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IOXSONGXLEGGEND 21/01/2016 ore 21:48 Quota

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli



Per il resto del mondo, specialmente per gli americani, le nostre ricette ed abitudini alimentari hanno, spesso, dell’incredibile: pasta e pizza sono ancora un mistero per i migliori cuochi del mondo. La curiosità verso le nostre tradizioni culinarie ha spinto lo storico inglese John Dickie ad analizzarle nel suo volume “Con Gusto. Storia degli italiani a tavola”. A questo libro il canale di approfondimento storico “History Channel” ha dedicato un programma intitolato “De Gustibus”, condotto dallo stesso Dickie.

L’episodio che andrà in onda venerdì 22 Gennaio sarà dedicato alla scoperta della storia della pasta in Sicilia ed in Campania. Secondo la scaletta pubblicata da NapoliToday, prima lo storico parlerà di come gli arabi abbiano introdotto la pasta durante il periodo in cui dominavano la sicilia. Nella seconda parte, invece, Dickie sarà a Napoli per assistere mentre lo chef Lino Scarallo prepara la pasta secondo un’antica ricetta del 1500. Ovviamente verranno ricordati molti aneddoti relativi alla pasta, come quello su Ferdinando IV che la mangiava con le mani.

Altra tappa sarà Gragnano, dove verrà mostrata la prima macchina per lavorare la pasta. Infine, il viaggio terminerà nuovamente a Napoli per parlare dell’antica usanza della consegna della pasta “porta a porta”, rievocando e riproponendo l’esperimento.
dolcecarrie
Partecipante
dolcecarrie 21/01/2016 ore 22:03 Quota

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@IOXSONGXLEGGEND :

La Pasta rappresenta una delle colonne della Dieta Mediterranea :ok
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 21/01/2016 ore 22:05 Quota

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@dolcecarrie scrive:
La Pasta rappresenta una delle colonne della Dieta Mediterranea

:rosa verissimo
serena.10
Partecipante
serena.10 21/01/2016 ore 22:08

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@dolcecarrie scrive:
“De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli
@IOXSONGXLEGGEND :

La Pasta rappresenta una delle colonne della Dieta Mediterranea

:clap :rosa
serena.10
Partecipante
serena.10 21/01/2016 ore 22:08

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@masterchef.italia lascia un commento :fiore
masterchef.italia
Partecipante
masterchef.italia 21/01/2016 ore 22:12

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

BUONE
masterchef.italia
Partecipante
masterchef.italia 21/01/2016 ore 22:13

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@serena.10 : ADORO LA PASTA MANGEREI TUTTI GIORNI
serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 06:35

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@masterchef.italia scrive:
ADORO LA PASTA MANGEREI TUTTI GIORNI

si vero ,nn esiste dieta che nn ci son 50 grammi di pasta ;-)
serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 06:37

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
Proprietario21/01/2016 ore 22:05
segnala
“De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli



serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 06:40

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

La pasta ha origini remote e si può fare risalire a quando l’uomo riuscì a mantenere compatto nell’acqua bollente l’impasto di acqua e farina; inizialmente la pasta, strappata in piccoli pezzi, veniva aggiunta a minestre di legumi e verdure, poi iniziò ad essere modellata con le dita. Nel I sec a. C. si cuocevano in acqua o in olio i lagana, strisce di schiacciata di farina , citate da Cicerone e Orazio, da cui discendono le lasagne.

Di antica origine sono anche i vermicelli e gli ziti . I primi, fatti a mano, erano corti, storti e simili a vermiciattoli , invece gli ziti , detti anche zite o maccheroni della zita ( cioè della sposa) erano preparati per il pranzo nuziale. Controversa è l’origine dei maccheroni, derivante dal genovese macaròn o dal siciliano maccaruni. In verità maccheroni e vermicelli erano prodotti in Liguria, Sardegna e poi in Campania, ma si ritiene che fino al XV secolo fossero una produzione siciliana acquisita tramite gli arabi che fecero conoscere la pasta secca ai popoli coi quali commerciavano. Ben presto la pasta fu apprezzata come alimento non deteriorabile e facilmente trasportabile. Sin dal Medioevo la pasta era un piatto riservato ai ricchi ma, viaggiando da Nord a Sud e viceversa, si esportavano anche cibi e ricette così i maccheroni trionfarono a Napoli come piatto tipico, gradito quotidianamente dai lazzari, borghesi e nobili .

