giornalisti investirono la liquidazione di 86mila lire in un nuovo progetto e, nel 1892, fondarono Il Mattino.



La Serao abbandonò il giornale napoletano nel 1904, due anni dopo la separazione da Scarfoglio, e poco dopo diede vita a Il Giorno. Insieme al nuovo giornale, la giornalista iniziò una nuova vita accanto all’avvocato Giuseppe Natale con il quale restò fino alla sua morte. In tutti questi anni la Serao scrisse, oltre a numerosi articoli, anche libri che riscontrarono un notevole successo. Si ricordano in particolare “Vita e avventure di Riccardo Joanna”, edito nel 1887 e definito “il romanzo del giornalismo”, “II Paese di cuccagna”, ritratto crudo e suggestivo di Napoli, pubblicato nel 1891, e “Il ventre di Napoli”, che dimostra l’attaccamento e l’amore che la scrittrice ha sempre avuto nei confronti del capoluogo campano. “Questo libro – scrive la stessa giornalista – è stato scritto in tre epoche diverse. La prima parte, nel 1884, quando in un paese lontano, mi giungeva da Napoli tutto il senso di orrore, di terrore, di pietà, per il flagello che l’attraversava, seminando il morbo e la morte La seconda parte, è scritta venti anni dopo, cioè solo due anni fa, e si riannoda alla prima, con un sentimento più tranquillo, ma, ahimè più sfiduciato, più scettico che un miglior avvenire sociale e civile, possa esser mai assicurato al popolo napoletano La terza parte è di ieri, è di oggi: né io debba chiarirla, poiché essa è come le altre: espressione di un cuore sincero espressione nostalgica e triste di un ideale di giustizia e di pietà, che discenda sovra il popolo napoletano e lo elevi o lo esalti!”.
serena.10
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serena.10 08/03/2016 ore 18:21

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

Matilde Serao, le sorprese di una pioniera di genio



Matilde Serao, la stampa, la Napoli cosmopolita e i luoghi della Belle Époque nella transizione verso il Novecento, con la tragedia della prima guerra mondiale. Sullo sfondo, il fermento culturale dell'Italia post-unitaria nel contesto europeo e la galassia sommersa delle donne del tempo, più o meno contigue alla Serao: figure femminili segnate, come la scrittrice e giornalista napoletana - considerata dai suoi contemporanei «la George Sand italiana» o «Balzac in gonnella» - da una ingiusta damnatio memoriae che le ha rese pressoché invisibili ai posteri. E si intitola non a caso Visibili, invisibili.

Matilde Serao e le donne nell'Italia post-unitaria il volume collettivo, in uscita per le edizioni del Cnr/Cug (pp. 293, euro 24, con prefazioni di Luigi Nicolais, Alessandro Barbano e Salvatore Maffei), che a 160 anni dalla nascita della Serao a Patrasso, il 7 marzo 1856, ripropone ora con molti materiali inediti - documentari ed iconografici - il caso di questa straordinaria autodidatta di genio: una figura complessa e prismatica di operosa poligrafa ed epistolografa, narratrice di razza (per Carducci «la più forte prosatrice d'Italia»), antesignana del giornalismo moderno, imprenditrice culturale e viaggiatrice instancabile, capace di riservare sempre nuove sorprese.








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serena.10 08/03/2016 ore 18:23

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

I primi anni










Casa natale di Matilde Serao e Kostis Palamas, a Patrasso.


Particolare della casa natale
Matilde Serao nacque dal matrimonio tra l'avvocato napoletano Francesco Serao e Paolina Borely, nobile greca decaduta, discendente dei principi Scanavy di Trebisonda. Il padre Francesco, avvocato e giornalista, aveva dovuto lasciare la sua città nel 1848 perché ricercato come anti-borbonico. Durante l'esilio in Grecia aveva trovato lavoro come insegnante. Conobbe e sposò Paolina Borely, che sarà il modello della giovane Matilde.

Il 15 agosto 1860 la famiglia Serao, con l'annuncio dell'ormai imminente caduta di Francesco II, tornò velocemente in patria. Trovò alloggio a Ventaroli, frazione di Carinola.

