Forum - personaggi famosi(miti)

tinafatina
Partecipante
tinafatina 26/04/2015 ore 21:19

(nessuno) Alfonso Gatto









Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909 da una modesta famiglia di piccoli armatori e morì prematuramente il 6 marzo 1976 in un incidente stradale nei pressi di Orbetello.

Ebbe un’infanzia spensierata e un’adolescenza piuttosto travagliata, e nella sua città natale compì i primi studi al Liceo Classico mostrandosi portato per le materie letterarie, in particolare l’italiano, e poco incline alla matematica.

Frequentò per un certo periodo anche l’università di Napoli e poi l’abbandonò a causa di problemi economici per cui si mise a lavorare prima come commesso, poi come precettore in un collegio ed infine come correttore di bozze e giornalista.

Non si laureò mai così come era successo a Montale e Quasimodo, e nel 1938 fondò a Firenze con Vasco Pratolini la rivista letteraria Campo di Marte.

Si innamorò, e poi decide di sposare la figlia del suo professore di matematica, Jole, con la quale all’età di soli 21 anni fuggì a Milano dove ebbe la residenza dal maggio del 1934, e tra i suoi amici più assidui vi furono Zavattini, Sinisgalli, Tofanelli, Orazio Napoli e Mimmo Cantatore, con i quali frequentava i caffè cittadini, di notte il Savini e nel pomeriggio Le Tre Marie.

Nel 1936, a causa del suo dichiarato antifascismo, venne arrestato e trascorse 6 mesi nel carcere di San Vittore a Milano.

Durante quegli anni Gatto era stato collaboratore delle più innovatrici riviste e periodici di cultura letteraria e nel 1938 fondò, con la collaborazione di Pratolini, la rivista Campo di Marte che però durò solo 1 anno, anche se fu comunque una esperienza significativa per il poeta che ebbe modo di cimentarsi nella letteratura militante di maggior impegno.

Campo di Marte era nato come periodico di azione letteraria e artistica e con l’intento di educare il pubblico a comprendere la produzione artistica in tutti i suoi generi.

La rivista si ricollegava al cosiddetto ermetismo fiorentino, e nel 1941 Gatto ricevette la nomina ad ordinario di Letteratura Italiana per chiara fama presso il Liceo Artistico di Bologna e fu inviato speciale del giornale l’Unità assumendo una posizione di primo piano nella letteratura di ispirazione comunista, prima di dimettersi diventando un dissidente.

La sua vita continuò fra alti e bassi, sempre immerso nella poesia e, l’8 marzo del 1976 Gatto, trovandosi a Grosseto, si mise in viaggio per andare a Roma con una Mini Minor guidata da Paola Maria Minucci e, nei pressi della Torba di Capalbio, la macchina finì fuori strada e il poeta venne trasportato d’urgenza ad Orbetello dove, a causa delle condizioni ormai critiche, spirò alle ore 16,10.

Fu poi sepolto nel cimitero di Salerno e sulla sua tomba, che ha un macigno per lastrone, è ancora inciso il commiato funebre dell’amico Eugenio Montale: Ad Alfonso Gatto per cui vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore.

L’ermetismo riconosce in Alfonso Gatto uno dei più accesi tra i suoi protagonisti e non si sa molto dei suoi primi anni a Salerno che tanta importanza ebbero senza dubbio nella sua formazione, come pure si ignorano le sue prime letture, i suoi primi incontri, tra gli altri con il critico letterario Francesco Bruno che lesse per primo e ordinò le sue poesie, le sue amicizie.

Le notizie biografiche che lo riguardavano sono state sempre scarse e trattavano i soliti argomenti, vale a dire gli studi, l’arrivo all’Università non terminata, la vita irrequieta, i vari lavori intrapresi.

Fa eccezione la notizia dell’uscita del suo primo volumetto Isola nel 1932, nel quale i maggiori lettori del tempo riconobbero subito il segno di una voce nuova e vera.

Ma quando nel 1932 Giuseppe Ungaretti pubblicò Sentimento del tempo, Gatto, appena arrivato alla poesia, venne subito inserito nel capitolo di quel momento.

Con Isola, Gatto iniziò la sua esistenza di poeta e un discorso che si concluse solamente all’atto della sua tragica morte 44 anni dopo.

Isola è il testo decisivo per il costituirsi di una grammatica ermetica che verrà definita dal poeta stesso come ricerca di assolutezza naturale.

Il linguaggio era rarefatto e senza tempo, allusivo, tipico di una poetica dell’assenza e dello spazio vuoto, ricco di motivi melodici.

