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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:26 Quota

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità



Se l’esigenza umana di identificare tutto ciò che ci circonda per mezzo di nomi propri risale agli albori della civiltà, poco più “recente” è l’urgenza di localizzare un luogo, in particolar modo una città, denominandone le sue strade e numerandone gli edifici. Genericamente detti toponimi urbani, ma in realtà è più corretto utilizzare il termine specifico di odonimi (dal greco hodós “via, strada”), i nomi con i quali si intitolano strade, piazze, larghi e vicoli di una città costituiscono uno straordinario patrimonio culturale che sarebbe molto importante, oltre che stimolante, conoscere e preservare. Ogni odonimo, infatti, è intriso di secoli di storia, di evoluzione linguistica e ideologica, di identità culturale. Molto spesso esso è il risultato di influenze di tipo storico-ideologico, quali l’alternarsi di dominazioni, di trasformazioni sociali ed economiche, di mode o delle ragioni più disparate. Per la maggior parte è frutto di testimonianze di antichi nomi di personaggi o famiglie illustri, di nomi di mestieri o di altre attività, di elogi alla patria, di particolari situazioni urbanistiche e paesaggistiche dei secoli passati.

Certo è che oggi non saranno molti, probabilmente, i passanti che ritengono opportuno soffermarsi a leggere e scandire nella propria mente il nome di una stradina o di un vicolo, anche quando questo appare piuttosto bizzarro e curioso, a sorprendersi e a cercare di individuarne l’etimologia o ragionare, per trovarne in qualche modo, una spiegazione. Sarà colpa del ritmo frenetico del quotidiano che sembra renderci apatici e privi, sempre di più, del gusto dell’interesse e dell’esigenza di informarci. Tuttavia, che sia per effimera curiosità o per la più accesa brama di conoscenza, è bene non crogiolarsi nell’ indifferenza e porsi, ogni tanto, anche la domanda più banale.

Perché non si può passeggiare per Napoli e respirarne fino in fondo l’atmosfera magica e ricca di tradizione, senza conoscere quanta storia e quanti aneddoti si celino dietro ad un nome; via Mezzocannone, via Port’Alba, via Arenella, corso Meridionale, via Argine, via Foria, vico del Cavone, salita Moiariello, largo Monaciello, vico Paparelle, piazzetta Nilo, per citare solo alcuni dei più famosi e antichi odonimi di Napoli che indicano alcune delle strade partenopee più percorse, custodiscono, nel loro nome, un significato, non immediatamente riconoscibile e per questo molto spesso ignorato, che sarebbe un peccato non approfondire.

Questa rubrica intende, pertanto, offrirvi un appassionante excursus attraverso la storia delle più suggestive e popolari strade di Napoli. Le origini, i motivi, le scelte che hanno fatto della odonomastica napoletana un fedele ritratto della società e della realtà geografica, economica e culturale che le ha create

– Corso Umberto (Rettifilo)

– Vico Scassacocchi

– Via Argine

– Via Arenaccia

– Via Forcella

– Vico dei Sospiri

– Via Mezzocannone

– Via Stadera

– Il Borgo dei Vergini
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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:28 Quota

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

Corso Umberto I, la strada del “Risanamento” di Napoli




Corso Umberto I, a Napoli, comunemente chiamata Rettifilo, è la strada che collega Piazza Garibaldi a Piazza Municipio. Si tratta di una delle strade storiche più recenti di Napoli.

La strada nasce in età Umbertina, nel corso dei lavori del Risanamento, un grande intervento urbanistico iniziato verso la metà dell’ottocento e terminato nel 1884, in seguito ad una grande epidemia di colera.

Portato avanti dall’allora sindaco Nicola Amore, il progetto modificò radicalmente il volto di moltissimi quartieri di Napoli, vedendo l’abbattimento di tantissimi edifici storici.



