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serena.10
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serena.10 19/12/2015 ore 18:53

(nessuno) Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella







Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella








Antonio Petito è il più celebre e uno dei più apprezzati Pulcinella della storia, tanto da essere conosciuto come “Il Re dei Pulcinella”. Nacque a Napoli il 22 Giugno 1822, e vi morì il 24 Marzo 1876 a causa di un infarto occorsogli durante la recita di “Dama Bianca” nel suo San Carlino. Chiamato dai suoi familiari “Totonno ‘o pazzo” per il fatto di essere una persona molto vivace, faceva parte di un’illustre famiglia di teatranti, infatti i fratelli erano attori molto apprezzati, la madre prima di sposarsi era una pupara e il padre, Salvatore, era egli stesso un apprezzatissimo Pulcinella che investì il figlio nel 1853 davanti al pubblico del San Carlino, consegnandogli il camice bianco.

Se fino a Totonno l’arte teatrale si identificava con la vera e propria esibizione sul palco, per la quale bastava un semplice canovaccio, egli capì l’importanza dei copioni scritti, seppure per fini non letterari, bensì tecnici, rappresentativi, e così dopo aver ideato le trame delle sue commedie incaricava importanti letterati del tempo per la scrittura dell’opera, poiché egli non ne era in grado in quanto semi-analfabeta. Ecco, a tal proposito, cosa dice il suo prediletto allievo Eduardo Scarpetta: “Petito era capace di buttare giù una commedia in pochi giorni; ma per scriverla aveva bisogno di parecchie risme di carta, di parecchie dozzine di penne d’oca e di un litro d’inchiostro, metà per la commedia, metà per imbrattarsi gli abiti, le mani e la camicia. E le lettere si allungavano come tracciate dalla mano incerta d’un bambino, ora tenendosi ritte a stento, ora barcollando Le righe si mutavano da orizzontali in trasversali, e così si andava avanti per pagine intere”.









Ritratto di Antonio Petito





Petito è colui che rivoluzionò la maschera di Pulcinella, trasformandolo da villano ingenuo, sciocco e ignorante in servitore astuto, ingannatore ma tutt’altro cattivo, saggio e con una nota malinconica; Petito provvide inoltre ad ammodernare l’aspetto fisico, la mimica e la lingua della sua maschera, avvicinandola di più a quel mondo borghese che aveva trasformato la società, facendosi così apprezzare non solo dal popolino ma anche dalle classi più agiate. È la stessa operazione che farà successivamente Eduardo Scarpetta con la figura di Felice Sciosciammoca, dandole maggiore verosimiglianza e segnando il passaggio dal teatro delle maschere al teatro del carattere, in modo che Felice, il quale era dapprima il cafone stupido che conviveva con Pulcinella sulla scena, si sostituisse poi proprio a questi: Pulcinella esiste ancora, ma ha i nostri stessi vestiti e si mimetizza tra la gente per mettere in opera i suoi piani. A questa radicale trasformazione posta in essere da Totonno, doveva altresì corrispondere un mutamento delle ragioni che lo portavano ad agire, dunque le commedie trattavano di argomenti a sfondo sociale di grande attualità, non disdegnando neppure di indossare i panni femminili come avvenuto in “La popolana” e “Palummella”.






Pulcinella creato dagli artigiani di Presepe Napoletano





Se ai tempi del Re dei Pulcinella non esisteva la tecnologia adeguata per riprenderne la sua bravura, essa è arrivata successivamente e ha filmato colui che potremmo identificare come nipote scenico di Petito, ossia Eduardo De Filippo, figlio di Eduardo Scarpetta il quale come abbiamo detto era a sua volta il principale allievo di Totonno. Vi segnalo perciò, e nel farlo vi saluto, un video in cui Eduardo ci dà le sue “lezioni di Pulcinella”




Alla scoperta di Pulcinella, simbolo della napoletanità nel mondo!






Pulcinella è la maschera più conosciuta della tradizione partenopea e simbolo indiscusso del popolo napoletano di cui ne incarna lo spirito ingenuo ma anche furbo, spontaneo e generoso.


Credulone, mattacchione e fanciullesco, Pulcinella è sempre in attività, pronto ad architettare qualche imbroglio e a compiere burle e dispetti a chi non asseconda i suoi capricci. Famoso per il suo modo buffo e farsesco di camminare, la sua peculiarità è quella di non saper custodire alcun segreto o confessione, da qui deriva l’espressione “segreto di Pulcinella“, ovvero quando una cosa che dovrebbe rimanere segreta viene invece “spiattellata” a tutti.