E furono proprio il senso dello spazio e l’abbandono alla melodia gli elementi costanti di Isola, così come più tardi delle altre raccolte di poesie.

Questi elementi, così lontani dai modelli tradizionali, si sono ritrovati nelle sue poesie sino al 1939 e sono passati in modo graduale da temi familiari e da visioni legate al paesaggio della sua terra, fino ad arrivare a una fase nuova, prima e dopo la guerra, che si aprì con Arie e motivi ed ebbe il suo culmine in Poesie d’amore.

Il motivo dell’amore fu cantato da lui in tutti i modi e percorso in ogni direzione e, anche se a tratti aveva intonazioni classicheggianti, non perdeva mai il valore fonico della parola che diventava un momento a sé di suggestione.

Nel periodo che va dal 1940 al 1941 vi fu un rifacimento delle poesie precedenti che entrarono a far parte di una raccolta edita da Vallecchi nel 1941 sotto il nome di Poesie che rimasero immutate fino alla stesura del 1961 quando, dando un ordine maggiore allo stesso volume esse toccarono il punto di maggiore cantabilità nella poesia di Gatto.

Una delle immagini tra le più vive della poesia contemporanea si trovava nella poesia Oblio dove il poeta esprimeva la gioia della vita fatta memoria e festa alle quali egli sentiva di appartenere.

Gatto aderì poi alla poesia della Resistenza, commosso dallo spirito civile e politico degli italiani e nella raccolta successiva, Il capo sulla neve, egli ebbe parole di forte commozione per i Martiri della Resistenza ed espresse nelle poesie una assorta meditazione che aveva il raro dono dell’immediatezza.

Gatto è dunque stato un poeta di natura e d’istinto che ha conosciuto durante la guerra e nel dopoguerra un serio rinnovamento sia nei contenuti che nella forma aprendosi a strutture narrative più complesse che fondevano autobiografismo lirico e partecipazione storica.














Nello scorrere l’ultima produzione di Gatto, Rime di viaggio per una terra dipinta e Desinenze, opera postuma uscita un anno dopo la sua morte, ci resta l’immagine di un poeta coinvolto dal tumulto della vita, ma sempre lieto di fissare nella memoria ogni emozione in una lingua ricca di motivi e di sorprese nuove.

Le sue liriche si distinguono ancora per la musicalità dei versi che narrano d’amore e di sofferta quotidianità, dove all’impegno civile si unisce il ricordo nostalgico dell’infanzia e della sua terra d’origine.

Il suo linguaggio è stato sempre limpido, musicale, e si sviluppava passando attraverso un appassionato lirismo umanitario, fino al raggelarsi della parola nella riflessione della morte e del mutamento misterioso della vita e della sofferenza dell’umanità.

A Salerno Alfonso Gatto ha lasciato un vuoto incolmabile ed un ricordo indelebile e la sua statua in cartone fa anche parte del Presepe realizzato dall’artista Mario Carotenuto, così come si può vedere dalla foto qui sotto.







serena.10
Partecipante
serena.10 26/04/2015 ore 21:23

(nessuno) Alfonso Gatto

Firenze, 25 aprile 2015 – Un «giardino incantato», dirà in un importante incontro di studio Alfonso Gatto, riferendosi all’ermetismo e alla sua testimoniabile partecipazione a quelle vicende della poesia. Ma fuori da quel giardino e da quegli incanti, da quell’«erba» magnificamente difesa dalle accuse in una lirica che vale da sola mille saggi e mille dibattiti (Fummo l’erba), quali le musiche cui accordarsi, quali gli accordi e prima ancora gli «sgorghi nel canto» (Inverno) da cui farsi tentare, da tentare?

In realtà l’inconsapevole mano rilkiana che sa di scrivere qualcosa di ignoto, qualcosa che il poeta sostanzialmente non è in grado di capire, non rinuncia nel melico Gatto – un poeta costantemente tentato dalla musica, abitato da essa –, a forme di coscienza inquadranti, a garanzie di qualità che implicano in lui, fin da altezze cronologiche antiche, da avvio di percorso e con tutta probabilità da input stesso del processo, una comunanza di destino allargata, perfino una pregressa «storia delle vittime» da rinvenire all’insegna della morte e delle possibilità di auscultazione del silenzio, in un’amorosa possibilità di interscambio e di recupero del canto ad essa connessa.