« Ventaroli è anche meno di un villaggio né voi lo troverete nella carta geografica: è un piccolo borgo nella collina più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca ed un cimitero tutto verde; “vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia”. »
(Matilde Serao, articolo pubblicato postumo il 24 giugno 1956 su Il Mattino.)
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serena.10 08/03/2016 ore 18:25

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L'adolescenza









La vita sociale di Matilde durante la prima adolescenza fu spensierata e serena. Seguì la famiglia a Napoli verso gli inizi del 1861, dove il padre cominciò a lavorare come giornalista a Il Pungolo. Matilde visse così fin da piccola l'ambiente della redazione di un giornale. Nonostante questa influenza, e malgrado gli sforzi di sua madre, all'età di otto anni non aveva ancora imparato né a leggere né a scrivere. Imparò più tardi, in seguito alle vicissitudini economiche e alla grave malattia della donna.

Quindicenne, priva di titolo di studio, si presentò in qualità di semplice uditrice alla Scuola Normale "Eleonora Pimentel Fonseca", in piazza del Gesù a Napoli. L'anno dopo, all'età di sedici anni, Matilde abiurò la confessione ortodossa per il cattolicesimo. In poco tempo riuscì a ottenere il diploma di maestra. Per aiutare il magro bilancio della famiglia cercò un lavoro stabile, vincendo un concorso come ausiliaria ai Telegrafi di Stato; l'impiego la occupò per quattro anni. Nonostante buona parte della giornata fosse assorbita dal lavoro, la vocazione letteraria non tardò a divenire prepotente.

Cominciò dapprima con brevi articoli nelle appendici del Giornale di Napoli, poi passò ai bozzetti e alle novelle firmate con lo pseudonimo "Tuffolina". A 22 anni (1878) completò la sua prima novella, Opale che inviò al Corriere del Mattino.
serena.10
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serena.10 08/03/2016 ore 20:21

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

La religione è un traffico e un negozio: si guadagna cento per uno quando si sa maneggiare il suo talento.
Matilde Serao
serena.10
Partecipante
serena.10 08/03/2016 ore 20:21

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La povertà religiosa è poco ben conosciuta e anche meno osservata.
Matilde Serao
serena.10
Partecipante
serena.10 08/03/2016 ore 20:27

(nessuno) La prima donna a fondare e dirigere un giornale

@IOXSONGXLEGGEND :







