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serena1O 27/09/2016 ore 10:12 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l'apporto di militari fedeli al Regno del Sud, riuscirono a liberare la città di Napoli dall'occupazione delle forze armate tedesche.











I nazisti a Napoli saccheggiano, distruggono: la loro furia, che travolge soldati sbandati, e cittadini inermi, raggiunge il culmine nell'incendio della Università. Gli edifici vengono invasi e dati alle fiamme, la popolazione rastrellata per le vie è costretta ad assistete in ginocchio all'esecuzione di un marinaio sulla soglia dell'Università; una lunga colonna di deportati viene avviata verso Aversa, quattordici carabinieri, rei d'aver resistito al palazzo delle Poste, vengono fucilati nel corso della tragica marcia. È dall'Università che s'inizia la distruzione metodica della città che secondo gli ordini di Hitler avrebbe dovuto essere ridotta « in fango e cenere»; e la scelta del punto di partenza del piano terroristico non è, probabilmente, casuale: era infatti nello stesso Ateneo che dopo il 2 luglio avevano risuonato più alte le parole della libertà, come nel proclama del l° settembre con cui il rettore magnifico Adolfo Omodeo ricordava ai giovani che ,« i loro maestri erano della generazione del Carso e del Piave e comprendevano il loro affanno ». S'inizia poi la sistematica distruzione delle zone industriali, del grande stabilimento ILVA di Bagnoli, mentre tutta la città è messa a sacco.

Napoli è ridotta alla disperazione per le condizioni selvagge in cui è stata ridotta Napoli, priva di cibo e d'acqua, sgombrata a viva forza e distrutta nei quartieri verso il porto (nello spazio di ventiquattro ore, dal 23 al 24 settembre, oltre 200000 persone restarono senza tetto).

Un antefatto delle Quattro Giornate di Napoli: l'abbandono da parte dei nazisti delle caserme e dei depositi militari contenenti ancora piccole quantità di armi e munizioni. Probabilmente i tedeschi ritennero che il suddetto materiale bellico non avesse importanza, né sarebbe stato utilizzato dalla popolazione contro di loro dopo gli infiniti esempi di terrore, dopo la deportazione di ottomila giovani come misura di rappresaglia per il mancato rispetto del bando Scholl.

Nella notte tra il 27 e il 28 settembre la popolazione si alternò in un incessante via vai fra le caserme e le abitazioni, le donne in cerca di viveri e d'indumenti, gli uomini in cerca d'armi e munizioni.




Molte armi erano state già nascoste e conservate gelosamente nei giorni dell'armistizio: ora la determinazione di usarle, di cercare dovunque nuove scorte di esse, di scendere finalmente ,« in istrada» era sbocciata improvvisa come l'unica possibile. Il popolo aveva« fatto la sua scelta », ma in senso opposto a quello richiesto dal proclama fascista. Già nel pomeriggio e nella sera del 27, sollecitati, sembra, dalla falsa notizia dell'arrivo degli Inglesi a Pozzuoli e a Bagnoli, si erano avuti i primi rapidi scontri, le prime scaramucce in più punti della città, episodi in apparenza casuali, certamente non collegati l'uno con l'altro (un gruppo di cittadini che reagisce al saccheggio della Rinascente, un altro gruppo che liberò a piazza Dante dei giovani razziati, due guastatori tedeschi inseguiti a furia di popolo al Vomero), ma altrettanto certamente rivelatori d'uno stato d'animo ormai comune.




All'alba del 28 settembre la rivolta esplose fulminea al Vomero e da Chiaia a piazza Nazionale. Non vi furono collegamenti fra un centro e l'altro dell'incendio, ma l'insurrezione cominciò ad ardere in decine di punti diversi.
Il 28 settembre è la giornata dell'ardimento popolare sfrenato e travolgente: Tra le decine e decine di combattimenti, tanti giovinetti.