A questa storia comune, a questa sorte condivisa, drammaticamente umana e drammaticamente deperibile, il poeta immediatamente si annette, orientando il dono ricevuto per spartirlo, a patto di deludere quanti vorrebbero da lui e dalla sua poesia altri indirizzi, altri rigori, altri generi di coinvolgimento: altra, Gatto avrebbe detto, «cultura». E qui si siglano, oltre le divergenze da una linea montaliano-eliotiana, quelle da un Sinisgalli o da un Bodini, come pure da altri rappresentanti illustri, diciamo pure «senza sud», dell’ermetismo fiorentino, da Luzi a Bigongiari, a Parronchi.

Gatto, «morto ai paesi», non teme insomma di ritrovarsi festoso «bambino tutto suono». Quante sere, e non solo sere crepuscolari, nella poesia di Gatto! Un’ora topica, incerta, di trapasso, secondo le ricorrenze segnalate dalla critica, a partire da Foscolo e da Leopardi. È così che in Gatto la sera aggetta tra prima e dopo, memoria e presentimento, sulla notte, la morte (come nella bipartizione perfetta di un verso di Vivi), come se la poesia e i suoi rivelanti e salvifici recuperi musicali dal silenzio, le sue musiche da resurrezione del vivente strappate all’invisibile potessero finalmente squarciare quel nero manto meridionale e universale che incombe, ridare colore e corporeità a vite troncate, condannate al senza suono, oltre che al senza senso e al senza amore, di vittime di una storia che procede e che immancabilmente riesce a sopraffarle.

Nasce qui un testo di Gatto giustamente famoso come Amore della vita, forte della musicale lapidarietà di un endecasillabo così «isolato» e così memorabile come «Tutto di noi gran tempo ebbe la morte», rilevato con icasticità soggettiva in apparenza degna di un autoritratto di Alfieri, ma pronunciato a nome di molti.

Un’unica storia e tante vittime che la poesia di Gatto svolge tra recitativi e cantabili anche quando non sembrerebbe, o meglio anche quando questa tensione a un «altro mondo» che in Gatto, come Luigi Baldacci ha dimostrato, viene allestendosi preminentemente per via musicale, questa confluenza nell’a-temporale e nell’a-sociologico della poesia, non si è ancora espressamente definita come un civile intento di poetica: come un proposito da moralità se non aggiunta rafforzata. Un proposito volto a ricondurre direttamente tragiche contingenze di una cronaca e di una storia recente attraversate, un deliberato e dirimente obbiettivo della volontà fattosi opera: un plurale, internamente scandito e personalizzato ma unitario, racconto di vite.




serena.10
Partecipante
serena.10 26/04/2015 ore 21:27

(nessuno) Alfonso Gatto

L’anello di nozze di Alfonso Gatto


Al poeta povero del Sud vagabondo lo regalò l’amico Gilberto Altichieri dopo averlo comprato con una colletta fra scrittori e artisti.
Quegli incontri a Verona nella Galleria d’arte dei fratelli Ghelfi.
Le esperienze da attore con Pasolini e Rosi.
La passione per la pittura.
Gli scritti di Bo, Pento e Ramat.

