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serena.10
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serena.10 19/07/2015 ore 20:19

(nessuno) Giovanni Paisiello, dall’opera buffa all’inno del Regno delle Due Sicilie

Giovanni Paisiello, dall’opera buffa all’inno del Regno delle Due Sicilie











Non tutti i figli illustri di Napoli sono nati nel capoluogo campano, ma certamente alcuni sono qui sepolti. La chiesa di Santa Maria Donnalbina, situata nell’omonima via, conserva al suo interno il monumento funebre di Giovanni Paisiello, scolpito nel 1816 dall’allievo di Giuseppe Sanmartino, Angelo Viva. Il “Petrarca della musica” nacque a Taranto nel 1740. Fin dall’adolescenza si trasferì a Napoli dove frequentò il conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana. Iniziò componendo musica sacra ed esordì, nel 1763, al teatro Rangoni di Modena con l’opera buffa “La moglie in calzoni”. Paisiello diede poi due drammi giocosi, “Il ciarlone” e “I francesi brillanti”, a Bologna, l’anno successivo. Dopo tre anni tornò nella città partenopea e compose “L’idolo cinese”, su libretto di Gian Battista Lorenzi, a cui si affidò anche per la realizzazione del “Socrate immaginario”, una della sue opere più note. Questa fama gli valse l’invito della zarina illuminata Caterina II di Russia che lo nominò maestro di cappella a San Pietroburgo. Durante il soggiorno russo Paisiello scrisse “La serva padrona”, “Il barbiere di Siviglia” e “Il mondo della luna”. Ma i contrasti con la corte e le condizioni di salute della moglie lo costrinsero a rientrare in Patria. Durante il viaggio di ritorno fece sosta a Vienna, dove realizzò un’altra delle sue opere di spicco: “Il Re Teodoro in Venezia”, commissionatagli dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo.










Dopo questa breve sosta Paisiello tornò a Napoli dove compose, nel 1789, una delle opere che maggiormente consacrò il suo nome “Nina ossia La pazza per amore”, accolta con entusiasmo presso il borgo di San Leucio nel parco della Reggia di Caserta, dove avevano sede le manifatture di seta che Ferdinando di Borbone intendeva pubblicizzare. L’opera preannunciò il filone melodrammatico romantico in cui protagonista è un’eroina dalla psiche instabile. La “Nina” fu poi portata al Teatro dei Fiorentini, luogo per eccellenza dell’opera buffa napoletana, nella versione modificata in due atti, per la quale Paisiello compose un nuovo ensemble preceduto dalla famosa “Canzone del pastore”. Con il passare del tempo, grazie alle sue opere, questo musicista riuscì a far nascere nel pubblico e nella critica l’interesse per la composizione musicale e la partitura, oltre che per il cast. Gli anni a cavallo tra la fine del secolo e l’inizio dell’Ottocento furono abbastanza difficili per il compositore che riuscì a essere nominato, prima di partire per Parigi, maestro di cappella nazionale della breve Repubblica Napoletana proclamata nel 1799. Quando i Borbone tornarono a Napoli, Paisiello non godette più della stessa benevolenza, al punto che morì, nel 1816, in solitudine e lontano dalla scena








Ma allora alcuni di voi si staranno chiedendo, perché Giovanni Paisiello può essere considerato un figlio illustre di Napoli. Qual è il legame indissolubile che unisce il maestro incontrastato dell’opera buffa con la nostra città? A questo grande musicista si deve la composizione di “Viva Ferdinando il re”, l’inno nazionale del Regno delle Due Sicilie. Scritto nel 1787, inizialmente questo brano fu attribuito a Cimarosa. Non si sa se possedesse inizialmente un testo cantato, bisogna aspettare il 1993 per poter averne uno, scritto dal giornalista e scrittore Riccardo Pazzaglia.
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IOXSONGXLEGGEND 19/07/2015 ore 20:27 Quota

(nessuno) Giovanni Paisiello, dall’opera buffa all’inno del Regno delle Due Sicilie

Nacque a Taranto (anche se alcuni affermano fosse nato a Roccaforzata) e lì frequentò il liceo dai Gesuiti, ma la bellezza della sua voce attirò talmente l'attenzione che nel 1754 venne inviato a studiare al conservatorio di Sant'Onofrio a Napoli (vi fu ammesso l'8 giugno), dove studiò sotto la supervisione di Francesco Durante, divenendo a tempo debito assistente maestro.

Per il teatro del conservatorio, che lasciò nel 1763, scrisse alcuni intermezzi, uno dei quali attrasse così tanto l'interesse dell'opinione pubblica che fu invitato a scrivere tre opere per lo Stato pontificio, La pupilla e Il mondo a rovescio per la città di Bologna e Il marchese di Tidipano, per Roma.

Essendo la sua fama oramai stabile, si trasferì per qualche anno nella Capitale, dove – nonostante la popolarità di Niccolò Piccinni, Domenico Cimarosa e Pietro Alessandro Guglielmi, dei cui trionfi si dice fosse amaramente geloso – produsse una serie di opere altamente di successo, una delle quali, L'idolo cinese, provocò grande scalpore presso il pubblico partenopeo.

