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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 19:57 Quota

(nessuno) IL FIUME SCOMPARSO ( napoli)

IL SEBETO: IL MISTERIOSO FIUME DI NAPOLI

Napoli è nota come la città dove scorre il fiume Sebeto: sul lungomare vi è anche una artistica fontana seicentesca che raffigura il Sebeto e non mancano gruppi folcloristici, associazioni, teatri, imprese commerciali che si richiamano al suo nome.
Però se domandate a un Napoletano dove sta il Sebeto, risponderà che non lo sa, resterà confuso, forse anche un po mortificato. Se poi cercate su una piantina di Napoli non trovate da nessuna parte un fiume di nome Sebeto, anzi non trovate nemmeno nessun fiume di qualunque nome: solo un stradina fra la ferrovia e il mare porta questo nome illustre: il fiume più vicino è il Sarno che scorre oltre il versante opposto a Napoli del Vesuvio, a oltre 40 chilometri
Ma allora dove è finito questo fiume? Non pretendiamo di risolvere il mistero, presumibilmente irrisolvibile, ma di proporre un ricognizione se non esaustiva almeno completa, anche se sintetica, degli aspetti storici e topografici alla cui luce poi valutare le ipotesi preposte
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 19:58 Quota

(nessuno) IL FIUME SCOMPARSO ( napoli)

RICOGNIZIONE STORICA

Il problema del Sebeto nasce tutto da un verso dell’Eneide.Nel Libro VII Virgilio fa una specie di rassegna delle genti e dei miti dell’Italia: in essa dal verso 733-740 leggiamo

Nec tu carminibus nostris indictus abibis,
Oebale, quem generasse Telon Sebethide nympha
fertur, Teleboum Capreas cum regna teneret, 735
iam senior; patriis sed non et filius aruis
contentus late iam tum dicione premebat
Sarrastis populos et quae rigat aequora Sarnus,
quique Rufras Batulumque tenent atque arua Celemnae,
et quos maliferae despectant moenia Abellae, 740
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 19:58 Quota

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Nella versione italiana tradizionale di Annibal Caro:

Èbalo, te n'andrai, del gran Telone
e de la bella Ninfa di Sebeto
figlio onorato. Di costui si dice
che, non contento del paterno regno,
Capri al vecchio lasciando e i Teleboi,
fe' d'esterni paesi ampio conquisto,
e fu re de' Sarrasti e de le genti
che Sarno irriga. Insignorissi appresso
di Bàtulo, di Rufra, di Celenne
e de' campi fruttiferi d'Avella.
serena.10
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serena.10 16/08/2013 ore 19:59

(nessuno) IL FIUME SCOMPARSO ( napoli)

@ IOXSONGXLEGGEND: ;-) :cuore :cuore
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:01 Quota

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Si parla quindi di un eroe mitico, Ebalo indicato come figlio della ninfa del Sebeto e di Telone: nei versi seguenti si accenna alle sue conquiste e si cita anche il fiume Sarno tuttora esistente e ben conosciuto: solo quindi un vago accenno al Sebeto, una localizzazione piuttosto generica, nessuna descrizione, nessun accenno a Napoli
A collegare il Sebeto a Napoli sono invece due autori di poco posteriori: Stazio e Columella
Publio Papinio Stazio, nato a Napoli nel 40 d. C, nelle Silvae scrive : “il Sebeto vada orgoglioso per quella che ha nutrito”
Lucio Giunio Moderato Columella era nato invece a Cadice ma possedeva delle proprietà in Campania: scrisse un’opera unica nel suo genere ,nell’antichità, “De re rustica”, un vero trattato di agricoltura che fece testo fino al 1700: in esso si trova scritto; “la colta Partenope è bagnata dalla benefica acqua del Sebeto "
In tutte e due i casi quindi solo una semplice citazione,che pero ci danno la certezza storica che il Sebeto, ricordato da Virgilio, esisteva effettivamente e che esso era a Napoli .
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:02 Quota