All’inizio del Cinquecento maccheroni e vermicelli erano largamente diffusi nel napoletano per cui si resero necessari interventi legislativi per regolamentarne la produzione e la vendita e per riconoscere le categorie dei vermicellari, poi dei maccheronari.

Nel Seicento i napoletani attuarono una vera e propria rivoluzione gastronomica e da mangiafoglie (mangiatori di minestre di verdure) divennero mangiamaccheroni. La pasta, importata dalla Sicilia e dalla Sardegna che coltivavano grano duro, nella prima metà del Seicento fu prodotta a Napoli e dintorni (Gragnano, Torre Annunziata e località costiere le cui condizioni climatiche ne favorivano l’essiccazione) . Nella Valle dei Mulini , presso Gragnano, sorgevano trenta mulini ove si macinava il grano e si produceva la semola. Poichè i mulini erano distanti dalle abitazioni, le donne di casa preparavano i maccheroni e tutti insieme, padroni e lavoranti, li consumavano a pranzo . Ben presto una clientela sempre più allargata iniziò a recarsi ai mulini per comprare i maccheroni . Dalla macinazione del grano si passò quindi ad una produzione artigianale e poi industriale della pasta. Dal primo pastificio , fondato da Montella e Garofalo nel 1789, Gragnano arrivò ad averne un centinaio nell’Ottocento, grazie anche al re Francesco I che promosse lo sviluppo dell’industria pastaria con sistemi che rendevano più organizzata e igienicamente sicura la produzione della pasta.










Il popolo prediligeva i maccheroni “vierdi vierdi”, cioè duri come i frutti acerbi , a differenza dei nobili che li lasciavano cuocere anche per un paio di ore per consumarli scotti, fino a quando in “Cucina teorica-pratica” del 1837 il nobile gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino ufficialmente sancì la regola della cottura al dente. Se i ricchi potevano permettersi di condire la pasta con burro, zucchero, cannella e spezie, il popolo mangiava i maccheroni in bianco, poco sgocciolati, con un po’ di pepe, a volte formaggio (pecorino o caciocavallo), oppure un filo d’olio d’oliva o strutto. Solo nel Seicento nel Regno di Napoli si iniziò ad usare il pomodoro come condimento per la pasta , superando pregiudizi radicati in molti paesi fino al Settecento perché si riteneva che lo sgargiante pomodoro fosse velenoso ed utilizzabile solo per decorazioni o preparati medicinali. Nell’Ottocento il sugo al pomodoro fu finalmente apprezzato come condimento ideale per la pasta, insaporito anche con olio, cipolla, aglio,basilico, peperoncino.

Re Ferdinando IV, (poi I), amava la pasta e molto poco la formalità tant’è che soprannominò “lasagnone” il figlio Francesco. Alla sua corte si consumavano di frequente ravioli, vermicelli al burro , tagliolini e maccheroni con salsicce o pomodoro e ad ogni pranzo di gala non mancava l’ ipersostanzioso timballo di maccheroni, che tutt’oggi vale per primo, secondo e contorno.

Il re sposò la plebea consuetudine di mangiare i maccheroni portandoli alla bocca con le mani e rivolgendo gli occhi al cielo perché “ ‘O maccarone se magna guardanno ‘ncielo!” . In verità questo gesto era quasi un invito a ringraziare Dio per la bontà concessa, sebbene suscitasse lo sdegno della raffinata sua consorte, la regina Maria Carolina. Ben presto questa pratica da unti e bisunti si trasformò in un’attrazione turistica (della serie: vedi un po’ ch’a s’adda fa’ pe’ campà) e i “maccaroni eaters” ( mangia maccheroni) guadagnarono con la loro fame cronica una fama internazionale. Comunque sia, grazie ad attori napoletani, maccheroni e vermicelli sbarcarono in Francia con la maschera popolare dell’affamato Pulcinella, esperto “abbrancatore” di pasta.

La pasta però si diffuse all’estero anche per merito di grandi cuochi come Francesco Leonardi che, dopo avere servito re e nobili del Bel Paese e non solo, con le sue ricette a base di pasta conquistò la corte di Caterina II Imperatrice di tutte le Russie.