La tragica fine sulla statale Aurelia in un incidente d’auto.
Il ricordo di Giuseppe Leonelli in occasione dell’uscita del volume “Tutte le poesie”.
L’impertinenza del giovane Giuseppe Piccoli.
La testimonianza di Marisa Benini: “Era alto di statura, pareva un apostolo”
Del poeta, dell’uomo del Sud “vagabondo” Alfonso Gatto e del suo pensiero scritto, a distanza di trent’anni dalla sua scomparsa… Voglio sentitamente ricordarlo, attraverso, in special modo, alcune carte scritte e testimonianze vive. Solo alcune carte, in quanto, la bibliografia sul poeta è molto densa.
L’ho conosciuto a Venezia. L’ultima volta che l’ho rivisto è stato a Verona dentro la Galleria d’arte “Volto San Luca”, che gestiva la signora Lucia, zia-madre dei fratelli Giorgio, Roberto e Cesare Ghelfi.
Quest’ultimo, detto Bruno dagli amici, ieri gallerista, oggi è solo un libraio che si cova dentro noia e vuoti di sfiducia nei confronti dei titoli o libri perché la gente non li “divora” più, come un tempo, anzi, lui dice, correggendosi, mai li ha “divorati”. I tre Ghelfi, ora ultrasettantenni, sono nati, si può scrivere, come abbagliati dai colori e dalle parole, voglio, specificatamente dire, tra la pittura e i libri, di artisti e di scrittori contemporanei con certa storia, ma pure esordienti.
Mi sto soffermando su questa famiglia riunita, in quanto, per diversi anni ha praticato il poeta. Che, presso Giorgio, in Montecatini e in Verona, stazionava di frequente. O per scrivere, in compenso, qualche volta, pezzi d’arte commissionati dallo stesso Ghelfi o perché gradito, illuminante ospite in casa di questo gallerista benestante e pure misuratamente generoso.
Alfonso Gatto si congedò dal mondo il 7 marzo del 1976, all’età di 67 anni, alla stessa età di Salvatore Quasimodo. Si congedò da quel mondo, che amava amaramente e che aveva saputo, in qualche modo, intendere e sopportare con la sua poesia e con la sua diversa e varia scrittura che giornali e riviste accoglievano.
Morì tragicamente, in seguito alle gravi ferite riportate in un incidente automobilistico sulla statale Aurelia nei pressi di Capalbio di Orbetello. Guidava la vettura, sulla quale viaggiava la sua compagna, assistente universitaria, Maria Minucci, di anni 27, con a bordo la madre Orietta Maccari di 56 anni.
Le due donne, che riportarono varie ferite, non gravi, poterono salvarsi.
Tempestivamente, il giorno dopo, Carlo Bo scrisse per il “Corriere della Sera” un suo contributo di grande spessore, sotto ogni profilo, non escluso quello del colore riguardante l’uomo amico, povero, sempre “vagabondo”.
Scrisse, fra l’altro, il valoroso saggista ed ispanista: “Chi non ha conosciuto Alfonso Gatto nei primi anni Trenta, quando era stato indicato da Montale per il suo primo libro Isola e subito dopo aveva confermato la forza e la ricchezza della sua visione poetica con Morto ai paesi, non può immaginare quale fosse la sua grazia naturale e come lo trascinasse la vocazione a cui è poi rimasto fedele per tutta la vita”.
E proseguiva che il poeta era uno tra i pochissimi in un mondo poco attento e “distratto e contrario a pretendere per sé” la qualifica di poeta, “definizione su cui, del resto, ha regolato la propria esistenza, evitando ogni altra soggezione di comodo o catalogazione professionale”.
Alfonso Gatto, non solo poeta, ma pure pittore ed attore. Tutte e tre le qualità gli si addicevano, soprattutto quella di attore naturale campano nella società e nella cerchia di amici sparsi in tutta Italia. Ma a quale genere si prestava la sua maschera? Al genere tragico, di un tragico contenuto, sopportato, mai scoppiato.
Fu egli, in effetti, attore per conto dei registi Franco Rosi e Pier Paolo Pasolini. Il suo tragico traspariva da quell’antifascismo che professava, ma senza fanatismo, per questo, subì una breve carcerazione, ma amara e generatrice di riflessioni che via via si erano trasmutate in efficaci interventi, spesso caustici, orali e scritti dopo quella esperienza di prigione politica. In una sua silloge poetica del 1953, dal titolo La forza degli occhi, che ricorda nel suo pezzo Bo, si evince, e non pare oggi si possa leggere appannato, un linguaggio e un contenuto vibranti. Nella sua prosa, i motivi agilmente civili indovinati e sofferti ad un tempo.
Carlo Bo, assieme a Bortolo Pento e a Silvio Ramat rimangono i suoi più attenti studiosi. Dirò più avanti di Bortolo Pento e di Silvio Ramat. Rilevando ancora da Carlo Bo: il saggista sottolinea l'”intelligenza critica che spesso era pari alla sua foga poetica e alle baldanze delle sue sfuriate”.
Lo studioso pure non dimentica di esserne stato, assieme ad altri, spettatore e vittima di quei momenti insurrezionali che sconvolgevano il cuore del poeta, ma che “non c’era da adontarsi”, in quanto si “capiva che Gatto aveva della vita degli uomini un’idea amorosa e per questa idea, che nessuno avrebbe mai saputo soddisfargli o restituirgli, era pronto a battersi sapendo d’altronde benissimo che sarebbe stato inutile perché l’ultima parola avrebbe sancito la sconfitta delle sue azioni”.
Lo studioso, avviandosi alla conclusione, scrive che “verrebbe naturale dire che il suo destino si è chiuso puntualmente con la vittoria dell’ombra perpetua, ma che “sarebbe tradire tutto quanto Alfonso Gatto ha fatto gettando sul tavolo della sua vita passione, generosità, fede nella poesia, insomma il suo vocabolario poetico che è stato uno dei più ricchi e splendenti del Novecento”. Ed infine, lo studioso auspica che né morte né oblio potranno appannare del tutto il pensiero scritto del poeta (“capitale unico”), e che pure i lettori di domani potranno avere dai suoi versi un segno, un richiamo e che nella “pazienza del tempo” avranno imparato questo “poeta di vigilia, in allarme, pronto a gridare e subito dopo a piangere, un cuore che nessun disordine riuscì mai a scalfire né – tanto meno – ad addomesticare con il codice delle opportunità”.
Piovve dell’oblio sul poeta dopo la morte, come su tanti, ma per poco, perché, proprio di recente, le cronache letterarie l’hanno ricordato per la circostanza dell’uscita di uno splendido volume, Tutte le poesie di Alfonso Gatto, edito da Mondadori, a cura del saggista e poeta Silvio Ramat. A darne notizia di questa resurrezione poetica, che si auspicava Carlo Bo, fra la stampa quotidiana e periodica, è “la Repubblica”, che divulga un lungo servizio dal titolo principale, “Quei versi di Gatto pieni di vertigini”, a firma di Giuseppe Leonelli.
Una sobria ricchezza di scrittura, di ricognizione, se così si può definire, questo servizio, che riattiva la memoria sul poeta, sebbene si possa intendere come un solito, obbligato ritratto di uomo e di opera, ma riscopre Giuseppe Leonelli quel vero capitale poetico lasciatoci da Gatto quando afferma che “ha di suo dall’esordio, rispetto agli altri, una particolare sensibilità impressionistica e sensoriale, disposta al canto fino al virtuosismo metrico, che si sviluppa e dilata in una ricchissima, pressoché prodigiosa vena analogica”. In seguito, in questo mini-saggio sul quotidiano, un riferimento all'”effetto, nei paesaggi più alti” che rimane “qualcosa come una dolce alogìa, un vertiginoso fluire di immagini rampollanti l’una dall’altra, (“surrealismo d’idillio”, lo definì Giansiro Ferrata) sottese e spesso originate da una raffinata orchestrazione fonosimbolica, di evidente origine pascoliana”.
Bortolo Pento firmò nel lontano 1972 un saggio dedicato al poeta per la collana “Il Castoro” dell’editrice fiorentina La Nuova Italia. Ricordo che questo lavoro, ancora fresco di stampa, venne solennizzato con una presentazione nella sede dell’Agenzia della Casa editrice, in Verona, allora gestita da Ferruccio Arrigoni.
Seguirono vivaci dibattiti, promossi da Jean Pierre Jouvet, redattore della pagina culturale del quotidiano “L’Arena”. Fra i presenti, l’illustre giornalista, uno dei più geniali traduttori di Katherine Mansfield, Gilberto Altichieri, amico, durante gli anni giovanili a Milano e dopo, di Alfonso Gatto. Altichieri, fra l’altro, si lasciò sfuggire una nota di colore sul poeta. Raccontò di una colletta che amici, scrittori ed artisti, vollero sottoscrivere per l’acquisto della fede nuziale con la quale il poeta povero inanellò la sua donna nel giorno delle nozze. L’unione non durò nel tempo.
Il poeta non proferì una sola parola a quella testimonianza dell’amico veneto Altichieri, s’irritò, invece, a qualche quesito che non ritenne giusto, come quello del giovane poeta Giuseppe Piccoli, che aveva considerato le rime di Gatto dal sapore canzonettistico. Piccoli fu messo a tacere, con le parole: “Scriva pure, se ne sarà capace, un saggio sulla mia poesia”. Piccoli, mio amico, la cui vita si concluse giovane e troppo tragicamente, come scriverò in altra sede, arrossendo, non proferì più parola, abituato com’era ad intervenire eccessivamente e con scatti nevrotici negli incontri culturali in Verona.
“La poesia non è né un’enfasi, né una retorica, né una scommessa: è un accertamento di realtà, un accertamento di misure, di limiti, di figure”, aveva, come focalizzato, Gatto, in una sua intensa dissertazione pronunciata durante una tavola rotonda a Portoferraio nel 1969, alla presenza di Montale, Böel e Geno Pampaloni che fungeva da presidente. Bortolo Pento, in apertura del saggio, ne riproduce tutto il discorso, che vuole essere la risposta ad una domanda riguardante l'”area di significati coperta dal termine ‘letteratura’ in rapporto ai contenuti ideologici, sociali e politici” che esprime lo scrittore. Pento, come Bo, ricorda la silloge Morto ai paesi, che “è senza dubbio ‘Musica’. In una temperie linguistica discriminante sul filo di un gusto soggettivo e già storicizzato qui si insinua e prende rilievo un principio – anche tecnico – di strutturazione composita nel senso di una coerenza logica, che è poi quella di una linea verosimilmente narrativa, riferita ad uno dei temi chiave di Gatto: il tema della morte”.





