Forum - Istruttivi educativi

serena.10
Partecipante
serena.10 15/02/2015 ore 09:53

(nessuno) DAGLI ARAGONESI AI BORBONE, DAI NOBILI AL "MAST''E FESTA". STORIA DI UNA FESTA POPOLARE



CARNEVALE A NAPOLI: DAGLI ARAGONESI AI BORBONE, DAI NOBILI AL "MAST''E FESTA". STORIA DI UNA FESTA POPOLARE ORMAI PERDUTA...
Immaginiamo il Carnevale come qualcosa di strettamente riferibile all'uso di maschere, di goliardici scherzi, di squisitissima cucina.
A Napoli, poi, tutto questo ha un valore e un riferimento certamente unico, speciale, sin da tempi molto lontani, anche se oggi lo spirito che animava la festa è soltanto un ricordo lontano.
Al tempo degli Aragonesi, il Carnevale era magnificamente festeggiato da nobili che tra tornei e giostre partecipavano a sontuosi ricevimenti, indossando sfarzosi costumi e impeccabili armature. Soltanto nel XVI secolo il popolo napoletano si appropriò di questa festa, inscenando canti e balli in maschera. Manifestazioni simili erano promosse e sovvenzionate da nobili che, con il pretesto di mascherarsi, ben volentieri s'intrufolavano tra le belle e ridanciane popolane di Napoli.
A partire dal 1656 si allestirono carri con tanto di leccornie e cibarie di ogni genere, che spesso finivano col "regolare" saccheggio e disordine da parte della popolazione. Nel 1746, poi, Re Carlo III di Borbone, per evitare disagi e incidenti, stabilì che i carri-cuccagna, anziché attraversare la città, dovessero essere allestiti nel Largo di Palazzo (attuale Piazza Plebiscito) e fossero presidiati da truppe armate durante l'intero festeggiamento. Proprio al tempo dei Borbone la festa era annunciata con meravigliosi cortei che danzavano al ritmo dei putipù, del triccaballacche, dello scetavaiasse, che invadevano le strade; a differenza dell'aristocrazia che preferiva festeggiare al Teatro San Carlo, trasformato per l'occasione, nonostante qualcuno, così come avveniva nei secoli precedenti, si mascherasse da popolano per dar luogo ad ogni forma di bizzaria.
Con il sopraggiungere dell'800 la "totalizzante" festa di Carnevale, che coinvolgeva tutta la città, si ridusse in singole feste rionali, con l'incedere della figura del cosiddetto mast''e festa che, attraverso una specie di questua, raccimolava tra la gente, le attività commerciali, il denaro necessario per la realizzazione della festa.
Una festa che, negli anni, ha tradito il suo spirito tipicamente popolare, per trasformarsi in una mera e triste occasione commerciale
IOXSONGXLEGGEND
Proprietario
IOXSONGXLEGGEND 15/02/2015 ore 10:31 Quota

(nessuno) DAGLI ARAGONESI AI BORBONE, DAI NOBILI AL "MAST''E FESTA". STORIA DI UNA FESTA POPOLARE

Le prime notizie sul Carnevale partenopeo sono note grazie all’opera “Ritratto o modello delle grandezze, delle letizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli“, opera del nobile marchese Giovan Battista del Tufo. Egli racconta che nel XVI secolo il travestirsi era una festa esclusiva di nobili cavalieri, delle dame, duchesse e di tutta l’alta aristocrazia napoletana, che partecipava ai tornei, ai balli, alla caccia la toro e ai ricevimenti pomposi della Corte Aragonese. Ma attorno al 1600 qualcosa iniziò a mutare: le mascherate avevano affascinato anche la plebe tanto da spingere pescatori, macellai, pescivendoli e contadini ad organizzare un Carnevale del popolo. Quindi il Carnevale antico di Napoli era caratterizzato da questa duplice faccia: una nobile, dei sovrani, delle autorità ecclesiastiche e l’altra popolana e più privata.