Il dodicenne Gennaro Capuozzo funziona da servente a una mitragliatrice in via Santa Teresa presa sotto il fuoco di carri armati tedeschi, finché cade sfracellato, colpito in pieno da una granata sul posto di combattimento.
Filippo Illuminato e Pasquale Formisano, l'uno di tredici, l'altro di diciassette anni corrono incontro a due autoblinde che da via Chiaia cercano d'imboccare via Roma.« Lo scontro fu assai breve, ma impressionante; vi fu chi vide i due intrepidi giovanetti avanzare decisamente sotto le impetuose raffiche di mitragliatrice fino a quando caddero esanimi a pochi passi dalle autoblinde, nell'atto di scagliare ancora una bomba ».
Tutto si è svolto senza un piano, senza collegamenti fra i vari quartieri o gruppi d'insorti anche se talvolta l'azione degli uni ha contribuito al successo di quella degli altri. Esempio maggiore di questa naturale confluenza degli sforzi insurrezionali l'azione svolta da un gruppo di patrioti che a Moiarello di Capodimonte s'impossessano di una batteria da 37/54 e riescono a bloccare per tutta la giornata il tentativo di una colonna di carri Tigre e di autoblinde tedesche di scendere da Capodichino sulla città; probabilmente, se quel tentativo fosse riuscito, la lotta popolare avrebbe avuto un corso diverso o comunque più sfavorevole e cruento.
La rivolta popolare comincia ad organizzarsi, a individuare alcuni obiettivi da conseguire nella ininterrotta ondata del combattimento a viso aperto. Sorge la prima barricata a piazza Nazionale, vengono costituite postazioni d'arme presso il Museo, si chiarisce l'indirizzo principale sorto spontaneamente: impedire che il tedesco attraversi la città verso nord nel corso del ripiegamento e gettare cosi il disordine e il panico nelle sue truppe incalzate da vicino dagli alleati.
Nel corso della battaglia si determina un obiettivo principale: la conquista del « centro» del quartiere costringendo i tedeschi a ripiegare da via Luca Giordano che lo attraversa diagonalmente. L'attacco viene eseguito a squadre e a balzi successivi come in una manovra di guerra regolare. Poi, dopo la furia popolare, anche la furia degli elementi si abbatte sul Vomero: un violento uragano fa sospendere le operazioni e nella notte il nemico perlustra le strade alla caccia degli insorti dileguatisi con le prime ombre.
Il 29 segna il culmine dell'insurrezione napoletana e, mentre prosegue il generoso afflusso dei giovani e degli adolescenti fra le file degli insorti (muore sotto il fuoco d'un'autoblinda il non ancora ventenne Mario Menichini), affiorano i primi elementi organizzativi. Al Vomero si costituisce il Comando partigiano per iniziativa di Antonino Tarsia. In ogni rione emerge nel corso della lotta una figura di «capo-popolo» intorno a cui gravitano i gruppi degli insorti: a Chiaia si fa luce Stefano Fadda, Ezio Murolo in piazza Dante, Aurelio Spoto a Capodimonte. Ovunque gli scontri diventano più intensi e persistenti: nel solo settore Vincenzo Cuoco i patrioti perdono 12 morti e 32 feriti.
A Capodimonte è strenuamente difeso dai partigiani del rione l'unico serbatoio rimasto intatto dall'immane distruzione ed assicurato, in seguito al successo dell'azione, il rifornimento dell'acqua potabile ad alcuni rioni anco­ra per due o tre giorni.
L'episodio risolutivo si verifica infine al Vomero: il comandante del presidio maggiore Sakau chiede di trattare la resa. Accompagnato con bandiera bianca presso il Comando superiore germanico al Corso, lo Scholl, edotto della situazione, è costretto ad ordinare l'evacuazione del campo sportivo e la restituzione dei 47 ostaggi detenutivi, purché i partigiani garantiscano l'immunità al presidio tedesco. È, in sostanza, una capitolazione, la più grave umiliazione per lo Scholl che aveva creduto d'imporre il suo dominio alla città e che ora chiede salva la vita per i suoi soldati a un gruppo di « straccioni» ribelli.
Il 30, pur essendo stata evacuata in massima parte la città dai tedeschi, continuano i combattimenti. Il nemico si lascia dietro la lugubre scia delle rappresaglie: gruppi di guastatori tedeschi, attardatisi nella ritirata, massacrano alcuni giovani in località Trombino. Alla Pigna, nella masseria Pezzalunga, s'ingaggia l'ultimo combattimento delle Quattro Giornate, con violenti corpo a corpo fra i patrioti e i tedeschi, mentre nella città risuonano ancora le fucilate in via Duomo, via Settembrini, piazza San Francesco. Ancora il l° ottobre i tedeschi attuano l'ultima rappresaglia e aprono un violento fuoco sulla città con un gruppo di bombarde piazzate nel bosco di Capodimonte, portando lo sterminio fra la popolazione sino quasi a mezzogiorno: un'ora prima dell'entrata dei primi carri armati angloamericani nella città liberata.
Costretti alla fuga i nazisti sfogano la rabbia per il colpo ricevuto: distruggono le più preziose memorie di quel popolo che non ha piegato la testa sotto i suoi ordini, consumando un’atroce vendetta. A San Paolo Belsito, presso Nola, i tedeschi danno fuoco all' Archivio Storico di Napoli, cioè alla maggior fonte per la storia del Mezzogiorno dal Medioevo in poi.