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Nessuno degli antichi però ha mai cantato il fiume, la purezza delle sue acque o l’ombrosità delle sue sponde come erroneamente viene spesso riferito.
L’esistenza del Sebeto ci viene confermato anche da due importanti ritrovamenti archeologici di epoca greca e romana. Il primo è una moneta greca del V secolo a.C. sulla quale è rappresentata una testa giovanile con un corno in fronte e con la scritta “Sepeithos”: sul retro una donna alata e la scritta : “neapolites”: il giovane dovrebbe raffigurare un dio fluviale mentre Sepeithos è verosimilmente la versione greca del nome latino Sebetho
Di epoca romana imperiale è invece il secondo ritrovamento: un lapide che reca la iscrizione “P. Mevius Eufychus aedicolam restituit Sebetho (P Mvius Eufychus fece ricostrure l’edicola al Sebeto)
In conclusione: dalle fonti letterarie e archeologiche possiamo concludere con certezza che effettivamente nella antichità doveva esserci a Napoli un fiume di una certa consistenza tale che ad esso, secondo l’usanza dei tempi, veniva anche associata una divinità
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:03 Quota

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Tramontò l’Impero Romano, vennero i secoli del medioevo e nessuna altra notizia abbiamo del fiume, nè del nome, ambedue spariti nel nulla. Nel 1300 Boccaccio, buon lettore di Virgilio, abitò per qualche tempo a Napoli ma non trovò niente che potesse essere considerato il Sebeto: anche lui chiese ai napoletani del tempo dove fosse mai questo fiume e. allora come oggi, i napoletani non seppero rispondere.
Probabilmente del Sebeto non si sarebbe più sentito parlare se esso non fosse stato cantato dai due massimi esponenti dell’umanesimo napoletano, il Pontano e il Sannazzaro
Giovanni Pontano nacque a Cerreto di Spoleto, nel 1429 ma venne poi al servizio degli Aragaonesi a Napoli, dove morì nel 1503
Nel 1496 compose la "Lepidina”, una lunga egloga che descrive le mitiche nozze del Sebeto con la ninfa Partenope : a differenza di Virgilio la divinità del fiume è maschile ( come nei reperti archeologici) e viene connesso con l’altro mito illustre di Napoli, la sirena Partenope. Nella egloga compaiono anche numerosi personaggi che nei nomi e nei tratti ricordano numerose località di Napoli e dintorni: Posillipo, Mergellina, Monte Echia, Capri, Procida, Resina, il Sarno
Jacopo Sannazaro, (1457 –1530) nato e vissuto a Napoli nella “prosa XII” della sua opera più nota, la Arcadia, canta ancora il Sebeto come luogo di delizie campestri
Nè l’uno ne l’altro autore danno alcuna indicazione concreta del mitico fiume : il primo d’altra parte canta solo un mito, il secondo attribuisce al Sebeto un carattere di pace campestre. appunto “arcadico” che certo non poteva avere un fiume che scorreva presso un affollatissima città. In seguito però gli studiosi cominciarono a interrogarsi dove si trovasse effettivamente il fiume il cui nome non ricorreva nella toponomastica locale e cominciarono quindi a farsi molte ipotesi, alcune veramente singolari: di esse riferiremo pero inseguito
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:04 Quota

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Il mito del fiume andò pero sempre piu crescendo: a meta del 600 il vicere de Fonseca commissionò al Fanzago una fontana che lo rappresentasse che si trova tuttora al largo Sermoneta ( Mergellina) ll Sebeto viene rappresentato come un vecchio dalla barba fluente in posizione adagiata su una conchiglia tra due obelischi affiancato da due tritoni portatori di piccoli vasi (buccine) da cui sgorga l’acqua.

Con l’insediamento dei Borboni nel 1737 Napoli divenne la capitale di un regno indipendente: allora il Sebeto cantato da Virgilio ( che, in realtà, come abbiamo visto, lo aveva semplicemente citato ) e cantato poi dai più illustri umanisti napoletani divenne una sorta di gloria nazionale da esaltare

Si, ma dove era il fiume?
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:04 Quota