Secondo Nicola Amore, infatti, era proprio l’urbanizzazione della città ad aver portato il diffondersi del colera. L’abbattimento di tali edifici fece largo all’attuale Corso Umberto e alle piazze Nicola Amore, Giovanni Bovio (oggi piazza Borsa) e alla Galleria Umberto I, permettendo anche la costruzione dei palazzi umbertini che servivano, in realtà. solo a nascondere il degrado dei quartieri alle loro spalle e non a risolvere i problemi relativi al degrado che, dopo l’unità d’Italia, affliggeva quei quartieri.

Il corso venne edificato nel giro di poco tempo alla fine dell’ottocento secondo quelli che erano gli schemi architettonici dell’epoca e aperto nel 1894. Inizialmente venne chiamato Corso Re d’Italia, toponimo che cambiò in seguito in favore di Umberto I.



Diversi edifici importanti dominano la strada, tra i primi la Chiesa di San Pietro Martire a Piazza Ruggiero Bonghi, dove si incrocia Via Mezzocannone. Attraversata Via Mezzocannone si erge il maestoso palazzo dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, seguito dal borgo orefici, la chiesa di Sant’Agostino alla Zecca e infine il rione Forcella.
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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:30 Quota

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

Vicolo Scassacocchi





“ … accussì io te ce facimmo ‘a mappatella, e ce ne turnammo n’ata vota ‘o sesto piano ‘o Vico Scassacocchi” (…così io e te facciamo le valigie e ritorniamo a vivere al sesto piano di Vico Scassacocchi).

Sono le parole proferite da Donna Assunta nella commedia “Quei figuri di tanti anni fa” di Eduardo De Filippo. Il vico Scassacocchi è molto noto grazie al fatto che viene citato in diverse opere teatrali e cinematografiche. Esso è un vicolo del Centro storico di Napoli, tra Via dei Tribunali e Spaccanapoli ed il suo nome ha origine dal fatto che un tempo c’erano gli sfasciacarrozze, che vendevano a prezzi stracciati balestre, ruote e tutto quello che era possibile costruire dal legno riutilizzato delle carrozze. Un’altra ipotesi vede invece l’origine del nome legata alla sua ristrettezza che avrebbe causato in passato la rottura delle ruote di carri e carrozze.



Viene citato anche nel film “Napoli Milionaria” di Eduardo De Filippo, in cui il personaggio di Pasqualino Miele (interpretato da Totò) abita al quinto piano del numero 17 di Vico Scassacocchi e funge anche da sfondo per una famosa parodia del gruppo cabarettistico “La Smorfia“, con Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro, trasmessa in tv nel 1980: “Al vicolo Scassacocchi, un vicolo notoriamente tranquillo e pacifico…(Urla e strepiti fuoriscena interrompono il narratore). Napoli al vicolo Scassacocchi, un vicolo notoriamente…tranquillo e pacifico…(di nuovo le grida sguaiate del vicolo fuori scena). Napoli al vicolo Scassacocchi, un vicolo notoriamente…un vicolo notoriamente…un vicolo “notoriamente”! dove la gente era intenta alle normali attività, quali mangiare la pizza e suonare il mandolino, regnava incontrastato Don Gennarino Parsifàl… ”

Il vicolo o vico, dal latino viculus, diminutivo di vicus, significa borgo e rappresenta, di solito una strada urbana secondaria stretta, spesso pedonale circondata da palazzi. A Napoli i vicoli sono angusti, con case altissime e adorne di balconcini collegati tra loro da corde dalle quali pendono panni variopinti. Ma a Napoli sono più di semplici stradine. Rappresentano l’anima della città, insinuandosi ovunque nel tessuto storico cittadino del quale sono simbolo incontrastato.

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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:31 Quota

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

Via Argine




Via Argine oggi è una delle strade principali del quartiere Ponticelli, situato nella zona orientale di Napoli. Comune autonomo fino al 1925, oggi insieme ai quartieri Barra e San Giovanni a Teduccio, forma la VI Municipalità della città.

Oggi il tratto di via Argine ospita numerose aziende tra le quali alcune di grande importanza come l’Ansaldo STS, l’Ansaldo Breda e la Whirlpool. Da pochi anni è stato impiantato un nuovo Centro commerciale, Galleria Auchan Argine, il primo centro della catena nel capoluogo. Inoltre, su questa strada, c’è l’uscita Ponticelli-Barra della SS 162 dir, nella quale si entra uscendo allo svincolo Corso Malta della tangenziale di Napoli e la stazione della Circumvesuviana Argine Palasport.

