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IOXSONGXLEGGEND 01/07/2015 ore 20:19 Quota

(nessuno) Il Vomero: da villaggio agricolo a quartiere chic



La magia del panorama, le grandi ville e le variopinte palazzine residenziali nell’elegante stile tardo Liberty; la vivacità dei parchi e delle vetrine dei prestigiosi negozi e delle attrattive sempre più crescenti fanno oggi del Vomero uno dei quartieri più chic e ambiti di Napoli.

Già dal principio della sua più massiccia urbanizzazione e saldatura con la città – negli ultimi decenni dell’800 – esso fu concepito, infatti, come un quartiere residenziale destinato alle classi nobiliari e anche a quelle regali in seguito all’acquisizione di una villa da parte di Ferdinando I di Borbone: l’attuale Floridiana (1817).
In realtà la tendenza, poi accentuatasi nel corso del Settecento, da parte dell’aristocrazia cittadina a costruirsi una seconda residenza al Vomero risale a molto tempo prima, tanto che durante la peste del 1656, si attesta che la collina venne utilizzata come rifugio da parte della nobiltà e del clero.
Ma prima di allora la collina del Vomero con i suoi piccoli villaggi e casali costituiva una periferia agricola, per la maggior parte disabitata e lontana dalla città di Napoli.

Nel periodo romano, ma già in epoca greca, dal Vomero scendevano a valle torrenti d’acqua ed era attraversato dalla Via Neapolim Puteolis per colles, che lo collegava, per l’appunto, alle città di Neapolis e di Puteoli. Il tratto di questa via che attraversa la collina era detto Via Antiniana (molto probabilmente perché vi si trovava una villa dell’imperatore Antonino). Il tronco di questa via, che corrisponde, attualmente, alla Via S. Gennaro ad Antignano, vide verificarsi intorno al IV secolo d.C. il primo miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro.



Ma veniamo al suo toponimo attuale, il Vomero. In origine la collina era chiamata Colle del Paturcium (si presume da Patulcius, un aggettivo che i romani associavano a Giano, il dio a cui la collina era dedicata) e nell’alto Medioevo, per corruzione linguistica, Patruscolo o Patruscio. Il toponimo che tutti adoperiamo oggi è invece attestato alla fine del Cinquecento, tuttavia riferito non all’intera collina ma ad un antico casale di essa, e trae origine dalla sua antica vocazione agricola e al gioco del “vomere”. Un passatempo contadino, quest’ultimo, praticato durante i giorni festivi che sanciva come vincitore chi, con il vomere (la lama) dell’aratro, avesse tracciato un solco quanto più possibile dritto; un curioso intrattenimento per il quale accorreva ad assistere un gran numero di persone dalla città.
Inoltre la fertile attività legata ai suoi campi e la gran messe di verdure coltivate gli valsero per secoli il soprannome di Collina dei broccoli. Ancora oggi è possibile udire dai napoletani, infatti, l’appellativo scherzoso “Pere ‘e vruoccole” (Fascio di broccoli) con il quale si usava apostrofare i vomeresi.
serena.10
Partecipante
serena.10 02/07/2015 ore 11:10

(nessuno) Il Vomero: da villaggio agricolo a quartiere chic

Il nome Vomero deriva dal "gioco del vomere" che i contadini della collina praticavano nei giorni festivi, sfidandosi a tracciare con l'aratro il solco più diritto. Per vedere questo giuoco vi saliva una quantità di gente dalla città, e dicevano: andiamo a vedere il giuoco del vomere; e per questo è restato a questo luogo questo nome.

I limiti della realtà territoriale del Vomero sono in Via Case Puntellate, Via Pigna, Via D. Sturzo, Via Antignano, Largo Antignano, Via S. Gennaro ad Antignano, Viale Michelangelo, Piazza Leonardo, limite aereo da salita Cacciottoli a salita Petraio, Largo Petraio, Vico Petraio, limite aereo fino a via Palizzi, questa compresa ed ancora fino a calata S. Francesco e di qui a via Tasso, questa inclusa, piazzetta S. Stefano, Via Vicinale Fosso, S. Stefano, attraverso Corso Europa e Via Piave fino a Cupa Torre Cervati, limite aereo da Fosso S. Stefano a Via S. Domenico, questa compresa.