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RICOGNIZIONE TOPOGRAFICA

Nel territorio di Napoli non vi sono sorgenti che possano alimentare fiumi perenni: Invece vi sono, ancora facilmente riconoscibili, una serie di valloni nei quali, a regime puramente torrentizio, scorreva dell’acqua quando pioveva, e se le piogge erano molto intense potevano anche avere effetti devastanti, : vengono definiti “cavoni” o anche “canaloni” quelli più profondi ,e poi “arene” quelli più aperti Di tali corsi tutti discendenti dalle pendici dai Camaldoli ,la collina più elevata della zona (480 metri) tre sono i principali che ricevono poi acqua da molti altri secondari e, benche ormai privi di acqua, sono però pienamente riconoscibili
Nessuno di essi ha un vero proprio nome ben definito: noi per comodità di esposizioni, ci riferiremo ad essi come canalone di Miano, della Sanità e della Arenella.
Il primo,quello di Miano, nasce presso l’attuale Policlinico, passa sotto l’attuale ponte di S. Rocco quindi del pù moderno ponte di Bellaria divide il parco di Capodimonte da Miano, per scendere quindi a valle presso le attuale vie Masoni e S. Maria ai Monti fino ai Ponti Rossi. Il percorso è ancora attualmente perfettamente conservato anche se l’acqua non vi scorre quasi più Poi il canale proseguiva per l’attuale via arenaccia (da cui il nome) e corso Novara per gettarsi, oltre la stazione ferroviaria, in mare sotto l’ancora esistente Ponte della Maddalena Dall’arenaccia in poi i il tratto è stato interrato in epoca recente: ne rimane ancora qualche traccia nella toponomastica : Via Ponte di Casanova e si vede ancora qualche vestigia del ponte
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:05 Quota

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Il secondo canalone è quello delle Sanità, non più esistente ma di cui si hanno ricordi storici fino all’800. Era una diramazione del precedente : si staccava nei pressi dei parco di Capodimonte, scendeva per la Sanità ( per via Arena della Sanità, appunto), per il borgo di Vergini, scendeva per via Cirillo e via Carbonara lambendo le mura della città, quindi si gettava in mare percorrendo l’ultimo tratto nell’attuale Via del Lavinaio (“lava” cioè corso di acqua) dove vi erano anche dei mulini mossi da acqua ( donde un vicolo Molino) : la foce non era lontana dal Ponte della Maddalena dove sfociava l’altro canalone. Nel 1400, per l’ampliamento delle mura cittadine, fu deviato per l’attuale via Cesare Rossarol e fatto quindi confluire nel canalone di Miano, all’Arenaccia
Quando pioveva copiosamente il corso del canalone alla Sanità e ai Vergini diventava impetuoso e pericoloso e poteva provocare molti danni : era proverbiale a Napoli l’espressione:” lava dei Vergini” per indicare cosa che non si può contenere. Per questi inconvenienti nell’800 il corso fu dirottato e fatto confluire nell’altro corso della Arenaccia, più a monte, con una condotta forzata attraverso la collinetta di Miradois
Il terzo corso d’acqua scendeva dall’Arenella. Esso è riconoscibile solo topograficamente ma non si hanno notizie storiche poiché, a differenza dei primi due, si è prosciugato in un tempo lontano lasciando solo una traccia: il nome Arenella data alla zona di provenienza. Presumibilmente attivo nell’antichità, si è poi prosciugato nel medio evo: ipotizziamo perche si è deviato probabilmente nel canalone che va verso Soccavo. Il suo percorso però è tuttora facilmente riconoscibile anche se occupato da antiche stradine che scendono giù dalla collina . Si originava dalla zone degli Ospedali, scorreva prima per la Via Gerolomini, quindi per Due Porte all’Arenella, vico Nocelle e quindi in Via F S Correra detta ancora il Cavone : un tratto incassato profondamente fra due alture e pieno di caverne. Quindi attraversava l’attuale piazza Dante, scendeva per l’attuale via Monteoliveto (la Posta) per gettarsi in mare nella zona di Piazza Municipio.
Riceveva degli affluenti fra cui si riconoscono agevolmente il tratto di Via Conte della Cerra ( presso vico Nocelle) e quello della Via S. Antonio ai Monti (Ventaglieri)
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:06 Quota