a caratteristica più evidente del verismo italiano fu il suo frazionamento nel regionalismo, che in letteratura ebbe illustri cantori come Verga, Capuana e De Roberto per la Sicilia, Fucini per la Toscana, Ciampoli per l’Abruzzo; Napoli, che fu una delle capitali del verismo, poté gloriarsi dell’attivissima scrittrice Matilde Serao, una delle prime donne giornaliste, che godette di larga popolarità. Profondamente legata alla sua terra mosse, appunto, dal verismo per sconfinare, variamente dispiegando la sua scrittura, nella narrativa rosa e d’appendice.
Particolarmente nota agli albori del secolo scorso, sia per la collaborazione a “Il Mattino” di Napoli, diretto dal marito Edoardo Scarfoglio, sia per aver fondato, nel 1904, “Il Giorno”, ai giorni nostri è quasi del tutto dimenticata dal pubblico, trascurata o vilipesa dalla critica già ai suoi tempi.
Così rilevò Anna Banti:
le disgrazie della Serao somigliano molto a quelle di Napoli, città decantata, adorata, detestata e infine ridotta a canzonetta.1
Così Lidia Ravera nell’introduzione al libro “Il ventre di Napoli”, sottolineando la minore considerazione di Matilde Serao e delle scrittrici in generale:
Non è mai stata considerata una grande scrittrice, Matilde Serao. Del resto: a quali donne, a quante è toccato l'alto onore? L'Olimpo è maschio. E la letteratura ha da essere soffusa di delicatezza, ellittica, astratta ed artistica, per essere alta. Per essere buona deve tenere il segno dell'ambiguità, muoversi nella metafora, evocare senza dire, rivelare senza spiegare. Per trovare un posto a sedere nell'Olimpo è più conveniente essere magnanimi e disperati sulle sorti dell'Essere che parziali, rissosi e appassionati appresso a varie battaglie. Il Letterato fine lambisce appena con occhio ad un tempo distratto e valutativo il campo di battaglia. Fruga in ironia fra la sua polvere, non partecipa, non si schiera. Vede e commenta, se decide di guardare, se no, niente, rivolge su se stesso, in solenne autodafé, il proprio augusto sguardo. Non così la Serao. Anzi, tutto il contrario.2
Eppure Matilde Serao fu scrittrice valida, appassionata, instancabile, curiosa, prolifica, impegnata nell’analisi della realtà sociale e, insieme a Salvatore Di Giacomo, il padre della letteratura napoletana, capace di offrire l’immagine più concreta e viva della Napoli di fine Ottocento, descrivendo nei suoi romanzi, con vivace realismo e colorita efficacia, la vita del popolo partenopeo.
Nata il 26 febbraio del 1856 a Patrasso, in Grecia, da padre napoletano in esilio e da madre greca, crebbe a Napoli, dove si diplomò maestra elementare e lavorò per breve tempo ai telegrafi di Stato.
Intrapresa l'attività letteraria e giornalistica, dinamica e di vivace ingegno, non tardò molto ad affermarsi.
Il suo esordio letterario, con lo pseudonimo di Tuffolina, è legato alla pubblicazione nel 1878 di “Opale”, una raccolta di novelle, cui seguì, nel 1881, “Cuore infermo”, un romanzo sentimentale; l’anno successivo si trasferì a Roma, dove collaborò a diversi giornali e conobbe un famoso giornalista dell’epoca, Edoardo Scarfoglio, che sposò nel 1885, e dal quale ebbe quattro figli.
In fecondo sodalizio, la Serao ed il marito intrapresero molte iniziative, come la fondazione, nel 1885, del giornale “Il Corriere di Roma”; due anni dopo, a Napoli, diedero vita al quotidiano “Il Corriere di Napoli“, che nel 1892 diventò “Il Mattino”.
Ben presto, però, il matrimonio entrò in crisi, tuttavia la loro collaborazione continuò ancora per qualche tempo, finché, nel 1903, la Serao abbandonò il giornale e fondò il quotidiano rivale “II Giorno”, che guidò fino alla fine della sua vita.
Di mentalità aperta e lontana dai conservatorismi di certi suoi colleghi intellettuali, attenta alle istanze sociali e culturali del tempo, sensibile alle condizioni disagiate di vita delle classi più povere, ma anche acuta osservatrice dei conflitti del mondo intellettuale, fu pure partecipe della mondanità romana e napoletana, entrando in contatto con i principali scrittori del suo tempo, come Gabriele D’Annunzio, che le dedicò il suo secondo romanzo, “Giovanni Episcopo”:
a voi, signora, a voi che ricercando il meglio date in Italia l’esempio di una operosità così virile…3
Per quanto riguarda la sua scrittura, d’impronta realista e verista, ma pure intrisa di suggestioni tardo romantiche e decadenti, in attento ascolto dell’ambiente che ritraeva, non sempre corretta, ma capace “d’infondere nelle opere sue il calore”, come lei stessa riconosceva, con la descrizione minuta del dettaglio, degli oggetti, si arricchì di sfumate analisi psicologiche, ma anche di misticismo e spiritualismo, soprattutto in seguito ad un viaggio compiuto in Palestina nel 1893 e, con gli anni, adeguandosi al gusto di un pubblico piccolo-borghese, finì per divenire sempre più sentimentale e vicina al romanzo d’appendice.
Intensa fu la sua attività, sia come giornalista che come narratrice, e vasta la sua produzione; in tutto pubblicò venticinque volumi di raccolte novellistiche, come “Dal vero” (1879), “Leggende napoletane” (1881), “Piccole anime” (1883), “Il romanzo della fanciulla” (1886), e sedici romanzi, come “Fantasia” (1883), “II ventre di Napoli” (1884), “La conquista di Roma” (1885) , “Telegrafi dello Stato” (1885), “Vita e avventure di Riccardo Joanna” (1887), “Il paese di cuccagna”, pubblicato a puntate nel 1890 sul giornale “Il Mattino”, “Suor Giovanna della Croce” (1900), “Mors tua” (1926).
Grande fu la delusione di Matilde Serao quando, nel 1926, sfumò il suo sogno di ricevere il premio Nobel, del quale fu insignita, invece, l’illustre rivale: Grazia Deledda.
Già in declino il suo successo, si spense a Napoli il 24 luglio del 1927.
Donna esuberante, cordiale, comunicativa, curiosa, giornalista solerte, scrittrice prolifica, quasi disordinata, pressata dall’urgenza d’esprimersi e denunciare, seppe ritrarre al vivo le figure della piccola borghesia di Napoli, sullo sfondo brulicante di una folla rumorosa e vivace, descrivendone il colore locale, la realtà quotidiana in tutti i suoi aspetti, anche minimi, nei riti, nelle superstizioni.
Profonda conoscitrice dell’animo femminile, indugiò spesso su figure di singole donne, prediligendo le creature semplici, che tratteggiò con mano delicata e cura amorosa, come nel brano seguente, che descrive le ansie ed i timori di alcune giovani studentesse alla vigilia di un esame.