Pulcinella indossa un camicione bianco, con una cinta nera in vita ed ha il volto coperto da una maschera che ne copre il viso solo a metà. Ha un naso aquilino ed il viso rugoso, con occhi molto piccoli, caratteristiche che gli conferiscono il tipico aspetto di un gallo.

Per quanto concerne la genesi, pare che questa maschera sia stata inventata dall’attore Silvio Fiorillo, nei primi anni del seicento, ispirandosi ad un contadino di Acerra, Paoluccio della Cierra, detto anche Puccio d’Aniello così come raccontato dettagliatamente in un articolo pubblicato sul blog






Secondo alcuni, invece, le origini di Pulcinella sarebbero ben più remote. Risalirebbero, infatti, al IV secolo a.C. e ricondurrebbero ad un personaggio delle Fabule Atellane romane, un certo Maccus, che recitava satire indossando una mezza maschera. Altri lo ricollegano a Kilkirrus, una maschera dall’aspetto animale che sembra rievocare la maschera di Pulcinella. In ogni modo, fu grazie a Fiorillo che nacque come vero e proprio personaggio della commedia dell’arte. Oltre alla Commedia dell’Arte , la maschera di Pulcinella si è sviluppata in maniera del tutto indipendete nel teatro dei burattini, di cui ne è l’emblema.

Anche l’origine del nome “Pulcinella” è incerta: alcuni lo ricollegano, come già accennato, a Puccio D’Aniello, in particolar modo per assonanza. Altri, invece, sostengono che derivi semplicemente da “Pulcinello“, ossia un piccolo pulcino, a causa del naso piuttosto ricurvo. Tuttavia il nome ha subito, nel corso dei secoli una trasformazione: all’inizio il personaggio prese il nome di “Policinella”, come si puà notare dalla stessa commedia di Silvio Fiorillo.

La maschera di Pulcinella simboleggia metaforicamente il popolo partenopeo che, stanco degli abusi e delle umiliazioni dell’alta borghesia, si ribella ai potenti. Pulcinella, potrebbe essere definito in un certo senso, l’anima vibrante del popolo estrinsecata attraverso la voglia di rivincita di quest’ultimo. Con la sua ironia e con la sua forza prende in giro il potere, evidenziando la voglia di vivere superando ogni sorta di ostacolo.












Il Museo di Pulcinella. La maschera simbolo di Napoli










Tra le tante maschere della Commedia dell’Arte, indubbiamente, in Campania, Pulcinella è la più famosa. Era quindi d’obbligo dedicare un articolo della nostra rubrica dei musei partenopei, al Museo a lui dedicato. A venti chilometri dal capoluogo campano, all’interno del primo piano del castello baronale di Acerra, edificato a sua volta sulle rovine di un antico teatro romano, è situato il Museo di Pulcinella, del Folklore e della Civiltà Contadina. Documenti, opere d’arte, costumi, apparati di scena e oggetti della vita quotidiana portano il visitatore nel mondo di questa celebre maschera. All’interno della struttura, fondata ed allestita dal Centro di Cultura “Acerra Nostra” nel 1992, una sezione racconta il viaggio di Pulcinella e della Commedia dell’Arte. Tradizionalmente, alla maschera si attribuiscono origini incerte connesse ai ciarlatani e ai saltimbanchi di strada del Cinquecento, ben cent’anni prima che i canovacci della Commedia dell’Arte ne parlassero. Per alcuni il suo nome deriva da “pollicino” cioè pulcino, termine con il quale erano definiti, già nel Trecento, i giullari napoletani che si servivano di uno strumento di latta, la pivetta, per rendere la voce simile a un pigolio.










Per altri, ad ispirare quel celebre nome fu Puccio d’Aniello, un contadino d’Acerra, dotato di un naso lungo e adunco, reso popolare da un ritratto di Annibale Carracci. Alcuni, infine, pensano che Pulcinella sia una trasposizione napoletana di Maccus, uno dei quattro personaggi della commedia atellana, considerato un balordo, ghiottone, sempre innamorato e spesso malmenato. Sulla scena indossava un abito bianco e una mezza maschera, proprio come la nostra maschera acerrana.
All’interno del museo sarà quindi possibile scoprire le molteplici origini di Pulcinella e visionare documenti originali che ne trattano. Presenti anche costumi e foto degli attori che lo hanno interpretato, da Antonio Petito e Massimo Troisi, oltre a numerose opere d’artigianato campano, antico e moderno, raffigurante il mascherato più celebre di tutti i tempi. Sono anche ricostruiti un gabbiotto teatrale da piazza del 1600, un presepe pulcinellesco e diversi teatrini delle guarattelle, gli antichi burattini a guanto, provenienti da tutto il mondo.








presepe di Pulcinella




La struttura presenta un’altra sezione che espone utensili e materiali della Terra di Lavoro, l’antica Liburia, regione dell’Italia meridionale, oggi suddivisa tra Lazio, Campania e Molise. Ricostruiti anche gli ambienti domestici del tempo che servono a ripercorrere e comprendere, attraverso le sale da cucina e le scuderie, il contesto culturale dell’epoca.