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I corsi di acqua di cui abbiamo parlato hanno regime torrentizio perche Napoli, in realtà è su un rilievo,costituito dalla propaggine più orientale dei Campi Flegrei. Ad oriente però della città antica vi è una zona pianeggiante racchiusa fra le alture di Napoli e il Vesuvio ( monte Somma) nella quale vi sono pure delle sorgenti, nel comune di Volla (da “polla”, cioè sorgente) in località Lufrano captate però dagli acquedotti già nel passato ) Inoltre un’altra fonte si trova a Somma Vesuviana alle pendici del monte Somma in località detta S. Maria del pozzo. E’ una zona bassa, anche attualmente soggetta ad allagamenti in caso di piogge intense. Fino al secolo sorso era segnata da paludi che si estendevano d’altronde per una vastissima zona tutto intorno a Napoli. ( vi è ancor la chiesa di S. Anna alle paludi: un lungo canale, costeggiato dalla via dell’Argine fu costruita per far defluire l’acqua in mare nella zona di S Giovanni a Teduccio: il canale è stato interrato solo da qualche decennio
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:06 Quota

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LE IPOTESI

In genere il Sebeto veniva identificato nel corso di acqua che scorre sotto il Ponte della Maddalena per la semplice ragione che dal 500 in poi costituiva l‘unico corso naturale di acqua esistente nelle immediate vicinanze di Napoli: infatti in epoca aragonese, nella seconda meta del 400, come abbiamo visto, anche l’altro canalone che discendeva per la Sanità e i Vergini era stato deviato dal suo corso per il Lavinaio ed era stato fatto confluire in esso: l’altro fiume più vicino a Napoli infatti come abbiamo visto era il Sarno (pure citato da Virgilio insieme al Sebeto ) che però sbocca a oltre 40 chilometri di distanza sull’altro versante del Vesuvio e quindi non può essere certo identificato con il Sebeto
Il Canalone che sfocia alla Maddalena veniva denominato Rubeolo che piu che un nome proprio era il un termine generico che significava “piccolo rivo “
Dalla ricognizione topografica pero abbiamo visto che si trattava solo di un corso torrentizio di scolo di acque piovane senza alcun sorgente: non è possibile allora immaginare che ad esso fosse connessa un divinità, maschile o femminile che fosse, come invece le fonti storiche chiaramente mostrano
E’ presente anche l’opinione che il Sebeto fosse dall’altra parte della città e che sfociasse quindi verso piazza Municipio e identificabile con il canalone proveniente dall’Arenella. Si parte da una testimonianza di Tito Livio che porrebbe il Sebeto in quella zone (l’opinione è riportata anche dall’enciclopedia Wikipedia.) In realtà però Tito Livio scrive:
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:07 Quota

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“Publilio, occupata una posizione favorevole tra Paleopoli e Napoli, aveva già privato il nemico di quella reciproca assistenza di cui i diversi popoli avversari si erano serviti” (libro VIII, 23 )
Che una tale posizione fosse quella della foce di un fiume, che questo fosse poi il Sebeto è una supposizione priva di qualsiasi riscontro.
Senza poi contare che Tito Livio scrive tre secoli dopo gli eventi, non da nessuna notizia topografica certa di luoghi che non conosceva.
Rimarrebbe poi il problema fondamentale che si trattava di un semplice canale
Si è fatto allora una ipotesi ardita. L’acqua proveniente dalle sorgenti di Volla scorreva nell’antichità invece verso occidente, costeggiava tutta la città, riceveva come affluenti i corsi di acqua che abbiamo visto, i tre torrenti della Arenella, della Sanita e di Miano passava per l’attuale via Foria scendendo quindi nella zona di Piazza Municipio. Quindi un conformazione topografica molto diversa dall’attuale in grado di sostenere un fiume vero e proprio per quanto di piccole portata. Tuttavia, guardando ll terreno, il percorso appare poco plausibile:occorre ipotizzare che la conformazione del terreno sarebbe stata molto diversa dall’attuale e che la zona costiera orientale ( dove sta il ponte della Maddalena ) fosse nell’antichità più alta di qualche metro. L’ipotesi per quanto suggestiva, però non è suffragato da alcuna prova o indizio nè storico, nè topografico. D’altra parte è comune opinione degli storici, suffragata dalla semplice ricognizione dei luoghi che Napoli venne costruita si una zolla tufacea che aveva una difesa naturale proprio dai canaloni che abbiamo visto. Difficile ipotizzare che l’acqua potesse risalire per via Foria, che fra la parte orientale di Napoli e il mare ci fosse un ostacolo naturale in grado di impedire all’acqua di defluire. D’altra parte in epoca storica, nella zona interessata non sono segnalati movimenti vulcanici o tettonici o bradisismi che potessero determinare tali cambiamenti
Una ipotesi molto originale fu avanzato nel 600 dal Celano secondo il quale il Sebeto scorre ancora ma nel sottosuolo di Napoli: ritiene che esso scorresse all’interno delle mura e che una violenta tempesta nel 1342 (di cui abbiamo notizia perché descritta da Petrarca) ha sconvolto la zona della foce situata nella zona di Monterone (nei pressi della Università) interrandola. Ma nessun fiume scorre sotto Napoli ma solo antichi acquedotti risalenti in parte all’epoca greco romana. Che il fiume poi scorresse all’interno delle mura non è compatibile con la morfologia del territorio e nemmeno con gli usi antichi: un fiume che entra in città attraversando le mura le renderebbe inutili . E’ vero pero che nella zona indicata effettivamente vi era uno scolo di acqua piovana: essa è ancora facilmente riconoscibile nella via del Grande Archivio e fungeva da collettore di acque piovane per la città
IOXSONGXLEGGEND
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IOXSONGXLEGGEND 16/08/2013 ore 20:07 Quota