Fingevano, chi la tranquillità, chi la disinvoltura, chi un'indifferenza assoluta: tutte fingevano, come meglio sapevano e potevano, per nascondere la paura, l'inquietudine, la tristezza, la nervosità. Riunite in due o tre gruppi, sedute a caso sui banchi in disordine, nella sala del terzo corso, esse fingevano di ammirarsi scambievolmente, una pel vestito nuovo, tagliato e cucito in casa, l'altra pel cappellino nuovo che costava in tutto nove lire e cinquanta, la terza per certa sciarpetta ricamata nei piccoli, brevissimi intervalli di ozio; parlavano dei bagni di mare... Sì, cercavano di avere l'aria disinvolta: ma sotto tutti quei sorrisi il tormento trapelava, sotto quei discorsi di vestiti, di bagni, di seratine, trapelava il pensiero angoscioso, l'altro, quello per cui nessuna di loro aveva dormito alla notte, quello per cui si erano affaticate otto mesi e per cui negli ultimi mesi estivi, giugno e luglio, avevano sgobbato dalla mattina alla sera sui libri, sui quaderni, sui sunti, sulle formule; il pensiero profondo e dominante, per cui in quel giorno, chiamate in scuola alle nove, si erano alzate alle sei, erano uscite di casa alle sette, e dopo molti giri di passeggiata erano tutte capitate lì, alle otto, un'ora prima.
Quello era il giorno dell'esame orale, pel diploma superiore. E l'esame, l'esame era il pensiero pauroso, angoscioso, profondo e dominante. Tanto che, non reggendo a lungo la finzione in quelle anime giovanotte, involontariamente, non vergognandosi più, nella comune inquietudine, ognuna si abbandonò alla propria. Pallida e sgomenta Annina Casale, appoggiata ai vetri della finestra, guardava nel cortile, senza vedere; e Caterina Borrelli, la sua prepotente amica, per darle coraggio, la sgridava.
«Sei una stupida ad aver paura. Non hai studiato tutto l'anno? Di che ti spaventi? »
«Di tutto.»
«E tu fa' una cosa: pensa che gli esaminatori di là ne sanno tottà meno di tè. Ci pensi? Cerca di convincertene e non avrai più paura. Hai capito?»
«Sì: ma non lo penso.»
«Pensane un'altra: rimanderanno anche me. Faremo l'esame di riparazione insieme, ci prepareremo insieme.»
«Ma che, ma che, vuoi che ti riprovino, tè, che sei così brava e così ardita?»
«Ti giuro che mi riproveranno. Nanni', ho un cattivo presentimento.»
Altrove, parlando a voce bassa, ognuna narrava il proprio terrore speciale.
Poi, quando suonarono le nove, un silenzio si fece: la bidella Rosa comparve sotto la porta, con una carta in mano e lesse i primi quattro nomi.

(Da “Il romanzo della fanciulla”, Garzanti, Milano)