Ponticelli, come abbiamo accennato, non è stato sempre un quartiere di Napoli ma ha avuto una sua storia ed una sua importanza. Frequentato già in età romana, come si evince dalle evidenze archeologiche (villa del patrizio Caius Olius Ampliatus), è dall’età medievale (XI secolo) che si hanno le prime notizie su “Ponticello“, un piccolo agglomerato di case rurali con i fondi coltivabili. Col tempo si formarono due siti urbani diversi, “Ponticello grande” e “Ponticello piccolo” che andarono a fondersi in un unico villaggio definito “Ponticelli”: “Sotto gli Angioini erano due villaggi contigui, uno detto Ponticellum magnum, e l’altro Ponticellum piczolum. Dopo gli Angioini di questi due casali se ne formò uno solo, ” (Lorenzo Giustiniani, 1797).

Ma perché via Argine si chiama così? E cos’era in origine? Il toponimo indica la posizione della strada che correva parallelamente, come un argine appunto, ad un torrente che trasportava a mare le acque del monte Somma. Quest’ultimo è un rilievo montuoso che abbraccia diversi quartieri e comuni della provincia di Napoli ed è la parte settentrionale del complesso vulcanico chiamato “Somma-Vesuvio”. Probabilmente in origine via Argine non era altro che un tratturo di campagna che attraversava i vari fondi agricoli, come mostra il dipinto in foto ( di Attilio Pratella, Lugo di Romagna, 1856 – Napoli, 1949). Di certo c’è che fino al 1900, nella zona dove si trova oggi la Scuola Tecnica Agraria “Luigi Razza”, poi ribattezzata “Emanuele De Cillis”, c’era il Centro raccolta del Latte di Ponticelli. Nei pressi dell’incrocio di via Argine con viale Margherita esiste ancora oggi l’edificio storico che fino agli inizi del Novecento ospitò una fabbrica di alcool, all’interno della quale venne impiantata la prima centrale telefonica di Ponticelli ed ancora all’attuale numero 604, nel 1968, venne eretto l’ospedale evangelico Villa Betania, il centro di medicina neonatale più grande ed importante del meridione.

Purtroppo oggi di Via Argine resta solo un lungo stradone trafficato che attraversa un’area destinata totalmente alla produzione industriale e dedita all’economia. Come dovrebbe accadere anche per altri percorsi cittadini, dovrebbe essere valorizzata di più dato che costituisce, come abbiamo visto, un enorme e prezioso documento storico.
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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:33 Quota

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

Via Arenaccia e le sue “petriate”




Si è detto più volte che le strade di una città non sono semplicemente infrastrutture destinate alla circolazione di mezzi e persone e costruite per facilitare gli spostamenti. Costituiscono, anzitutto, il nostro patrimonio culturale; ciascuna di esse, infatti, cela dietro il suo nome un pezzo di storia, leggenda, aneddoti, mestieri che non esistono più e radici di parole antichissime. Per tale motivo è molto importante, se non necessario, che ognuno di noi apprenda le radici del proprio quartiere affinché possiamo tramandarle e contribuire alla loro preservazione nel tempo.

Oggi, per la nostra rubrica dedicata all’odonomastica napoletana, è la volta delle suggestive origini del nome della via che divide i quartieri Vicaria, San Lorenzo e San Carlo all’Arena. Sto parlando di via Arenaccia che etimologicamente ha le stesse origini di Arena e Arenella salvo le differenze dal diminutivo al peggiorativo.