Quanto la scrittura di Gatto possa durare non ci è consentito prevederlo.
Il contributo di Ramat, ch’è fresco di tempo e fresco come concezione, sicuramente completa appieno il ritratto di uomo e di opera di Gatto.
Ne riconferma quella poesia di spicco del Novecento, già descritta, ma pure ne avverte certo superamento, per l’incalzare e il prevalere di altre poetiche, che vanno oltre alle nuovissime e trovano in qualche modo accoglimento nelle generazioni dei giovanissimi, non solo alienati dalla cultura mediale e digitale. Vale qui la citazione di un tratto, estratto verso la fine del saggio, di Ramat, che così recita: “Il lessico permane quasi intatto nel corso dei decenni, di libro in libro; ma con una prodigiosa facoltà di trasformazione, cioè di incremento semantico, in ciascun lemma e sintagma. Gatto è quella specie di poeti che non largheggiano nella quantità, nel numero, esercitando l’estro di una rielaborazione combinatoria ininterrotta, e più divertita, più l’impresa è difficile, su un vocabolario relativamente esiguo (è un po’ quel che accade a Saba)”.
E per ultimo. Ad una mia domanda fatta a Marisa Benini, libraia da una vita, sull’uomo Gatto che conobbe e che meglio, con più acutezza, da donna, scrutò, mi risponde: “Era alto di statura, pareva un apostolo, aveva gli occhi belli, quelli che spesso si vedono brillare sui volti malinconici dei poveri. Sapeva parlare con quel tono meridionale, preciso e ricco di nuovi contenuti”
SpillottoBello
Partecipante
SpillottoBello 26/04/2015 ore 21:41