I maccheroni sono un’acuta invenzione della miseria. Essi costituivano la più semplice, la più razionale, la più essenziale utilizzazione del grano. Si mangiavano verdi e sciularielli.


Se ne prendeva un ciuffo con tre dita e si facevano cadere in bocca: la bocca li assorbiva, li succhiava, quasi senza colpo di dente ( ecco perché in napoletano si dice sciularielli )…



Il maccaronaro era lo snack -bar dei lazzari…
Lo stato di animo di Pulcinella, il suo permanente stato di animo, è la fame; il suo sogno costante, e mai del tutto appagato, i maccheroni; i maccheroni che erano già nel sei, nel sette e nell’ottocento il piatto unico, la pietanza nazionale dei napoletani…



I maccheroni sono la spina dorsale della gastronomia della libertà. I maccheroni chiedono una salsa o un complemento”








La pasta al pomodoro ormai è un piatto conosciuto in tutto il mondo. Oggi la fantasia culinaria di piatti a base di pasta si sbizzarrisce in sempre nuovi abbinamenti con salse ed alimenti di origine animale o vegetale che sono una nutriente ed energetica tentazione gastronomica, ma anche una conquista dell’estro creativo che amalgama sapori,colori, odori e buon gusto senza porre limiti alla storia della pasta




serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 06:46

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

Gli spaghetti sono un particolare formato di pasta prodotta esclusivamente con farine di grano duro ed acqua, dalla forma lunga e sottile e di sezione tonda. Li si distingue da altri formati analoghi, quali i vermicelli, poiché, rispetto a questi ultimi vengono trafilati con una sezione (calibro) minore.






La prima attestazione della pasta essiccata in Italia e dell'esistenza dell'industria della pasta si rintraccia nella descrizione della Sicilia tramandataci da Idrisi al tempo di Ruggero II.


Spaghetti (sezione)
Nel Libro di Ruggero pubblicato nel 1154, Al-Idrisi, geografo di Ruggero II di Sicilia, descrive Trabia, un paese a 30 km da Palermo, come una zona con molti mulini, dove si fabbricava una pasta a forma di fili leggermente arrotondati, chiamata 'itrya' (dall'arabo itryah che significa "focaccia fine tagliata a strisce", queste ultime sono prodotte ancor oggi dalle massaie di Puglia e di Sicilia, e vengono chiamate con il termine dialettale trija), che veniva spedita con navi in abbondanti quantità per tutta l'area del Mediterraneo sia musulmano che cristiano, dando origine ad un commercio molto attivo, che dalla Sicilia si diffondeva soprattutto verso nord lungo la penisola italica e verso sud fino all'entroterra sahariano, dove era molto richiesto dai mercanti berberi Nell'opera del poeta e commediografo napoletano Antonio Viviani, “Li maccheroni di Napoli”, pubblicata nel 1824, compare invece per la prima volta il termine spaghetti (inteso come diminutivo-vezzeggiativo della parola ''spago''), e vi sono illustrate le varie fasi della lavorazione. Le fonti letterarie anteriori, invece, utilizzano per descrivere lo stesso alimento, in alternativa rispetto a "spaghetti", le parole ''vermicelli'', "maccheroni" o ''maccaroni''.








Spaghetti eaters (mangiatori di spaghetti) di Giorgio Sommer (XIX sec.). Esistono testimonianze antichissime dell'esistenza di impasti filiformi di acqua e varie farine. Le civiltà mediterranee ed estremo-orientali avrebbero sviluppato in modo indipendente questo tipo di produzione






Per quanto riguarda il tipo di consumo, in origine gli spaghetti, come tutte le paste asciutte, erano perlopiù conditi di solo olio d'oliva, formaggio e pepe. Solo tra la fine del XVII sec. e gli inizi del XVIII si afferma l'uso di condire la pasta con il pomodoro. La prima testimonianza in tal senso è iconografica e si ritrova in un presepe napoletano databile agli inizi del settecento, conservato nella Reggia di Caserta, nel quale due contadini arrotolano attorno alla forchetta i primi spaghetti colorati di rosso. Bisognerà però attendere la metà del XVIII secolo per vedere pubblicata la prima ricetta in cui la pasta sia abbinata al pomodoro. Mentre nel 1839 Ippolito Cavalcanti pubblica la seconda edizione del suo celebre trattato "Cucina teorico pratica" che, riprendendo quella che doveva essere una abitudine diffusasi tra il popolo, ci riporta due distinte ricette in tal senso: ''I Vermicelli con lo pommodoro'' ed il Ragù napoletano.