Questa zona che oggi fa parte della Terza e Quarta Municipalità di Napoli trae il suo odonimo dai depositi di sabbia – l’arena appunto – lasciati nei periodi di siccità dai torrenti delle acque piovane che anticamente calavano dalle colline del Vomero e dal monte dei Camaldoli. L’acqua piovana incontrava la sabbia in quella che oggi chiamiamo San Carlo all’Arena e la trascinava fino a raggiungere la parte piana della città invadendola, appunto, di arenaccia.
A causa dell’esteso spazio sabbioso e della grande quantità di ciottoli che lo caratterizzavano, nel ‘500 questo quartiere ospitava frequenti tornei e giostre. Tuttavia divenne, ben presto, famigerato per l’usanza da parte di bande di scugnizzi di andarvi a scatenare violente “Petriate” –dal lat. petra – ovvero delle vere e proprie battaglie con le pietre. Un fenomeno, questo, assai diffuso e pericoloso che causava molto spesso feriti anche gravi. Tra i vani tentativi, da parte dei governanti, di arginare questi “giochi” si ricorda il provvedimento del viceré duca d’Alba che, nel 1625, fece arrestare ben trenta capi “sassaioli”. Ricorderanno, inoltre, i napoletani più veraci la colorata espressione dialettale che recita “Menàte ‘e grosse, pecché ‘e piccerelle vanno dint’ a ll’uocchie!” ovvero “Tirate le (pietre) grandi, giacché quelle piccole vanno negli occhi!”

serena.10
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serena.10 09/07/2015 ore 20:34

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
Diversi edifici importanti dominano la strada, tra i primi la Chiesa di San Pietro Martire a Piazza Ruggiero Bonghi, dove si incrocia Via Mezzocannone. Attraversata Via Mezzocannone si erge il maestoso palazzo dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, seguito dal borgo orefici, la chiesa di Sant’Agostino alla Zecca e infine il rione Forcella.






Corso Umberto I



Il corso Umberto I (conosciuto anche come Rettifilo) è una delle più recenti storiche strade di Napoli e, lunga 1,3 chilometri, costituisce una fondamentale arteria che collega la zona centrale della città alla stazione centrale.

La strada inizia da piazza Giovanni Bovio (già piazza della Borsa) e prosegue dritto fino a piazza Garibaldi, dove si trova la stazione di Napoli Centrale (era infatti chiamata piazza della Ferrovia), oltrepassando la centrale (rispetto alle altre due) piazza Nicola Amore, intitolata al sindaco che fu l'artefice del risanamento.È sorto in età umbertina durante i lavori del cosiddetto risanamento, in seguito ai quali furono sventrati interi rioni e demoliti edifici, anche di grosso pregio artistico o di valore religioso, per fare posto a moderni palazzi (costruiti utilizzando il tufo estratto dalle cave di Soccavo, Pianura, Chiaiano e Miano).

Ciò avvenne immediatamente dopo lo scoppio del colera che aveva ucciso migliaia di persone in città e di cui si dava la colpa alla conformazione urbanistica precedente, fatta di viuzze strette, poco ariose e poco assolate, in cui spesso si accalcavano, uno sull'altro, palazzoni popolari sforniti di qualsiasi conforto e servizio, dove gli abitanti vivevano in decine in appartamenti composti da una o due camere.

Il corso venne edificato in poco tempo alla fine dell'800, secondo gli stilemi architettonici dell'epoca, e aperto nel 1894. Nel 1897 il consiglio comunale stabilì che si chiamasse corso Re d'Italia, come aveva già stabilito un decreto emanato nel 1891 dal regio commissario Giuseppe Saredo che regolava la nuova toponomastica. Il toponimo cambierà in seguito in favore di Umberto I.

Per molti critici, il corso, che avrebbe dovuto rappresentare la nuova Napoli sabauda e post-risorgimentale, fu nient'altro che il simbolo di quell'ipocrisia e non faceva altro che coprire semplicemente le vergogne dei quartieri popolari, comunque sopravvissuti alle spalle delle facciate dei bei palazzi di nuova costruzione, al prezzo della distruzione di una gran mole di edifici storici di notevole qualità artistica.






Corso Umberto I verso piazza Nicola Amore








Dopo piazza Bovio il primo edificio importante è la chiesa di San Pietro Martire, di epoca angioina, ma più volte rivisitata in chiave barocca, sita in piazza Ruggiero Bonghi, dove c'è anche la statua del noto politico ottocentesco, realizzata nel 1900 da Enrico Mossuti. Presso questa piazza il corso s'incrocia con via Mezzocannone, la strada dell'Università.