(nessuno) IL FIUME SCOMPARSO ( napoli)

Allora dove stava il Sebeto: ? Credo che bisogna partire da un fatto del tutto evidente
Le colline che contornavano Napoli greca romana non potevano dar luogo un fiume ma le immediate vicinanze orientali erano e sono tuttora ricche di fonti e di acque.
Anche senza averne nessuna conferma storica o morfologica la soluzione pare allora abbastanza semplice: il Sebeto scorreva nelle immediate vicinanze orientali della città, scaturendo dalle sorgenti che si trovano nel territorio fra le colline e il monte Somma: la zona è stata interessata da molte eruzioni vulcaniche non solo quelle notissima del 79 d, C., che distrusse Pompei Questi movimenti hanno alterato la zona fra le colline e il Somma e quindi il fiume è sparito e il terreno diventato paludoso fino a che i canali artificiali (come quello di via Argine) non lo hanno prosciugato. Il Sebeto era un breve corso di acqua che scaturiva da una o più fonti nella zona di Volla. La divinità poteva essere associata alle fonti più ancora più ancora che al fiume come era uso degli antichi
NIC0LA.NA
Partecipante
NIC0LA.NA 17/08/2013 ore 09:39 Quota

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La città di Napoli fu fondata al centro di un golfo dove una splendida piana veniva protetta da numerosi colli dai quali ruscelli, torrenti e sorgenti naturali scendevano ad inpinguare un fiume sulle cui sponde i primi coloni si stabilirono.

Monte Echia, emergente dal mare per metri 55, S. Martino m 247, S.Potito m 80, Materdei m 142, Capodimonte m 153, Capodichino m 153 e non ultimo Poggioreale m 89 sono i colli che insieme al mare circondano la città.

Essi, tutti di origine vulcanica, sono Costituiti essenzialmente da tufo ricoperto da strati di materiali incoerenti quali lapilli e pozzolane ed infine da terreno vegetale.

Tra questi colli esistono delle vere e proprie incisioni naturali, dette anche valloni, che sicuramente sono state nei secoli approfondite dall’erosione delle acque scroscianti dai colli.

Via Chiaia è infossata tra Monte Echia e S. Martino e già dicemmo che probabilmente, anticamente era un corso d’acqua forse non tutto naturale ma in parte fatto scavare da Lucullo per chiudere in uno splendido sicuro isolamento I suo “castro” dove in splendidi giardini per la prima volta fiorirono i ciliegi ed i peschi da lui importati dall’oriente.