Lo spessore indicato dal numero può variare leggermente da un produttore ad un altro; può variare anche l'aspetto a seconda del tipo di trafilatura usato, cioè la superficie può presentarsi liscia o rugosa, quest'ultima è ottenuta con trafile in bronzo. I capelli d'angelo sono probabilmente la variante più simile all'antico progenitore siciliano, ancora oggi chiamati tria in Sicilia ed in Puglia.

La scelta di una trafilatura rispetto ad un'altra dipendono dal tipo di condimento da abbinare.




In Italia vengono preparati secondo diverse e molteplici ricette tradizionali, spesso con salsa di pomodoro e spolverati con un formaggio (di solito duro e stagionato) grattugiato, il tutto accompagnato con foglie di basilico.

All'estero gli spaghetti sono serviti con numerose varianti, spesso dettate da semplice ricerca di originalità o da trasposizione di ricette per altri tipi di pasta; si possono così trovare, ad esempio, spaghetti al prosciutto, guarniti con ampie fettine di prosciutto e senz'altro condimento, oppure gli spaghetti bolognese (venduti anche in lattina nel Nord-Europa), inesistenti nella tradizione italiana, contenenti una sorta di ragù alla bolognese e gli spaghetti già cotti.











Esiste una vasta documentazione fotografica e letteraria che illustra come nei vicoli di Napoli e di altre città dell'Italia meridionale, ancora sino alla fine del XIX secolo, gli spaghetti venissero mangiati con le mani, nonostante la forchetta si fosse già ampiamente diffusa da secoli, ma ciò era in parte dovuto all'abitudine perpetratasi fin dal basso medioevo di consumare le paste e soprattutto gli spaghetti senza posate, costume acquisito nei tempi in cui queste ultime non esistevano. C'è da dire anche che le comuni forchette allora in uso, avevano solo tre rebbi ed inoltre erano piuttosto appuntite, il che le rendeva poco pratiche all'uso. Tutto ciò aveva anche un risvolto politico, rendendo di fatto improponibile la presentazione nei pranzi ufficiali, di quella che già all'epoca era considerata una specialità che nell'ex Regno Delle Due Sicilie, era più adatta al popolo che all'aristocrazia, la pasta. Fu quindi per volontà di Ferdinando II di Borbone e grazie all'ingegno del ciambellano di corte, Gennaro Spadaccini , che si risolse il problema. Lo Spadaccini introdusse un quarto rebbio e ridusse le dimensioni dei forchettoni allora in uso, risolvendo in tal modo il problema dei maccheroni a corte, che si diffusero anche sulle tavole della nobiltà. Ciononostante l'abitudine di mangiare la pasta con le mani perdurò ancora per parecchi decenni.

Il sostantivo "spaghetto", viene talvolta utilizzato nei confronti di una persona, in funzione di aggettivo, con significato di: magro, esile, scheletrico.






scrib
Partecipante
scrib 22/01/2016 ore 07:57

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli






























Ed ora silenzio: Parla Agnesi :many









Nica46
Partecipante
Nica46 22/01/2016 ore 12:31 Quota
serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 13:16

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@scrib scrive:
Ed ora silenzio: Parla Agnesi











Le Mafalde sono una pasta prodotta esclusivamente con farine di grano duro ed acqua e sono originarie della Campania.

Origini
A Napoli un tempo erano dette "Fettuccelle Ricche" o Manfredi. Successivamente furono dedicate alla principessa Mafalda di Savoia e ribattezzate Reginette o "Mafaldine".
Si prestano ad essere condite con vari sughi di carne, ad esempio nella cucina napoletana vengono condite con la ricotta precedentemente stemperata nel ragù napoletano, ed entrano spesso nella composizione della pasta mischiata.