Il periodo più glorioso per il Carnevale fu con i Borbone, infatti veniva festeggiato con sfilate, mascherate, carri allegorici sfarzosi, addobbati in occasione della festa di Piedigrotta. Questi carri erano arricchiti con vivande, cibo, salumi e formaggi e spesso erano preda di violenti saccheggi da parte dell’affamato popolo napoletano. A Carnevale, immaginato come un personaggio grasso e dedito a grandi abbuffate , si affiancava la “Vecchia ‘o Carnevale”, dalle giovani e prorompenti curve, ma con il viso da anziana, che trasportava a cavalcioni o sulla gobba un piccolo Pulcinella.

Siccome il saccheggio dei carri provocava spesso dei gravissimi incidenti, nel 1746 re Carlo di Borbone stabilì che i carri–cuccagna, invece di attraversare le strade cittadine, dovevano essere allestiti nel largo di Palazzo e che fossero guardati a vista da truppe armate fino all’inizio dei festeggiamenti. I carri, durante i secoli XVII e XVIII, furono sostituiti dall’ “albero della Cuccagna” o “palo di sapone” che veniva reso scivoloso grazie al sapone, in modo da rendere più difficile l’arrampicata dei concorrenti per arrivare alle vivande poste in cima. Da qui trae origine anche l’espressione “cuccagna” inteso come “paese delle meraviglie, dei piacere e delle delizie”. Il gioco era finalizzato all’“abbuffata“, che a Napoli era l’usanza da parte del popolo di saziarsi abbondantemente prima di iniziare il lungo digiuno quaresimale.

Durante l’800 era diventato quasi un rito l’insolita e divertente cavalcata di struzzi, che annunciavano il passaggio dei carri allegorici in Via Toledo, oppure i carri con il cavallo impennato, simbolo della città, con l’immancabile e sorridente popolana affacciata al balcone, o la cornucopia dell’Abbondanza o ancora la seducente sirena Partenope.

A poco a poco però i festeggiamenti del Carnevale si ridussero a feste rionali. Su un carro troneggiava un grasso Carnevale, ornato dei soliti provoloni e prosciutti e al seguito sfilavano donne in lacrime per la sua pessima salute, recitando le infelici diagnosi dei medici dei tre rioni più popolari (il Mercato, il Pendino e il Porto) alle quali contrapponevano un generale e buon augurio di lunga vita: “E vuje ca l’avite visto st’anno/lu puzzate vedé ‘a ccà a cient’anne” (“e voi che l’avete visto quest’anno, lo possiate vedere da qui a cent’anni”). Interveniva quindi “‘O mast’ ‘e festa“ ( il maestro della festa) che andava in giro per le botteghe per racimolare qualcosa come rimborso delle spese sostenute.

E qual erano le maschere più accreditate tra il popolo? Oltre al celebre Pulcinella, simbolo del Carnevale partenopeo ma anche della sua cultura, ricordiamo altre “mezze maschere” popolari come la già citata Vecchia del Carnevale, la Zeza, Don Nicola e Don Felice Sciosciammocca. Alla Vecchia del Carnevale sono stati attribuiti numerosi significati allegorici, la parte deforme ed invecchiata del corpo rappresenta il tempo passato negativamente, l’inverno e la natura appassita, mentre la parte giovanile e prosperosa simboleggia la primavera, l’arrivo del nuovo anno ricco e fecondo. La Zeza, invece, è la moglie di Pulcinella, Lucrezia ed è un personaggio del teatro popolare napoletano, protagonista di una commedia molto antica diffusasi nel 1600 che racconta dell’amore contrastato tra la loro figlia Vincenzella e Don Nicola, uno studente di origine calabrese.

Oggi del Carnevale come veniva concepito dai nostri antenati rimane ben poco, anche se in Italia continua ad essere una festa molto sentita. Anche in cucina i napoletani non perdono occasione per esibire la propria ricca gastronomia, dalla lasagna al sanguinaccio (crema di cioccolata che una volta veniva fatta col sangue di maiale ed oggi vietata dalle norme sanitarie), dalle castagnole al migliaccio, per terminare con le famose e gustose “chiacchiere“.

Vuoi partecipare anche tu a questa discussione?

Rispondi per lasciare il tuo messaggio in questa discussione