Via Francesco Saverio Correra (il Cavone) è una gola tra S.Martino e S.Potito; Via Salvator Rosa divide S.Potito da Materdei ed insieme a Via Francesco Saverio Correra è risaputo che raccoglieva le acque e le arenarie provenienti dai Camaldoli e dall’Arenella; stesse acque che per altra strada lungo il Vallone delle Noci ed il Vallone S. Rocco tra Materdei e Capodimonte confluivano nella Sanità dando origine a quel fenomeno “la lava dei Vergini” che per millenni ha vessato la zona a nord-ovest della città allagando ed interrando case, ipogei e catacombe, finché nel 1960 il sindaco Achille Lauro fece costruire il collettore delle colline che, incanalando tali acque, pose fine a questo flagello che immancabilmente, alla fine di ogni temporale, riempiva di fango, sabbia e fogliame tutti i Vergini, la Sanità fino a Piazza Cavour e Via Foria; ed è proprio per tale fenomeno che una strada di questa zona, ancora oggi, è chiamata Via Arena Alla Sanità in quanto come in Via Arenella ed in altre strade di Napoli vi si raccoglievano, trasportate dalle acque: le arenarie slavate dai colli limitrofi.

Salita Moiariello divide Capodimonte da S.Eframo; e Calata Capodichino, tra S. Eframo e Poggioreale, portava nella piana di Napoli, fino a Via Arenaccia, le acque di questi stessi colli e quelle di Capodichino.

Da quanto detto appare chiaro che ai primi coloni la piana alla base di questi colli, naturalmente irrigata dalle acque provenienti dagli stessi, rappresentava il top per stabilircisi fondando una città.

La leggenda vuole che Partenope, figlia di Eumelo re di Calcide o di Fera, a seguito di una delusione amorosa, lasciasse la Grecia e con pochi seguaci si stabilisse sul Monte Echia dove fondò la città che prese il suo nome.
xXxASSATANATAxXx
Partecipante
xXxASSATANATAxXx 17/08/2013 ore 09:40 Quota

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Le "sorgenti di quartiere": le acque sorgive di Napoli
L'approvvigionamento d'acqua proveniva dagli acquedotti oppure da acque sorgive sparse in varie zone della città. Quest'ultime furono molto usate sino in età moderna o anche oltre; utilizzate per la distribuzione e/o per alimentare antiche fontane.
Per la sua leggerezza e freschezza, ma soprattutto per le sue abbondanti riserve d'acqua, la sorgente del convento di San Pietro Martire fu tra le più celebri acque sorgive. Venne largamente utilizzata nel XVI secolo, anche da importanti figure storiche, come Carlo V che, prima di lasciare Napoli, fece rifornire le sue galee proprio dell'acqua di questo convento.
A Napoli quasi ogni rione era provvisto di almeno un'acqua sorgiva, di conseguenza numerose altre sono passate alla storia; solo per citarne qualcun'altra: a Santa Lucia vi erano due acque sorgive, ma quella che ha lasciato maggiori testimonianze di sé è la sorgente naturale che fuoriusciva dal Monte Echia. Altre due erano site nella zona della Basilica di San Paolo Maggiore e nel quartiere aristocratico di Chiaia, sempre nella zona di Santa Lucia ma sulla scogliera del Castel dell'Ovo (un'acqua sorgiva molto amata ed usata dai Borbone).
xXxASSATANATAxXx
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xXxASSATANATAxXx 17/08/2013 ore 09:41 Quota

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L'epoca greca
Attraverso attenti esami e resoconti storici, si è intuito che le fontane decorative e le stesse acque sorgive della Napoli antica entrarono a far parte della vita del popolo già nel periodo della Magna Grecia. Oltre che per l'aspetto utile, furono protagoniste di divinizzazioni e/o costituirono dei veri e propri punti di riferimento, dunque anche per quanto riguarda alcuni aspetti socio-religiosi, nonché esoterici; da quanto pervenuto nessuna fontana greca della città è sopravvissuta sino ad oggi.
In epoca romana, infine, la città si arricchì ulteriormente di queste strutture idriche. Tra le poche sopravvissute ricordiamo quella sita all'interno della Villa Imperiale di Pausilypon: essa, lunga circa 26 metri, era in origine abbellita da marmi.
xXxASSATANATAxXx
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xXxASSATANATAxXx 17/08/2013 ore 09:42 Quota