Statua di Ruggiero Bonghi
Superata la via, sulla sinistra si erge il maestoso palazzo dell'Università degli Studi Federico II, che presenta una facciata eclettica.

Proseguendo, sulla destra si apre il Borgo Orefici, detto così per la presenza ancora oggi di numerose botteghe di oreficeria di notevole qualità, caratterizzato da un intricato dedalo di vie che scendono alla Marina.

Presso l'incrocio con via Duomo è sita piazza Nicola Amore, l'unica grande piazza che si trova sul percorso. Nei dintorni, superata la piazza, sorge nella parte sinistra la chiesa di Sant'Agostino alla Zecca e il rione di Forcella, mentre a destra la zona di piazza del Mercato.

Sulla strada a sinistra c'è la chiesa di Santa Maria Egiziaca a Forcella, nei cui pressi si erge la basilica della Santissima Annunziata Maggiore con annesso ospedale.

Prima di giungere in piazza Garibaldi, sempre sulla sinistra c'è uno degli ingressi alla basilica di San Pietro ad Aram.



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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:34 Quota

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

Via Forcella e le sue origini




Ancor prima di identificare un vico, una strada e un quartiere intero, Forcella rappresenta un piccolo mondo a parte. Nulla a che vedere con le secolari immagini usate da sfondo sulle cartoline stereotipate da pizza, Vesuvio e mandolino, bensì una realtà vera e altrettanto accattivante. Vivacemente dipinta da migliaia di colori diversi; dalle sfumature più sgargianti del sole che si specchia nelle vetrine suggestive dei negozietti e che illumina le lunghe sfilate, sospese sopra le teste dei passanti, dei panni stesi ad asciugare, come solo nei vicoli di Napoli puoi ammirare. Fino ai toni più cupi del grigio; quello del fumo intenso dello smog, del contrabbando di sigarette, delle armi e della polvere degli esplosivi con cui la malavita ha intossicato quest’area, un tempo serena e pacifica. Forcella è sempre chiassosa e, per un motivo o per un altro, fa parlare continuamente di sé; ieri perché era triste, oggi perché è contagiosamente allegra e domani perché sarà di nuovo arrabbiata.

Un affascinante crocevia, non solo di strade, ma di volti, di umori e tradizioni. A Forcella si scontrano, ogni giorno, sonore e genuine espressioni di ilarità e sguardi affranti e irrequieti, dolci profumi di pietanze e amare esalazioni di inquinamento, suggestive melodie e frastornanti schiamazzi. Contraddizioni che nella nostra città riescono a convivere pacificamente come figli di una stessa madre, uguali e diversi. Conosciuto in tutto il mondo sin dal dopoguerra, questo piccolo grande quartiere, ha fatto da scenario in Adelina, primo indimenticabile episodio scritto da Eduardo De Filippo, per il celebre Ieri, oggi domani (1963) di Vittorio De Sica nel quale Sophia Loren interpreta una donna che per evitare la prigione per spaccio di sigarette di contrabbando continua a farsi trovare “cu ‘a panza annanze”, ovvero ad avere figli dall’esausto marito interpretato da Marcello Mastroianni. Una storia ispirata dalla reale vicenda di Concetta Muccardi, una contrabbandiera di Forcella che ha avuto ben diciannove gravidanze pur di non finire in prigione e ha continuato a svolgere il suo “mestiere” fino alla morte, avvenuta all’età di 78 anni nel 2001.

Una delle strade più popolate del centro storico di Napoli, Forcella è situata tra i quartieri Pendino e San Lorenzo a ridosso di via Duomo e tra Spaccanapoli e il corso Umberto. Un sito che, aldilà dell’alone negativo di cui è ingiustamente rivestito, è intriso di arte e storia e la sua visita è d’obbligo per i turisti che vogliono godere appieno della nostra città. Al suo nome è legata la storia ricca e centenaria del Teatro Trianon inaugurato nel 1911 dagli Scarpetta proprio dalla fortunata commedia Miseria e Nobiltà e che ha visto, nel corso degli anni, la presenza delle più importanti compagnie teatrali partenopee come i De Filippo, i Viviani, i Taranto, il grande Totò e altri. E all’omonima pizzeria, fondata nel 1923, dai coniugi Leone e frequentata dallo stesso Totò, Macario e Taranto che non resistevano all’invitante aroma della pizza, che si aggiudica ancora oggi la fama di essere tra le più gustose, detta ‘ a rota ‘e carretta’ per le sue dimensioni simili alla ruota di un carretto.