Nel periodo romano, ma già in epoca greca, dal Vomero scendevano a valle torrenti d'acqua ed esso era attraversato dalla Via Neapolim Puteolis per colles, che lo collegava, per l'appunto, alle città di Neapolis e di Puteoli. Il tratto di questa via che attraversa la collina era detto Via Antiniana probabilmente perché vi si trovasse una villa dell'imperatore Antonino. Il tronco di questa via, che corrisponde, attualmente, alla Via S. Gennaro ad Antignano, vide verificarsi il primo miracolo della liquefazione del sangue di S. Gennaro. Infatti nel IV secolo d.C. accadde che, mentre si effettuava processionalmente la traslazione del corpo del Santo alle catacombe a lui intitolate, giunti in località Antinianum, alcune persone offrirono ai sacerdoti due ampolle contenenti il suo sangue, che immediatamente si sciolse. Sul luogo del miracolo fu eretta un'edicola, più volte distrutta e ricostruita, e, poco distante una chiesa, intitolata a "S. Gennariello" e corrispondente alla "Piccola Pompei".

Sulla sommità della collina, nel secolo X, fu eretta una cappella dedicata a S. Erasmo, che diede alla zona la denominazione di "S. Elmo". In epoca normanna, sul colle di S. Elmo, fu edificata una torre di vedetta, che assunse la denominazione di "Belforte" .
Sotto gli Angioini, sorsero le prime ville e i primi palazzi, verso S. Elmo, dove, nel 1325, Carlo duca di Calabria, figlio del re Roberto, fondò la Certosa di S. Martino. Nel 1329 il medesimo Carlo aveva fatto cominciare la costruzione del Castel S. Elmo, attiguo alla Certosa, sul luogo in cui sorgeva il "Belforte". I lavori terminarono nel 1343 ai quali però seguirono numerosi assedi.

Nel 1535 Carlo V ordinò al viceré Toledo di far costruire un nuovo castello sul luogo del Belforte: la pianta fu scelta di tipo stellare, perché si potessero tenere sotto controllo la città e le zone limitrofe, su tutti i lati. In questo periodo il territorio urbano si estendeva fino a S. Elmo e tale espansione, se, per un verso, fu dovuta alla fama di salubrità della quale godeva la zona, per un altro verso, dovette discendere, sicuramente, dall'esigenza di frenare il flusso migratorio verso la capitale.
Nel secolo XVII tutta la collina cominciava ad essere costellata di ville.

Nel secolo XVIII, il Vomero era luogo prediletto per la villeggiatura e numerose erano le ville che vi sorgevano. Il Castello S. Elmo assistette, nel 1799, alla nascita della Repubblica napoletana, quando a Napoli erano giunti dalla Francia i primi echi della rivoluzione, il forte aveva accolto i prigionieri, Gennaro Serra di Cassano e Mario Pagano.

I patrioti vi avevano innalzato l' albero della libertà, e il giorno precedente avevano proclamato la "Repubblica Napoletana, una e indivisibile", dichiararono la caduta della monarchia. La conquista del forte richiese meno di un'ora, essendo esiguo il numero dei suoi difensori, e in esso furono imprigionati subito i realisti. L'atteggiamento assunto dai francesi verso i repubblicani napoletani non fu affatto improntato a riconoscenza, difatti furono tenuti fuori dal Castel S. Elmo. Antignano, in seguito, fu ribattezzato "Cantone del Monte Libero", perchè vi si trovava Castel S. Elmo.

Quasi come il "canto del cigno" della monarchia borbonica, si affaccia, proprio nel 1860, per la prima volta, l' idea dell' espansione edilizia verso il Vomero, contenuta in una proposta di Antonio Majuri.
Nel 1866 la Certosa di S. Martino, acquistata dallo Stato, fu destinata a Museo nazionale di storia napoletana.
Il Vomero in quell'epoca aveva un carattere, essenzialmente, agricolo: tutta la zona era, infatti, rinomata, per i suoi broccoli e "pèr e vruòccolo" è, per l'appunto, l'appellativo scherzoso con il quale, ancora oggi, si suole apostrofare i vomeresi purosangue.
Nel 1884, alla mente del presidente Caranti e degli altri amministratori della piemontese Banca Tiberina si affacciò l'idea di urbanizzare la collina.
La Banca Tiberina acquistò, dunque, appezzamenti di terreno sulla collina, per avviare un piano di trasformazione della stessa in vero e proprio quartiere. Fu così che, l'11 maggio 1885, alla presenza dei reali, del ministro Depretis e del sindaco Nicola Amore, fu posta la prima pietra del rione, il cui progetto prevedeva l'urbanizzazione di un'area di circa mq. 650000 con la creazione di Via Scarlatti e Via Bernini, incrociantesi in Piazza Vanvitelli, e delle vie Luca Giordano e Morghen. Per l'attuazione del "progetto Vomero" si rese necessaria l'approvazione di un rituale piano regolatore cosa che avvenne nel 1886. Dopo di che, fino al 1890, alcuni palazzi di stile neorinascimentale - secondo i canoni dell'architettura umbertina - andarono sorgendo lungo Via Scarlatti e parecchie villette liberty lungo Via Luca Giordano, mentre Piazza Vanvitelli andò acquistando la sua fisionomia, con i quattro palazzi fatti edificare dall'Istituto romano di beni stabili. Una prima facilitazione dei collegamenti fra il Vomero e la città bassa si ebbe con l'entrata in funzione della funicolare di Chiaia, avvenuta il 15 ottobre 1889 e dopo poco (nel 1891) entrò in funzione anche la funicolare di Montesanto. Inoltre nel 1889 salì al Vomero il primo tram elettrico.