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Dall'età medievale al XVIII secolo
Nel Medioevo anche a Napoli nacquero raffinate fontane che, come già accadeva da qualche secolo, aggiungevano all'aspetto utilitario, ulteriori funzioni di decoro e arredo urbano. In questo periodo, la città, che stava diventando la più popolosa d'Europa con Parigi, necessitava di nuove risorse idriche, specie di fontane: un problema che si pose in maniera più forte in età moderna.
Nella prima metà del Cinquecento, vi fu un vero e proprio boom di fontane legato soprattutto alla crescita demografica; Napoli stava superando i 300.000 abitanti e il popolo necessitava di nuove fontane. Alcune fontane pubbliche dell'età moderna vennero costruite addossate a mura, chiese, palazzi o altri edifici, onde evitare che il popolo intralciasse piazze e slarghi o per consuete leggi emanate (vedi ad esempio la fontana del Capone). Ricordiamo inoltre che alcune fontane della città sono state costruite anche per motivi celebrativi; a rappresentanza di un determinato periodo storico o a raffigurazione di un sovrano.
xXxASSATANATAxXx
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xXxASSATANATAxXx 17/08/2013 ore 09:43 Quota

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Le varie dinastie al potere spesso promossero le costruzioni di varie strutture idriche, anche al fine di conquistarsi il consenso popolare; non di rado usarono far dono ai cittadini di nuove e magnifiche fontane, a simboleggiare la loro generosità o il loro potere. Ciò accadeva soprattutto fino al XVIII secolo . Con tale procedura, come è testimoniato da antiche mappe e/o documenti, Napoli si ritrovò con un enorme numero di fontane, in vari punti della città.
Le fontane sono state "vittime" delle vicende storiche della città: infatti è capitato che vari ex regnanti, prima di lasciare la città perché soppiantati da un nuovo regnante o da una dinastia avversa, distruggessero o sfregiassero fontane o altre strutture idriche (un sorta di punizione inferta al "popolo traditore"). Altre ancora vennero invece razziate.
Restando in tema di opere idrauliche, sono da menzionare anche i celebri Regi Lagni, costruiti in epoca spagnola ed ampliati notevolmente sotto i Borbone nel XIX secolo. Tra i primi architetti intervenuti vi fu Domenico Fontana. Furono costruiti per combattere le piene del fiume Clanio che da secoli rendevano scarsamente popolata la zona. I Borbone, intensificarono la loro costruzione, anche per permettere a Napoli di crescere verso nord. Oggi sono ritenuti dei veri e propri capolavori d'ingegneria idraulica
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xXxASSATANATAxXx 17/08/2013 ore 09:44 Quota

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Dal Risanamento alla prima metà del XX secolo
Nel corso del tempo, vari progetti che prevedevano la costruzione di ulteriori fontane rimasero sulla carta; mentre, alcune che già adornavano la città vennero ulteriormente spostate e/o modificate. Le fontane considerate inopportune, invece, ebbero vita breve (come nel caso della fontana del Serino del 1885 installata in Piazza del Plebiscito, di cui oggi non vi è più alcuna traccia). Questo lasso di tempo, passato alla storia come periodo del Risanamento, fu caratterizzato da svariate demolizioni prevalentemente per motivi igienico-funzionali che coinvolsero soprattutto i quartieri storici: nella Napoli di fine Ottocento, infatti, le autorità, speranzose di risolvere i numerosi problemi che affliggevano la città, applicarono le nuove concezioni urbane che sventrarono interi rioni popolari, distruggendo anche varie opere storiche.
Vero e proprio caso emblematico fu la distruzione di quel gruppo di strutture idriche che facevano bella mostra fuori dal centro, nelle immediate vicinanze del Cimitero di Poggioreale, di cui oggi ne è sopravvissuta soltanto una ed è sita nel Chiostro di Sant'Eligio Maggiore.
Infine, il fascismo che in Napoli vide il punto di partenza ideale per una politica coloniale, comportò la costruzione della Mostra d'Oltremare; un vasto complesso composto da numerosi edifici di vario genere e da numerose fontane.
Oggi, il numero di queste strutture è ancora considerevole; sono più di cento le fontane storiche della città (escluse le fontanelle e comprese anche quelle private site in chiostri, palazzi, ecc.) e sono racchiudibili in due categorie: quelle monumentali e quelle ornamentali. Indipendentemente dalla loro tipologia, buona parte di esse versano in un allarmante stato di degrado; inoltre, da quanto pervenuto, altre fontane pubbliche sarebbero rinchiuse nei depositi comunali del Chiatamone, in attesa di restauro e di visibilità
xXxASSATANATAxXx
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xXxASSATANATAxXx 17/08/2013 ore 09:45 Quota