E ancora, il nome di Forcella è legato ad un modo di dire molto usato nel parlato napoletano: “S’arricorda ‘o cippo a Furcella” è un’espressione che ammonisce l’utilizzo di qualcosa di antiquato e obsoleto, perché fuori uso e non a passo con i tempi. Ebbene, sembra che il famigerato cippo starebbe ad indicare proprio un qualcosa di vecchio quanto l’antica Neapolis! Si riferisce infatti al gruppo di grandi pietre, il cippo, delimitate dall’alto cancello circolare che si erge di fronte al teatro, risalenti molto probabilmente al III secolo a.C, e facenti parte delle antiche cinta murarie di epoca greca.

Ma veniamo al significato di Forcella o Furcella come la chiamano i napoletani; l’origine di questo odonimo è tutt’oggi dibattuta. Più probabile e accreditata è l’ipotesi che fa risalire il nome alla forma che la via assume, diramandosi ad un certo punto andando a creare un bivio a Y, che somiglia proprio ad una forcella, strumento utilizzato nel lavoro di uncinetto. Un’altra ipotesi è legata allo stemma del seggio (o sedile), la tipologia di istituzione amministrativa, prima dei Municipi, in vigore dal XIII al XIX secolo, che per Forcella aveva la forma di Y, simbolo che richiamava l’emblema della scuola di Pitagora, al tempo presente nella zona.
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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:36 Quota

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Il Vico dei Sospiri




Il Vico dei Sospiri è una stradina di Napoli, appartenente al quartiere di Chiaia, oggi colmo e brulicante di vita mondana, di locali e di discoteche. Ma cos’era in origine questo vicolo? E soprattutto perché si chiama così?

Si crede, comunemente, che tale stradina prenda il nome dai sospiri dei condannati a morte, in marcia verso il patibolo, tuttavia le cose potrebbero non stare proprio così.

Piazza Mercato, alquanto distante da Chiaia, era il luogo dove si svolgevano le esecuzioni dei condannati a morte, si percorreva un labirinto di stradine tra cui vi era la principale, denominata Vicolo dei Sospiri. Il toponimo deriva dall’appellativo che le fu dato, e ricorda il passaggio obbligato dei condannati a morte, “Vico sospira bisi”, traduzione di “suspire ‘e ‘mpise” (sospiri di impiccati). Vico sospira bisi lo ritroviamo in Indicatore e guida della città di Napoli, edito nel 1834 e scritto da Vincenzo Letizia, nel quale si indica il vico in questione nel quartiere Mercato.

Da questa stradina arrivavano al palco, allestito in Piazza Mercato dal boia, i tristi cortei con i condannati, che venivano torturati ad ogni quadrivio con piombo fuso e violenti percosse, mentre la folla sghignazzava ed imprecava, con l’aggiunta di sputi e pietrate. I cortei erano attesi dalla folla acclamante, allo scopo di mostrare alla plebe, dedita ad ogni tipo di reato, la punizione che veniva loro destinata. Spesso in un giorno erano programmate numerose esecuzioni e per intrattenere il pubblico, venivano allestiti palchetti, dai quali i saltimbanchi si esibivano.Tra i condannati illustri che passarono per questo vicolo ricordiamo Eleonora Pimentel Fonseca, la nobile poetessa portoghese che prese parte ai moti insurrezionali del 1799. Enzo Striano nel suo celebre romanzo “Il resto di niente” ha raccontato il sacrificio di questa colta ed intellettuale donna che derisa e torturata dai napoletani, lottò fino alla morte per la loro stessa libertà.