Manfredi con la ricotta



I manfredi sono chiamati anche con altri nomi: tripoline, mafaldine, reginette. Il piatto è molto semplice : sono necessari un buon ragù napoletano e la ricotta per condire la pasta





Ingredienti per 4



350 g pasta tipo manfredi o tripolini o reginette o mafaldine
ragù napoletano
400 g ricotta di pecora o romana
parmigiano grattugiato
basilico
sale




Procedimento





Preparate il ragù napoletano, portate ad ebollizione l’acqua per la pasta. Prima di calare la pasta, prelevate due mestoli di acqua bollente e versateli in una terrina dove avete riposto anche la ricotta; aggiungete un mestolo di ragù bollente e stemperate la ricotta.

Quando la pasta sarà cotta scolatela e versatela in una zuppiera, conditela con parte del ragù , un terzo della ricotta stemperata. ed una manciata di parmigiano.

Mescolate per bene e preparate i piatti: Su ogni piatto versate parte della ricotta stemperata, un mestolo di ragù, una spolverata di parmigiano, guarnite con una foglia di basilico e servite
serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 13:19

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@Nica46 scrive:
De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli
@IOXSONGXLEGGEND : Buona la pasta..mi fa ingrassare ma ki se ne fregaa









Ziti





Gli ziti sono un tipo di pasta di grano duro, di forma allungata, tubulare e cava e con superficie liscia come i bucatini ma di diametro maggiore, un po' più stretti dei rigatoni ma più larghi dei mezzani. Nella varietà "ziti rigati", presentano sulla superficie righe e creste elicoidali o parallele alla sezione verticale.

Anche se confezionati come pasta lunga, la tradizione culinaria dell'Italia meridionale vuole che prima di cuocerli li si spezzi manualmente nel piatto. La parola "ziti" in Puglia si riferisce alla parola "fidanzati".

Gli ziti sono diventati molto popolari negli Stati Uniti con la serie televisiva I Soprano.
serena.10
Partecipante
serena.10 22/01/2016 ore 13:21

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli




Ziti spezzati, ricotta, limone, menta e pepe
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 22/01/2016 ore 19:55 Quota

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@serena.10 : I Paccheri

Nella tradizione culinaria partenopea i Paccheri erano considerati la “pasta dei poveri” perché ne bastavano pochi per riempire il piatto. In dialetto “pacchero” vuol dire “schiaffo” ed è per questo motivo che a Napoli vengono anche chiamati “Schiaffoni”.

xXxASSATANATAxXx
Partecipante
xXxASSATANATAxXx 22/01/2016 ore 20:04 Quota

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
“De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli




NAPOLI: UNA PASTA AL SOLE









La gola è uno dei sette peccati capitali. E Napoli è la capitale della pasta, che con la gola ha molto a che fare. Oggi: perché fino al secolo scorso la pasta era molto più collegata allo stomaco che al palato. Fuor di metafora, la pasta (come più tardi la pizza) ai napoletani è servita, per secoli, a cavarsi la fame. La loro compagna di strada fino ad ieri.
Fin quasi al 1600, i napoletani adottavano un altro sistema per provare a riempirsi la pancia: mangiavano verdura.




Lo riferisce l’Abate Galiani, che nel 1777 scriveva nel suo “Vocabolario”, alla voce verdura: “Fu tanta la passione che per la foglia cappuccia ebbero i napoletani del secolo passato, che ne acquistarono il nome di mangiafoglia. Molti celebrarono le lodi della foglia. Ora restano eclissate dai maccheroni”.
Nonostante Napoli si trovasse (come oggi, del resto) sul mare, a quei tempi non si parlava certo di dieta mediterranea. Quella dei napoletani del XVI secolo era una dieta del cavolo: tale era infatti la “foglia cappuccia” di cui parla Ferdinando Galiani. Costava poco, e si coltivava facilmente nei mille orti della città e del contado. Insomma, si andava avanti a pane e ortaggi.
Di carne se ne vedeva poca. Il grano duro non si produceva, nel napoletano: la semola veniva importata dalla Sicilia e dalla Puglia. Tanto (poca) che nei periodi di magra (quindi praticamente sempre) le autorità vietavano la produzione di pasta. E’ del 1509 un editto del Vicerè di Napoli, che ordinava ai pastai “di non confezionare maccarune, trie, vermicelli, excepto in caso de necessità de’ malati”, quando “la farina saglie per guerra, carestie et altra indisposizione di stagione….”