Il museo comprende anche un Archivio, una Biblioteca, dedicata ad Angelo Manna, autore de “L’Inferno della Poesia Napoletana” e una Videoteca con una sezione di ricerca dedicata ad Alfonso Maria di Nola, antropologo napoletano morto nel 1997. Non può mancare una visita al monumento a Pulcinella, situato nel cortile interno del castello, che ha realizzato lo scultore Gennaro d’Angelo. Obiettivo del museo è contribuire alla crescita di Acerra partendo dalla riscoperta e dal recupero della cultura materiale del territorio, pur sapendo che non riuscirà mai a spiegare del tutto i molteplici significati che si nascondono dietro la maschera che racchiude in sé l’anima del popolo napoletano.





Divina commedia napoletana: intervista all’autore del capolavoro






Di rivisitazioni della Divina commedia di Dante Alighieri ne esistono a iosa. Ma quella di Ulisse Loni, la prima e più importante riscrittura integrale dell’opera in lingua napoletana, ha davvero qualcosa in più delle altre. È una versione riveduta e scorretta, su definizione dello stesso autore, di una delle opere più studiate, più lette, più commentate della storia della letteratura. Abbiamo incontrato il professore autore dell’opera, e abbiamo parlato con lui della sua opera monumentale, che ripercorre con la giusta audacia l’opera fiorentina, dandole però il sapore del Vesuvio: ecco cosa ne è uscito fuori dopo averla letta.

L’opera di Ulisse Loni ricalca metrica, scansione delle strofe e stile della Commedia, è formata da decine di migliaia di versi racchiusi in 100 canti composti in terzine endecasillabe, ed è integralmente in lingua napoletana: tuttavia, contemporaneamente avviene uno stravolgimento di contesti e protagonisti dell’opera, con un attento lavoro di riscrittura che ha portato grande ventata di storia, umorismo e fantasia nel testo già superlativo di Dante.

Salve professor Loni, e grazie per avere accettato di incontrarci. La sua Divina commedia napoletana è un testo unico, perché ricalca perfettamente la struttura dantesca ma non ne è una semplice traduzione. Quanto tempo ha impiegato per scriverla? In che anno è stata terminata?

Scrivere la Divina commedia napoletana ha impiegato meno tempo che pensarla. Ci ho messo tre anni, in totale, unendo le fasi di ideazione e quella di stesura. L’opera, fra le tante cose, ha lo stesso numero di canti e di versi dell’originale, e ciò ha richiesto ulteriore precisione. Non sono nuovo alla scrittura poetica e all’utilizzo della lingua napoletana, ma ho voluto cercare di adattare Dante non solo tramite il linguaggio, anche tramite i fatti. Alcuni personaggi erano troppo legati a fatti politici relativi al ‘300, alcuni luoghi calzavano poco con l’impronta napoletana del testo. Infine, ho sostituito la figura di Dante con quella di me stesso: sono io a compiere la discesa all’Inferno e poi l’ascesa verso Purgatorio e Paradiso, int’ ‘o ciardino ‘e donna Margherita, accompagnato in ogni caso da Virgilio.

Nell’opera, una delle novità, oltre la lingua napoletana, è proprio che alcuni personaggi contemporanei a Dante vengono sostituiti da loro corrispondenti più moderni. Come mai questa scelta? Ci fa qualche esempio?

La scelta dei personaggi e dei luoghi che sostituiscono, in parte, quelli della Divina commedia dantesca è stata fortemente influenzata dalla mia condizione di partenopeo, peraltro sognante. Alcuni personaggi contemporanei a Dante vengono rimpiazzati con personaggi più attuali, protagonisti della vita sociale, culturale, politica e mondana, assurti agli onori delle cronache degli ultimi decenni. Questi personaggi, il più delle volte, non hanno attinenza alcuna con quelli dell’Alighieri se non la colpa, o presunta tale, che mi ha indotto a collocarli nei loro cerchi. Qualche esempio? Nel Purgatorio, fra gli iracondi del XVI canto, compare Pannella, accusato di aver osato candidare la pornostar ungherese Cicciolina in Parlamento. Pannella si difende ammettendo di essere stato invogliato al compromesso e di non averlo mai accettato, per il suo spirito ribelle. Poco prima, fra i superbi del canto XI, si incontrano Vittorio Gassman e Gabriele D’Annunzio, mentre nell’Inferno, all’ingresso della città di Dite dove sono puniti gli eretici, compare Pulcinella al posto di Farinata degli Uberti, e rivendica le proprie origini napoletane, precisamente della città di Acerra.