Nel 1772 Paisiello fu costretto a sposare Cecilia Pallini, dopo aver passato qualche giorno in prigione essendosi rifiutato di mantenere la promessa di matrimonio. Nonostante questo incidente il matrimonio fu felice.

Nel 1776 ricevette ed accettò l'invito della zarina Caterina II di Russia di ricoprire nella neonata San Pietroburgo la carica di maestro di cappella per tre anni. Partì dunque il 29 luglio e dopo qualche mese, nel gennaio dell'anno successivo, giunse nella capitale dell'Impero Russo. Divenne subito insegnante di musica della granduchessa Maria Fjòdorovna e dopo sei mesi mise già in scena un suo lavoro, l'opera metastasiana La Nitteti. Il 30 aprile 1781 il successo qui ottenuto fece sì che gli venisse rinnovato il contratto per altri quattro anni. Dopo la rappresentazione de La serva padrona (già musicata alcuni decenni prima da Pergolesi), l'anno seguente fu la volta di un suo capolavoro, Il barbiere di Siviglia, ascoltato da Mozart che volle musicare la seconda commedia delle tre, componendo l'immortale "Nozze di Figaro", che raggiunse subito una fama di livello europeo. Il destino di quest'opera segna un'epoca nella storia dell'arte italiana: con essa morì la gentile soavità coltivata dai maestri del XVIII secolo, lasciando spazio all'abbagliante splendore del periodo successivo. Quando, nel 1816, Gioachino Rossini scrisse un'opera con il medesimo soggetto ma diverso libretto, con il titolo Almaviva, venne fischiato in palcoscenico; ciononostante, con il titolo modificato, Il Barbiere è oggigiorno riconosciuto come il più grande lavoro di Rossini, mentre l'opera di Paisiello è stata consegnata all'oblio: uno strano esempio di vendetta poetica postuma, dal momento che Paisiello stesso aveva molti anni prima tentato di eclissare la fama di Pergolesi, rimusicando il libretto del suo famoso intermezzo, La Serva Padrona.

Paisiello abbandonò la Russia nel 1783, e, dopo aver prodotto Il Re Teodoro a Vienna, si mise al servizio di Ferdinando IV a Napoli, dove compose numerose tra le sue migliori opere, incluse Nina e La Molinara. Nel 1789 compose una Missa defunctorum per il principino Gennaro Carlo Francesco di Borbone, morto di vaiolo nel gennaio di quell'anno. Dopo molte vicissitudini, derivate da cambiamenti politici e dinastici, venne invitato a Parigi (1802) da Napoleone, il cui favore si era conquistato cinque anni prima con una marcia composta per il funerale del generale Hoche. Napoleone lo trattò munificamente, più di altri compositori meritevoli, come Luigi Cherubini e Etienne Méhul, verso i quali il nuovo favorito trasferì la malevolenza che aveva precedentemente riservato a Cimarosa, Guglielmi e Piccinni.

Paisiello dirigeva la musica di corte alle Tuileries con uno stipendio di 10 000 franchi, oltre a 4800 per vitto e alloggio, ma non ebbe il successo che si aspettava da parte del pubblico parigino, che accolse troppo freddamente la sua opera Proserpina tanto che, nel 1803, egli richiese e con difficoltà ottenne il permesso di ritornare in Italia, con la scusa della cagionevole salute della moglie. Al suo arrivo a Napoli venne reinstallato nei suoi precedenti compiti da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, ma la sua fortuna pareva ormai in declino, seguendo quella della famiglia Bonaparte. In questo periodo ebbe uno stretto rapporto di amicizia con fra Egidio Maria di San Giuseppe, salito in seguito alla gloria degli altari, che era suo conterraneo. Fra i discepoli di Paisiello va poi ricordato anche il musicista patriota Piero Maroncelli.

La morte della moglie nel 1815 lo colpì duramente. La sua salute si guastò con rapidità, e la sua gelosia nei confronti della popolarità altrui era una fonte di preoccupazione continua.

Rientrato a Napoli Paisiello vide la sua fama misconosciuta dai Borbone tornati a regnare su Napoli dopo la parentesi napoleonica che lo avevano visto alla corte di Parigi e ormai la sua verve creativa era ora incapace di accontentare le richieste di nuove idee che gli venivano fatte.

Le opere di Paisiello (se ne conoscono 94) abbondano di melodie, la cui bellezza leggiadra è tuttora caldamente apprezzata. Forse la più conosciuta tra queste arie è "Nel cor più non mi sento" dalla Molinara, immortalata anche nelle variazioni di Beethoven e interpretata da alcune delle più grandi voci della storia, sia maschili (Pavarotti compreso) che femminili. La sua musica sacra fu molto voluminosa, comprendendo 8 messe (tra cui curiosa la "Messa di Natale per la cappella di Napoleone", e la solenne Messa da requiem) oltre a numerosi lavori meno noti: produsse anche 51 composizioni strumentali e svariati pezzi separati. Manoscritti delle partiture di molte sue opere vennero donate alla biblioteca del British Museum da Domenico Dragonetti.


Oltre all'attività operistica, Paisiello è noto per aver composto Viva Ferdinando il re, adottato nel 1816 come inno nazionale del Regno delle Due Sicilie.


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