Il grado di urbanizzazione ormai raggiunto dal Vomero determinò, nel 1912, la proposta di istituzione della XIII sezione municipale che fu approvata all'unanimità dal consiglio comunale. Il Vomero aveva anche un suo giornale : il Corriere del Vomero e di Posillipo.
Nel 1918 il ministero della pubblica istruzione acquistò la Villa Floridiana.
Nel primo dopoguerra, il Vomero aveva, ormai, assunto la fisionomia di elegante quartiere residenziale. Con l'avvento del regime fascista, l'attività edilizia fu intensificata realizzando anche insediamenti cooperativistici e di edilizia popolare. I collegamenti con la città bassa subirono un miglioramento, con l'entrata in funzione della funicolare Centrale nel 1926. Nel 1929 fu inaugurato lo stadio Littorio.
Nel 1931, donna Maria Spinelli donò alla città il Museo della Ceramica "Duca di Martina". Nel 1933, alla presenza del principe Umberto di Savoia, fu inaugurato il teatro Diana.

Il secondo conflitto mondiale ha riguardato direttamente il Vomero per l'episodio delle "Quattro giornate di Napoli" che ebbe lì il suo inizio e la sua fine. Quando, infatti, si diffuse la notizia dello sbarco degli americani, un gruppo di uomini armati si diresse verso lo stadio Littorio, dov'era il comando tedesco. Appresa la notizia, il comando tedesco si affrettò a rastrellare quanti più uomini poté. Nel frattempo, il movimento di resistenza cercò di darsi un'organizzazione: il professore Tarsia in Curia ne assunse, in nome di un "Fronte unico rivoluzionario", il comando politico, fissandone la sede nel liceo Sannazzaro; il capitano Vincenzo Stimolo ne assunse quello militare, facendo disporre uomini armati sui lastrici dei palazzi, soprattutto, in prossimità dello stadio. Una mitragliatrice fu recuperata dal brigadiere Pace, il quale la installò su un camioncino e mosse verso il comando tedesco. L'azione fu sospesa, a causa dell'incalzare della pioggia, finché due soldati tedeschi avanzarono, agitando una bandiera bianca, verso il capitano Stimolo. Fu così che furono concordate le condizioni della resa (restituzione degli ostaggi italiani e dipartita del comando tedesco entro la mezzanotte di quello stesso giorno). Senonché una colonna corazzata nemica tentò di rientrare al Vomero ma un gruppo di partigiani fece fuoco contro di loro e, dopo uno scontro di apprezzabile durata, li respinse indietro. L'ultimo combattimento, che fu decisivo, avvenne nella masseria Pezzalonga, fra Via Case Puntellate e l'odierna Via Simone Martini dove quasi tutti i partigiani caddero e, soltanto i rinforzi, giunti più tardi, riuscirono ad avere ragione dei nemici. E, giustamente, dopo questo episodio così glorioso di storia cittadina e di quartiere, allo stadio del Vomero fu attribuita la nuova denominazione di "stadio della Liberazione".
serena.10
Partecipante
serena.10 02/07/2015 ore 11:13

(nessuno) Il Vomero: da villaggio agricolo a quartiere chic

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serena.10 02/07/2015 ore 11:14

(nessuno) Il Vomero: da villaggio agricolo a quartiere chic

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IOXSONGXLEGGEND 03/07/2015 ore 14:19 Quota

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