Come mai Pulcinella e come mai Acerra?


Io sono nato ad Acerra, anche se per lavoro vivo altrove. La maschera che rappresenta Napoli nel mondo è proprio di origini acerrane, e non poteva mancare in un’opera influenzata completamente dalla napoletanità. Pulcinella sostituisce Farinata degli Uberti, fa un ritratto di Napoli malinconico e critico nei confronti di chi l’ha abbandonata, ma non perde le sue caratteristiche comiche, come la fame e l’amore per il cibo, che porta con sé finanche all’Inferno. In questo canto, Pulcinella dialoga con me e mi chiede:




Va buo’, nun ce penzammo, sciò tristezza,
parleme ‘e Napule, di’, comme passa!? –
– E comme adda passa’… dint’ ‘a munnezza!

Sempe bella è, ma comm’ ‘a ‘na vajassa
piacente ca figura sulo ‘e notte.
‘E juorno se piglia e doppo se lassa

poche ‘a curano, ‘o riesto se ne fotte! –
– Gesù! – me dicette – Che brutta fine!
E si ca sto’ penzanno a tutte ‘e llotte

ca se so’ fatte, e mo’ ‘sti traffechine
stanno stutanno ‘a stella cchiù lucente.
Nun è pussibbele! Ma so’ cretine? –

– Nun so’ cretine, no, ma gente ‘e niente , –
le spiecaje io – vittime d”a cazzimma.
‘A chiaja vera ‘e ‘na chiorma ‘e fetiente

sorda a ogne cunziglio, peggio ‘e primma
tutto fernesce p’essere ‘nu ‘nchiasto.
N’è facile schiantà chesta chiattimma.













Pulcinella ricorda Napoli con amore, e viene deluso dalla descrizione che gli viene fatta dal Poeta. Ma conserva sempre la speranza che tutto possa cambiare.

Nella sua produzione poetica, Napoli non è presente solo in questa rivisitazione. Lei ha scritto anche un’altra opera su Napoli.

Sì, ho scritto Partenopeide, tutta la storia di Napoli dalle origini all’unità d’Italia in 2400 versi. Ventiquattro canti da cento versi danteschi l’uno. Ma è un’opera così vasta che… dovremmo parlarne in un’intervista a parte!

Eppure, tutte queste opere hanno poco risalto.

Le case editrici, al giorno d’oggi, non sostengono la cultura. Sono farisei. Per questo, è molto difficile riuscire ad affermarsi senza il sostegno di nessuno, soprattutto con opere di questo tipo. Ho dovuto ricorrere spesso all’autopubblicazione, e c’è stata poca considerazione nei confronti delle mie opere. Però, ho pubblicato ugualmente nonsense, poesie e racconti per ragazzi, commedie per il teatro, la Genesi raccontata dai ragazzi della strada, la già citata Partenopeide.






Tornando alla Divina commedia napoletana, c’è un altro passaggio che mi ha colpito particolarmente. Nel Paradiso VII, risiedono le anime di coloro che si attivarono per conseguire fama e onori terreni. Lì, lei instaura un realistico e arguto parallelismo fra la politica di un tempo e quella attuale. La poesia, in questo caso, veicola un messaggio importante.

Nun se pò repassà’ impunemente
chi ha subbito ‘a cassa integrazione
o, peggio ancora, tutta chella gente

ca lotta contro ‘a disoccupazione
mentre p”a Svizzera sciumme ‘e denare
hanno spisso pigliato ‘a direzione.

Sta’ certo ca quarcuno ‘e ‘sti cumpare,
cu’ la sòleta e bella faccia tosta
sotto diverzo simbulo accumpare;

ma pigliarrà sicuro ‘na batosta
cu’ ‘stu viento ‘e prutesta ca mò spira.
Contro a ‘stu viecchio sistema è apposta

sciso ‘ncampo uno ca pò e tira:
‘o granne cavaliere, Sua Emittenza,
il Berlusconi ca ‘o popolo ammira.

Ammira ‘e chistu ccà ‘a ‘ntrapennenza
e spera comm’a isso ‘e deventà’,
pe’ chesto ‘o degna ‘e tanta arreverenza! –

– S’è visto spisso, in Italia, e si sa, –
dicette io – ca basta ‘a simpatia,
oppure ‘o nomme, pe’ farse vutà’.