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Le fontane monumentali di Napoli sono solitamente di grandi-medie dimensioni, ad eccezione dell'enorme fontana dell'Esedra (un'opera fascista del 1938); con un'estensione di 900 m² è tra le più grandi fontane al mondo. Altre, sono state costruite in modo che entrassero a far parte coerentemente nell'arredo urbano.
Tutte le fontane monumentali della città sono state realizzate in un arco di tempo che va dal periodo medievale alla prima metà del XX secolo, ad eccezione della fontana del Carciofo (1957 circa).
La magnificenza scultorea di molte di queste è dovuta non solo ad artisti di livello (Bernini, Domenico Fontana, Michelangelo Naccherino, ecc..) ma, in alcuni casi, anche a sapienti scultori di ignote botteghe napoletane.
Di seguito, site nelle zone più disparate della città (dalle piazze ai parchi delle regge cittadine), verranno elencate le principali fontane monumentali di Napoli:
La fontana dell'Esedra (XX secolo), ispirata alla settecentesca fontana della Reggia di Caserta, è sita nella Mostra d'Oltremare. È un'opera di Carlo Cocchia e Luigi Piccinato; la fontana può contenere una massa d'acqua di 4000 m³ ed emettere getti alti fino a 40 metri. Intorno è circondata da ottocento alberi d'alto fusto, soprattutto da pini e lecci. Attualmente la fontana può contare su 76 vasche ad esedra, 1300 ugelli fatti di ottone e di bronzo, dodici fontane a cascata e altrettante elettropompe. Le decorazioni in ceramica sono di Giuseppe Macedonio.
La fontana del Nettuno (1595-1599) è stata realizzata su disegno di Domenico Fontana e lavorata da Giovanni Domenico D'Auria, Michelangelo Naccherino, Pietro Bernini e Cosimo Fanzago; ha cambiato numerose volte collocazione.
La fontana del Sebeto (XVII secolo) fu voluta dal viceré Emanuele Zunica e Fonseca conte di Monterey, che ne affidò il progetto e la realizzazione a Cosimo Fanzago. Essa rappresenta le vicende del Sebeto (antico fiume che scorreva nel cuore di Napoli). L'acqua sgorga dai due mostri posti ai lati della struttura; la fontana è caratterizzata da un vecchio simboleggiante il corso d'acqua.
La fontana di Santa Lucia (XVII secolo) fu voluta dal viceré Giovanni Alfonso Pimentel d'Errera duca di Benavente; a differenza della precedente, è caratterizzata da numerosi bassorilievi. Venne realizzata da Michelangelo Naccherino con la collaborazione di Alessandro Ciminiello, Geronimo d'Auria ed altri.
La fontana di Monteoliveto (XVII secolo) detta anche di re Carluccio, venne dedicata a Carlo II di Spagna. Alla creazione parteciparono anche Dionisio Lazzari e Cosimo Fanzago. Tra i marmorai si segnalano Bartolomeo Mori, Pietro Sanbarbiero e Giovanni Maiorino.
La fontana della Tazza di Porfido (XIX secolo), molto probabilmente, è la più antica del complesso vanvitelliano; originariamente, la tazza di porfido era locata nel quadriportico della Cattedrale di Salerno. Il piatto circolare, un reperto archeologico proveniente da Paestum, era abbellito anche dal Toro Farnese; questo, rinvenuto dalle Terme di Caracalla di Roma, fu rimosso nel 1826 per essere conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli (già Real Museo Borbonico). La fontana è detta anche delle quattro stagioni, poiché è delimitata da quattro statue allegoriche.

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