I sospiri del vicolo di Chiaia, dunque, devono essere altri rispetto a quelli dei condannati a morte, forse quelli d’amore, come sembra suggerire il vicino Vico Belledonne. Un fatto a nostro avviso chiaro, è una certa confusione nella toponomastica della zona, interessata da importanti lavori urbani durante il Risanamento, i quali hanno tolto il mare alla Riviera, tra le altre cose.

serena.10
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serena.10 09/07/2015 ore 20:37

(nessuno) Odonomastica di Napoli: Ad ogni strada la sua identità

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
Vico Scassacocchi

Il Vico Scassacocchi è un vicolo del Centro storico di Napoli (tra Via dei Tribunali e Spaccanapoli). Il suo nome deriva dal fatto che qui tempo addietro erano presenti gli sfasciacarrozze che vendevano a prezzi buoni mozzi, balestre, ruote e quant'altro era possibile riciclare dalle carrozze. Altra ipotesi vuole che il vicolo si chiami così per via della sua ristrettezza che avrebbe causato in passato la rottura delle ruote di carri e carrozze (da cui scassacocchi).

La sua notorietà è dovuta al fatto che viene citato in diverse opere teatrali e cinematografiche.

Nel film Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo, il personaggio di Pasqualino Miele (interpretato da Totò) abita al Vico Scassacocchi 17, quinto piano.

Viene citato anche nella commedia atto unico di Eduardo De Filippo "Quei figuri di trent'anni fa"

« ... accussì io te ce facimmo 'a mappatella,e ce ne turnammo n'ata vota 'o sesto piano 'do Vico Scassacocchi (...così io e te facciamo le valigie e ritorniamo a vivere al sesto piano di Vico Scassacocchi.) »
(Il personaggio di Donna Assunta che nella commedia avverte il desiderio di ritornare nella sua casa nativa Quei figuri di tanti anni fa - 1978)
Il vicolo funge anche da ambientazione per una famosa parodia della Sceneggiata del gruppo cabarettistico de "La Smorfia" con Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro, che venne trasmessa in TV per la prima volta nella trasmissione RAI Non stop nel 1980.

« Al vicolo Scassacocchi, un vicolo notoriamente tranquillo e pacifico...(Urla e strepiti fuoriscena interrompono il narratore). Napoli al vicolo Scassacocchi, un vicolo notoriamente...tranquillo e pacifico...(di nuovo le grida sguaiate del vicolo fuori scena). Napoli al vicolo Scassacocchi, un vicolo notoriamente...un vicolo notoriamente...un vicolo "notoriamente"! dove la gente era intenta alle normali attività, quali mangiare la pizza e suonare il mandolino, regnava incontrastato Don Gennarino Parsifàl... »
(Da "Sceneggiata" del gruppo folcloristico La Smorfia - 1980)


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IOXSONGXLEGGEND 09/07/2015 ore 20:37 Quota

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Via Mezzocannone




Si è occupato dell’origine della denominazione “Via Mezzocannone” un articolo di Roberto Calierno, per “Diario Partenopeo”.

La storia del nome di questa strada si fa risalire al Quindicesimo Secolo, quando a Napoli c’erano gli Aragonesi e l’attuale Via Mezzocannone, all’epoca una stradina stretta e alquanto malsana, si chiamava Via Fontanula a causa della presenza di una piccola fontana. Al suo posto Alfonso II, il quale, ricordiamo, fu Re di Napoli per la durata di un solo anno, fece costruire una fontana molto più grande (di cui non è rimasto più nulla per lavori apportati sia ad essa che alla strada) recante la propria scultura, ma il tubo da cui doveva uscire l’acqua, detto “cannone” dal popolo, uscì corto andando a incidere sulla grandiosità della fontana e, di riflesso, sulla figura del Re che in tal modo si trova a subìre gli sfottò dei Napoletani: “me pare ‘o Rre ‘e miezo cannone”, sembra il Re di mezzo cannone, espressione che secondo Gino Doria indica colui che basso e grassoccio, buffo, si dà delle arie. In seguito la volontà popolare volle che il nome della via fosse mutata in “Via Mezzocannone”.

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