Però che brutta fine, mamma mia,
hanno fatto ‘e pulitece ‘taliane
si fà cu’ Bossi e Fini cumpagnia:

duje ca’ se sbranano comme a ‘e cane
e ca nun teneno niente in comune
si nun ‘o fatto ca’ so’ tipe strane.

Umberto, comme ‘o lupo, soffre ‘e llune,
e Fini certamente nun scarzeja
quanno assaje stritte le vanno ‘e scarpune.

Cchiù ca matre, ‘a puliteca è matreja
e porta annanze figlie scumbinate
ca simbulo e penziero ognuno anneja-

E’ cierto ormai ca songhe tramuntate
‘e tiempe ‘e Nenni, Gramsci e don Sturzo
‘e De Gasperi, Togliatti e tant’ate

ca ‘a Repubblica ‘nzieme hanno cuncurzo,
affruntannese, sì, ma a viso apierto
e cu’ cumizzie a l’urdemo discurzo.

Tutto era chiero, nun c’era scuncierto,
e nun cagnava d”a sera a ‘a matina,
ja’, pe’ ‘nu scanno ca te vene affierto.

Era gente uno piezzo, adamantina,
cu’ ‘na parola sola ed una faccia;
mò ne teneno diece o ‘na ventina.

Chesto ‘ntivvù ognuno se rinfaccia,
cupianno ‘e Vanna Marchi voce e stile,
pe’ fà’ d”a cuncurrenza ‘na petaccia.

Se sputeno veleno e tutt”a bile
ca ‘ncuorpo téneno e pe’ tutto ‘o riesto,
p”e ccòrpe fanno a scarrecavarile.

Voglio sperà’ ca’ dint”a ‘stu cuntiesto
cu’ chesta gente nun se torna areto
e ca facesse ‘a storia lummo e tiesto!





Sì. Nel viaggio attraverso i tre regni dell’Oltretomba non si trovano solo scene di vita mondana o pervase di ilarità. La politica è presente tanto quanto le altre tematiche, collocata nei vari canti sempre in maniera pertinente allo schema della Commedia dantesca.

La ringraziamo per aver scambiato con noi le sue opinioni, e ci complimentiamo ancora per il suo capolavoro!

Grazie a voi!

Concludiamo, salutando ancora una volta il prof. Loni, con un intervento critico di Raffaele Piazza sulla rivista letteraria online Vico Acitillo 124 – Poetry Wave, pubblicato nel 2004:

Ulisse Loni, dopo una serie di belle opere in versi e in prosa, si cimenta ora con un tema assai impegnativo, sia per la vastità del progetto sia per le capacità fantastiche e poetiche che richiede. Riscrivere in un’altra lingua, parodiare e reinventare, sembrano, a primo ascolto, operazioni puramente tecniche, slegate e affrancate da ogni tensione creativa e fantastica. Invece non è affatto così. A parte la considerazione che tradurre la poesia in un’altra lingua esige un orecchio metrico e una sensibilità e un gusto poetico di non trascurabile valore, in quanto il “senso” della poesia è tutto nell’ordine e nella qualità delle parole usate, le difficoltà maggiori stanno proprio nel parodiare e nel reinventare. Loni riproduce, nella lingua poetica delle grandi opere napoletane della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, tutte le situazioni dantesche (peccati, rei, pene, anime purganti, beati e tutti i commenti e le questioni, anche teoriche, da esse suscitate), facendo attenzione a mantenere, in linea di massima, gli stessi personaggi già antichi ai tempi di Dante e assunti, perciò, a simboli emblematici e atemporali di un certo comportamento e di una specifica inclinazione. In questa situazione egli fa la parodia della Divina commedia dantesca. Ne reinventa figure, personaggi, conferendovi un tono ilare e scherzoso. Fare la parodia significa, infatti, riprodurre un testo aulico, severo, in forma giocosa, allegra, vivace, trasfondendo in esso una morale, una visione complessiva della vita e della società completamente originali e nuove che, però, non sono meno serie e significanti di quelle possedute dal testo di cui si fa la parodia. Notevole e originale, dunque, l’opera di Loni, e qui ci si augura che, oltre a trovare lettori appassionati tra i poeti e i cultori di poesia, possa diventare, per i giovani studenti che si accostano alla Divina commedia, una lettura piacevole, colta e anche divertente.








Una statua di Pulcinella






Segreto di Pulcinella





Una statua di Pulcinella
"Segreto di Pulcinella" è un idiotismo della lingua italiana, usato per indicare un segreto che non è più tale, qualcosa che ormai è diventato di pubblico dominio nonostante i tentativi di tenerlo nascosto. Più in generale, la locuzione può anche essere usata per sottolineare un'ovvietà.