Insomma, la pasta rimase a lungo un alimento costoso, e perciò destinato solo alla tavola dei ricchi. Quello che consentì ai napoletani di passare dal cavolo alla pasta: di essere promossi, con soddisfazione, da mangiafoglia a mangiamaccheroni, fu la possibilità di produrre pasta più a buon mercato.
Le nuove tecnologie quali la gramola e il torchio meccanico misero un po’ per volta la pasta alla portata di molte tasche.
Questo accadeva ai primi del seicento. Poco più tardi, nel 1647, il consumo di pasta sarebbe diventato una specie di marchio di appartenenza. Durante la rivolta guidata da Tomaso Aniello, meglio noto come Masaniello, la plebe napoletana: i “lazzari” ( dallo spagnolo “lazaro”, cencioso) elessero a loro cibo i maccheroni.
Masaniello finì male, i maccheroni no. I lazzari, i sottoproletari urbani che affollavano le vie della città sperando di mettere insieme il pranzo con la cena, continuarono a mangiarne.
Più o meno in quegli anni sorsero a Napoli (e dintorni) i primi pastifici artigianali. Destinati a diventare sempre più grandi e numerosi, e sempre meno artigianali, per via della pasta che producevano. Molto apprezzata dal pubblico nonostante fosse fatta coi piedi. O forse proprio per questo.
Un modo di dire? No. Un modo (sciagurato) di fare.
Nelle altre parti d’Italia la “rimiscelazione” di acqua e semola veniva effettuata a mano, in madie di legno. Invece i napoletani, sempre speciali, si mettevano in piedi nella madia, e con le estremità inferiori “lavoravano” l’impasto. Certe volte tra piedi e pasta veniva messo un telo, ma non c’era da giurarci.






Quando, nel 1833, Ferdinando II di Borbone, Re di Napoli, lo venne a sapere, gli passò l’appetito. Ma poiché presto gli tornò, diede ordine all’ingegnere Cesare Spadaccini di progettare un metodo più igienico per fare la pasta.
Costui ideò un marchingegno detto “l’uomo di bronzo”, in grado di imitare – per quanto possibile – i movimenti dei piedi umani. Ma (forse perché costava troppo) il progetto non prese piede.
Cose che succedono solo a Napoli. Insieme ad altre; come l’invenzione della gramola a coltelli, una macchina migliore della gramola a stanga usata fino ad allora.
Quest’innovazione tecnologica fece sorgere dei veri pastifici industriali. Il primo di essi nacque a Torre Annunziata, a un tiro di schioppo da Napoli, per iniziativa di pastai amalfitani.
Ma il progresso non si ferma. Nel 1904 arrivò la gramola a rulli conici, che relegò i coltelli della sorella maggiore in soffitta. I rulli schiacciavano l’impasto in modo uniforme, il che era molto vantaggioso. I pastifici l’impiegarono fino al 1933, anno in cui i fratelli Braibanti inventarono la pressa continua.





Le tecnologie cambiavano, ma la pasta napoletana restava la migliore del mondo. Gragnano e Torre Annunziata si guadagnarono la celebrità per la perfetta essiccazione dei loro prodotti. Merito della cultura nel settore, e della natura; i venti secchi e asciutti che spirano lungo quelle coste facevano la loro parte.
Se il clima era mite, il pastaio napoletano era mitico. Prima esponeva la pasta fresca di fabbricazione al sole, in grandi cortili, o su terrazze ventose. Poi la faceva “rinvenire” al freddo, in locali leggermente umidi (cantine), in modo che non si spaccasse. Alla fine passava all’essiccazione vera e propria, mediante correnti d’aria generate dall’apertura e dalla chiusura di grandi finestre.
Di igrometri, all’epoca, non ce n’erano, per cui il capo-pastaio doveva essere un po’ meteorologo, e un po’ indovino. Quando, tra il 1903 e il 1912, arrivarono le macchine per l’essiccazione in ambienti chiusi, la poesia fece un passo indietro. Ma, a onor del vero, la qualità della pasta napoletana non ne risentì.












I maccheroni sono per tutti sinonimo di pasta. Nel mondo sono il simbolo dell'Italia. Oggi si intende per maccheroni un formato di pasta corta. In molte regioni con maccheroni si indica un tipo di pasta fresca fatto a mano.
scrib
Partecipante
scrib 23/01/2016 ore 12:14

(nessuno) “De Gustibus”: History Channel racconta la storia della pasta a Napoli

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