(nessuno) Alfonso Gatto

@serena.10 : :-) :-) :-) :-)
ti67
Partecipante
ti67 26/04/2015 ore 21:47

(nessuno) Alfonso Gatto

@tinafatina :
Sei una continua sorpresa :-)
tinafatina
Partecipante
tinafatina 26/04/2015 ore 22:01

(nessuno) Alfonso Gatto

@ti67 scrive:
Sei una continua sorpresa



Poesia di Alfonso Gatto



Amore notturno


Una notte vicino alla sua casa
e dal balcone aperto nella mite
notte del Sud, la donna che m' apparve
golosa di risucchio come un'acqua
gelata. E non avrà mai volto,
sale la gola chiara, scende al buio
degli occhi avidamente salda.
A bocca aperta nella pioggia, un nero
grappolo le lasciava goccia a goccia
sapore di città disse di vento.
ti67
Partecipante
ti67 26/04/2015 ore 22:05

(nessuno) Alfonso Gatto

@tinafatina :
Bella. Te la dedico:-)
tinafatina
Partecipante
tinafatina 26/04/2015 ore 22:07

(nessuno) Alfonso Gatto

@ti67 scrive:
Bella. Te la dedico

%-) grazie Ti :cuore :bacio



questa per te :cuore





Poesia d'amore



di Alfonso Gatto





Le grandi notti d' estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l' anima.

E baci perdutamente
sino a che l' arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch'esisti è vero.
Da quanto t' ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l' anima.




:cuore
ti67
Partecipante
ti67 26/04/2015 ore 22:14

(nessuno) Alfonso Gatto

@tinafatina :
Se le poesie potessero assumere forme vive....:-)
tinafatina
Partecipante
tinafatina 26/04/2015 ore 22:22

(nessuno) Alfonso Gatto

@ti67 scrive:
Se le poesie potessero assumere forme vive..

la poesia è vita, quindi viva! %-)






Ho preso tutti i colori...


di Alfonso Gatto





Ho preso tutti i bambini per mano,
andiamo in corsa per la città.

Alto più alto, nano più nano,
evviva evviva la libertà!

Ho preso tutti i bambini per mano,
ho preso tutti i colori e i pennelli.

Tingiamo a nuovo case e ruscelli,
le porte, i chioschi, la barba al sultano.

Ho preso tutte le nubi per mano
tutti i rumori gli strilli, il baccano.

Alto più alto, nano più nano,
evviva evviva la libertà!








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