Origine




L'origine specifica del modo di dire è incerta, anche se, ovviamente, nasce dal mondo della Commedia dell'Arte. Il personaggio di Pulcinella è conosciuto per la sua forte ironia, per l'abitudine a prendersi gioco dei potenti e a svelare i retroscena delle situazioni scottanti. Non è, quindi, un personaggio in grado di tenere un segreto a lungo



Linguistica



Spesso, come nei modi di dire, la locuzione viene associata ad una figura retorica, o comunque contraddice il principio di composizionalità tipico della lingua. John Saeed lo cita come un esempio di parole che, collocate insieme, si sono fissate a lungo termine in un'espressione fossilizzata


















Altri Pulcinella famosi, oltre a Fiorillo, furono:


Andrea Calcese, che può essere considerato il primo vero Pulcinella della storia, in quanto il suo maestro Silvio Fiorillo fu l'ideatore della maschera. Calcese indossò la maschera per la prima volta nel 1618. Il suo stile recitativo era impostato sulla improvvisazione, il che consisteva nell'inventare continuamente lazzi e battute senza alcun schema.

Michelangelo Fracanzani che nel 1685 inventò, ad uso e consumo delle scene parigine il personaggio di Polichinelle. Fracanzani era nipote del pittore Salvator Rosa che anche lui saltuariamente si esibiva come dilettante nei teatri accademici in commedie ridicolose con un personaggio da lui inventato, uno Zanni napoletano di nome Formica.

Vincenzo Cammarano, detto "Giancola", siciliano di nascita ma napoletano d'adozione, fu un glorioso Pulcinella, il più grande del settecento, amato dal popolo napoletano e persino dal re Ferdinando IV, che spesso sbeffeggiava, attribuendogli il nomignolo di "Re nasone". Pare che i due si conobbero anche, come testimonia il film del 1959 "Ferdinando I, re di Napoli", dove Peppino De Filippo è il re nasone, e Eduardo de Filippo, Giancola. Morirà nel 1809 passando il testimone al figlio Filippo.

Filippo Cammarano (1764-1842), grande Pulcinella, figlio di Vincenzo. Filippo Cammarano si distinse per la sua interpretazione molto popolare e piacque sia ai napoletani che alla corte dei Borbone, fu beniamino di Re Ferdinando II, i suoi rapporti con la corte erano simili a quello dei giullari delle corti medievali. Fu anche scrittore e il primo ad avviare la "riforma" in senso morale della maschera di Pulcinella; nel suo scritto "Pulcinella Molinaro" (1814), ripropone temi e situazioni della commedia dell'arte e dell'opera buffa, ma Pulcinella, pur rimanendo lo sciocco di sempre, vi esprime con forza domande di giustizia.

Pasquale Altavilla (1806-1875) attore e autore dell'800 lavorò accanto a Salvatore Petito lasciando numerose commedie pulcinellesche, alcune delle quali ancora oggi sono rappresentate.

Antonio Petito (1822-1876) fu il più famoso Pulcinella dell'800 (e di tutti i tempi), a lui si devono numerosissime farse pulcinellesche. Figlio di Salvatore Petito, altro grande Pulcinella, Antonio era quasi analfabeta ma lasciò il più numeroso "corpus" di commedie pulcinellesche, che spesso si ispiravano a temi di attualità della società napoletana del suo tempo.

Giuseppe De Martino (1854-1918), entrò giovanissino nella compagnia di Antonio Petito, dove né carpì tutti i segreti. Con la morte di Petito, toccò a lui sostituirlo esattamente quattro giorni dopo.

Salvatore De Muto (1876-1970), l'ultimo grande Pulcinella, indossò la maschera nel 1913; gli diede l'investitura ufficiale il grande De Martino. Vestì i panni di Pulcinella ininterrottamente fino allo scoppio della 2ª guerra mondiale, poi cadde nel dimenticatoio, finché il grande Eduardo De Filippo non lo volle all'inaugurazione del teatro San Ferdinando del 1954, nello spettacolo "Palumbella zompa e vola" dove vestì per l'ultima volta il costume. Morirà di miseria nel 1970.


Eduardo e Pulcinella (qui interpretato da Achille Millo)
Eduardo De Filippo (1900-1984) vestì spesso i panni di Pulcinella, soprattutto all'inizio di carriera. Nel settembre 1958 a Milano per inaugurare la stagione del Piccolo Teatro mise in scena un felice adattamento della commedia di Pasquale Altavilla Pulcinella in cerca della sua fortuna per Napoli. Nel 1957 scrive Il figlio di Pulcinella, commedia in cui il trickster partenopeo vecchio e servile muore riscattato dal figlio venuto dagli Stati Uniti che ha deciso di togliersi la maschera per non essere più assoggettato.