L’opera ancora oggi più significativa della Serao è, probabilmente, “Il ventre di Napoli” (così intitolato ispirandosi ad una frase pronunciata dal Depretis4, preoccupato per il dilagare dell’epidemia di colera a Napoli nel 1884, ma forse anche ricordando “Il Ventre di Parigi”, di E. Zola), atto di accusa contro la cattiva amministrazione della città da parte del governo della Sinistra dell’epoca, libro che raccoglie gli articoli, pubblicati nel 1884 sul “Capitan Fracassa” di Roma, poi raccolti in volume nello stesso anno, di un servizio giornalistico sulla situazione napoletana.
Bisogna sventrare Napoli: così aveva detto in Parlamento Depretis, intendendo che, per risanare Napoli, bisognava abbattere le abitazioni malsane e fatiscenti delle zone più interne della città; in relazione a ciò la Serao produsse sei articoli (ai quali, poi, ne aggiunse altri tre che, a distanza di vent’anni, arricchirono la seconda edizione del libro, dopo la costruzione, nell’ambito dell’opera di risanamento5 della città, del “rettifilo”, il lungo stradone che, in realtà, non faceva altro che nascondere il povero mondo pullulante di miseria e degrado dei malsani quartieri napoletani), articoli polemici e di denuncia: “Sventrare Napoli”, “Quello che guadagnano”, “Quello che mangiano”, “Il lotto”, “L’usura” e “La pietà”.
Oltre al j’accuse contro il malgoverno (“Sventrare Napoli “), la Serao descrisse, appunto, il ventre di Napoli, cioè i quartieri disagiati (senz’aria, senza luce, senza igiene6) abitati dai napoletani più poveri, attraverso i loro usi, le abitudini, l’alimentazione, la religiosità, il gioco del lotto, l’usura, ma anche esaltandone le qualità, come la laboriosità, la solidarietà, la pietà (E i poveri che girano, sono aiutati alla meglio da quella gente povera7).
Pagine tirate d’un fiato, descrizioni rapide, aneddoti narrati con semplicità, calorosa eloquentissima perorazione a pro del popolo napoletano, piena di quell’affetto materno del quale ella possiede il segreto:8 come, giustamente, rilevò Benedetto Croce, eccezionali furono in questi scritti la capacità di osservazione e l’ abilità narrativa dell'autrice che, attraverso uno stile sobrio ed essenziale, riuscì a conciliare la lucida analisi con la passionalità che l’animava per l’adesione emotiva all’offesa realtà napoletana, descrivendo, attenta anche alle più piccole sfumature, le condizioni di vita della varia umanità che, come in una corte dei miracoli, fra odori di pietanze tipiche preparate in economia (commestibili che costano un soldo), suoni di strada, rosari e avemarie, si contorceva in un’esistenza misera, improvvisata, precaria, costretta in abitazioni minuscole e fatiscenti, abitando anche nei sottoscala, tra vicoli stretti e tortuosi come budella, mal selciati, in condizioni igieniche pessime, arrangiandosi nei mestieri più disparati, guadagnando mercedi scarsissime9, sperando di poter cambiare vita con un po’ di fortuna al gioco del lotto (il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità), invocando l’aiuto miracoloso per risolvere i malanni (vi è il piede di Sant’Anna che si mette sul ventre delle partorienti, vi è l’olio che arde nella lampada innanzi al corpo di San Giacomo della Marca…che fa guarire i mali di testa10), umanità dolente ma che pure riusciva a conservare bellezza e dignità.
La Serao non descrisse di Napoli l’oleografico paesaggio da quadretto, ma soprattutto le avvilenti condizioni di degrado dei ceti più poveri; attraverso la rappresentazione della miseria del popolo partenopeo, ne intese denunciare i reali problemi, reclamando a gran voce l'esigenza di rifare Napoli non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche dal punto di vista sociale, favorendo norme igieniche migliori, costruendo abitazioni decenti, diffondendo l’istruzione, operando affinché venisse debellato lo sfruttamento dei lavoratori e fossero offerti posti di lavoro a giuste condizioni, ben comprendendo che soltanto eliminando la miseria e l’ignoranza, fonti di mali sociali, sarebbe stato possibile garantire a tutti un vita più umana.

BISOGNA SVENTRARE NAPOLI

Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel Governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del ciclo di cobalto,delle signore incantevoli e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata per racconti di miserie. Ma il Governo doveva sapere l'altra parte; il Governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il Governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il Governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri; il Governo che sa tutto: quanta carne si consuma in un giorno e quanto vino si beve in un anno, in un paese; quante femmine disgraziate, diciamo così, vi esistano, e quanti ammoniti siano i loro amanti di cuore, quanti mendichi non possano entrare nelle opere pie e quanti vagabondi dormano in istrada, la notte; quanti nullatenenti e quanti commercianti vi sieno; quanto renda il dazio consumo, quanto la ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perché siete ministro?

(Matilde Serao, “Il ventre di Napoli”)









1) “L’occhio di Napoli”, Milano, 1962.
2) Il “ventre di Napoli,” II Italiana, l’Unità, Cles, 1993.
3) G. D’Annunzio, “Giovanni Episcopo”, A Matilde Serao.
4) Agostino Depretis (1813-1887) fu deputato del parlamento subalpino e capo dell'opposizione democratica, ma con la Sinistra parlamentare, ebbe dal re l'ufficio di creare il nuovo Governo. Durante il suo ministero ci fu la dissoluzione della Sinistra e della Destra come partiti in opposizione, applicando la politica del trasformismo.
5) In seguito alla grave epidemia di colera che si ebbe a Napoli nel 1884, il sindaco Nicola Amore fece "sventrare" la città. Allora si costituì la società del Risanamento che edificò abitazioni più razionali, dove prima sorgevano fatiscenti tuguri.
6) op. cit.
7) op. cit.
8) B. Croce, “Letteratura della nuova Italia”, III, 1915.
serena.10
Partecipante
serena.10 08/03/2016 ore 20:30

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Matilde Serao


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