E inoltre: Enzo Cannavale (1928-2011), nel 1982 interpreta in Giuramento di Alfonso Brescia un emigrato napoletano a New York che per sbarcare il lunario interpreta la maschera di Pulcinella per feste private e di piazza. Emblematica la fine della pellicola in cui Cannavale-Pulcinella, dopo aver salvato la vita a Mario Merola ed Ida Di Benedetto, pronunzia ad un affranto Nino D'Angelo, prima di morire, la emblematica frase "Pullecenella nun more maje!".

Massimo Ranieri (1951), nella stagione teatrale 1986-87 è stato un raffinato interprete dello spettacolo teatrale "Pulcinella" di Maurizio Scaparro.








Massimo Troisi nei panni di Pulcinella in uno dei suoi primi spettacoli teatrali
Massimo Troisi (1953-1994) fu anche lui un buon Pulcinella, con il film di Ettore Scola Il viaggio di Capitan Fracassa del 1990 portando la sua versione della maschera napoletana sul grande schermo.

Pino Daniele (1955-2015) nel suo album d'esordio Terra mia (1977) interpreta nel brano Suonno d'ajere la parte di un Pulcinella malinconico e rabbioso che, toltosi la maschera (un richiamo alla commedia di Eduardo), pensando al dolore dei poveri e dei diseredati medita un'azione di rivolta.

Esiste anche un Pulcinella cartone animato, personaggio del film Totò Sapore e la magica storia della pizza, che, a differenza del Pulcinella originale, è basso, cammina a piedi nudi e canta una canzone che compare nella scena, quando si ubriaca e sogna di volare insieme ad altri sosia; la canzone s'intitola "Tutta Napule è comm'a 'mme".

Altri Pulcinella famosi, sono da ritenersi gli attori Achille Millo, Gianni Crosio, Tommaso Bianco, Nino Taranto, Rino Marcelli, Peppe Barra.













La maschera di Pulcinella ha un significato non solo storico, artistico e culturale, ma soprattutto sociale, o meglio di denuncia sociale. Metaforicamente quindi la maschera simboleggia la plebe napoletana che stanca degli abusi e delle umiliazioni ricevute dalla cinica classe alto–media borghese, si ribella a questi disumani potenti, che hanno fatto di tutto per rendere nel corso dei secoli una vita dura e avversa al popolo partenopeo. Quindi Pulcinella essendo l’anima del popolo minuto rispecchia la voglia di rivincita di quest’ultimo. Con la sua ironia e con la sua forza si burla del potere sottolineando la sua volontà di vivere e superare gli ostacoli. Pulcinella non conosce confini , è una maschera conosciuta anche oltre oceano, visto che durante il corso dei secoli molti teatranti italiani essendo stati costretti ad espatriare per cercare fortuna altrove, hanno diffuso questo “personaggio fisso” in varie nazioni; ecco che in Francia nasce Polichinelle, in Germania Kaspar, in Inghilterra Punch, e così via. Pulcinella è anche un personaggio che prova forti sentimenti, è stregato dalla sua eterna fidanzata Teresina, ma è sempre nei guai e grazie alla sua scaltrezza riesce ad uscire dalle spiacevoli situazioni in cui si è cacciato. Secondo studi approfonditi ci sono circa una sessantina di attori che hanno interpretato dal 1500 al 1954 la maschera napoletana, e tra i più noti attori pulcinelleschi della storia del teatro partenopeo ricordiamo il grande Antonio Petito (1822-1876).

Ai giorni nostri, nella commedia napoletana contemporanea, Pulcinella è stato rinterpretato dal guarattellaro Nunzio Zampella, e in un secondo tempo dal suo allievo, l’attore e burattinaio Bruno Leone, che nel 1979 ereditando dal suo maestro la maschera di Pulcinella ha deciso per l’appunto di riportare alla ribalta la tradizione pulcinellesca e di recuperare il Teatro delle guarattelle.
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IOXSONGXLEGGEND 19/12/2015 ore 20:05 Quota

(nessuno) Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella

@serena.10 scrive:
Antonio Petito



Antonio era soprannominato in famiglia Totonno 'o pazzo per la sua estrema vitalità
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IOXSONGXLEGGEND 19/12/2015 ore 20:12 Quota

(nessuno) Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella



Esordì sulla scena all’età di sette anni, mostrando grandi capacità nel ballo (appreso dal padre), nella mimica, nel canto, nella musica, nelle parodie e nei giochi di prestigio, egli fu anche un acrobata molto abile. Nel 1853, Totonno ereditò dal padre Salvatore la maschera di Pulcinella ed Eugenio Buonaccorsi ci informa che Petito ricevette l’investitura del camice bianco, dallo stesso padre, sul palcoscenico del San Carlino, davanti alla platea degli spettatori. Da quel momento Petito, fino all’ultimo giorno della sua esistenza, sarà per il pubblico e per la stampa “Il Re dei Pulcinella” e “Il Re del San Carlino”.
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IOXSONGXLEGGEND 19/12/2015 ore 20:13 Quota

(nessuno) Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella

Antonio nel seguire le orme paterne non faceva altro che riaffermare l’amore e l’interesse che egli nutriva per la Commedia dell’Arte Cinquecentesca. Ovviamente modificò gli aspetti, le caratteristiche, le movenze, l’abbigliamento, il linguaggio e i contenuti della maschera di Pulcinella, recando a quest’ultima maggiore spessore psicologico. Per quanto riguarda i contenuti, Petito nelle sue commedie trattava temi sociali di enorme attualità; basti pensare All’unione delle fabbriche (1871), e alle Tre banche a ‘o trecento pe’ mille; in esse Totonno pose la sua attenzione e la sua considerazione sulla realtà partenopea di metà Ottocento. Di conseguenza Pulcinella, specie nell’ultima stagione di Petito, sarà obbligato a migliorare la sua lingua, in seguito allo sviluppo industriale e alle nuove situazioni economiche e culturali, la maschera napoletana non si esprimerà più in un vernacolo arcaico, ingarbugliato, rurale e ricco di errori, ma con l’affermazione della borghesia Pulcinella si esprimerà nella nuova lingua borghese, allacciandosi persino alla cultura francese del vaudevilles e della pochades. Inoltre l’attore mutò l’atteggiamento caratteriale di Pulcinella; non più una maschera pigra, buffona e sciocca quale essa era stata in epoche passate, ma con Petito si ebbe una maschera attiva, dinamica e molto furba, con evidenti tratti sentimentali e malinconici. Franco Carmelo Greco, scrive che “il Pulcinella di Petito è totalmente urbanizzato e romanticamente infelice”. Il Pulcinella petitiano dunque non era più un villano babbeo, ma era un servo arguto e saggio. Addirittura Totonno si divertì ad inscenare un Pulcinella in veste femminile; citiamo due delle sue tante pulcinellate con costumi da donna: La popolana e Palummella.

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IOXSONGXLEGGEND 19/12/2015 ore 20:14 Quota

(nessuno) Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella

Petito era semi-analfabeta e il suo repertorio teatrale ha più valore tecnico che letterario, ossia i suoi copioni sono fondamentali da un punto di vista scenico-recitativo e rappresentativo. Però questo non significa che per il grande Petito il testo scritto non fosse importante; anzi nel teatro dialettale egli può essere considerato il primo attore comico che intuì quanto fosse necessario il copione scritto da recitare. Solitamente il nostro comico ideava la trama dei suoi canovacci e poi si rivolgeva agli illustri letterati del tempo per effettuare la stesura dell’opera.


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IOXSONGXLEGGEND 19/12/2015 ore 20:19 Quota

(nessuno) Antonio Petito, ecco la storia del Re dei Pulcinella

@serena.10 :

Pulcinell, la maschera napoletana diventa supereroe




Napoli sfida i supereroi americani e lo fa con Pulcinell, una serie di fumetti che ha come protagonista un supereroe partenopeo. Il fumetto sarà presentato al Kesté Lab, storico locale a Largo San Giovanni Pignatelli di Napoli Giovedì 15 ottobre 2015 a partire dalle ore 19.oo. All’evento saranno presenti i disegnatori ed il pubblico potrà prendere parte a #DISEGNAILTUOMOOD. L’autore del disegno migliore sarà premiato con una bevanda gratuita.

Pulcinell nasce da un’idea di Mauro “Emme” Forte, creatore e disegnatore, Simone D’Angelo, secondo disegnatore, e Alessandro Mastroserio, sceneggiatore, tutti e tre provenienti da accademie professionali di fumetto.



Si tratta di un supereroe napoletano, ispirato alla maschera di Pulcinella che, affiancato da personaggi come Arlecchino, suo braccio destro, e Pantalone, affronterà criminalità e terrorismo impersonati da un cast di supercattivi. Ma la protagonista indiscussa dei fumetti sarà ovviamente Napoli, terreno di battaglie e scontri tra i suoi vicoli, i suoi palazzi e monumenti storici che offrono spunti per una fantasia illimitata e dove in ogni storia, uno dei supercattivi della serie, se la dovrà vedere con i nostri supereroi mascherati.

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