Il bilancio dell'insurrezione napoletana: 152 combattenti caduti; 140 caduti civili, 162 feriti, 19 caduti ignoti (l'elenco delle perdlte continua ad accrescersi anche dopo la liberazione della città: nel pomeriggio del 7 ottobre il palazzo delle Poste, appena riattivato, saltò in aria a causa delle mine lasciatevi dai tedeschi, provocando la morte di molti cittadini.



Sulle barricate s'incontrarono i popolani generosi, le umili donne che offrivano cestini di bombe, come la« Lenuccia» (Maddalena Cerasuolo ) e gli esponenti della piccola borghesia meridionale: un Tarsia insegnante a riposo, un Fadda medicochirurgo, un Murolo impiegato.
Parteciparono alla lotta gli studenti del liceo Sannazzaro al Vomero, gli scugnizzi dei quartieri popolari, gli intellettuali come Alfredo Paruta che iniziò il l° ottobre la pubblicazione del giornale « Le barricate»; come gli operai delle fabbriche napoletane. E certo nell'ondata della collera popolare si erano inseriti - qua e là - gli elementi antifascisti consapevoli. Ma l'insurrezione rimase fino all'ultimo un fatto« spontaneo », senza cioè che potessero prevalere in essa gli elementi d'una guida unitaria e anche una chiara coscienza politica dell'accaduto.
Le Quattro Giornate di Napoli saranno sempre presenti nel ricordo di coloro che militeranno nelle file della Resistenza poiché avevano dimostrato la« possibilità» dell'insurrezione cittadina.
« Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu d'allora la direttiva di marcia per la parte più audace della· Resistenza italiana» (Luigi Longo: dopo l'8 settembre del '43, diede vita alle Brigate Garibaldi. Vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, stretto collaboratore di Parri, fu tra i principali organizzatori dell'insurrezione nel Nord Italia dell'aprile del '45)


serena1O
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serena1O 27/09/2016 ore 10:17 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

Le Quattro Giornate di Napoli in letteratura
da “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca



“Ci eravamo abituati a sentire le frottole della radio, dei giornali: la patria, l'eroica difesa dei confini, l'impero. Tenevamo l'impero, mancava il pane, il caffè ma tenevamo l'impero.

Il comandante tedesco Scholl ha fatto uscire un bando, gli uomini tra i 18 e i 33 anni devono consegnarsi in caserma o saranno fucilati. Su trentamila che se ne aspettavano si sono presentati in 120.

... I tedeschi e i fascisti erano più incanagliti perché la guerra si metteva male. Lo sbarco di Salerno era riuscito. Facevano saltare le fabbriche, saccheggiavano i magazzini per lasciare vuoto. La città negli ultimi giorni di settembre faceva paura per la fame e il sonno in faccia alle persone.

... Bombardavano tutte le notti ...

Gli scoppi delle bombe tedesche si confondevano con i bombardamenti americani, la sirena di allarme arrivava dopo che la contraerea si era messa a sparare.

Le persone uscivano dai ricoveri dopo l'attacco aereo e non trovavano più la casa.

Come venne a piovere cominciò la rivolta. Pare che la città aspettava un segno convenuto, che si chiudeva il cielo. E gli americani smisero di bombardare.

Una domenica di fine settembre, sento in bocca a tutti la stessa parola, sputata dallo stesso pensiero: mo' basta. Era un vento, non veniva dal mare ma da dentro la città: mo' basta, mo' basta.. La città cacciava la testa fuori dal sacco. Mo' basta, mo' basta, un tamburo chiamava e uscivano i guaglioni con le armi.

Fuori i giovani prendevano le armi dalle caserme e le nascondevano. Un gruppo con uno vestito da carabiniere aveva svuotato l' armeria del forte di Sant'Elmo.

I napoletani avevano preso le armi dalle caserme. A volte con le buone, i carabinieri avevano distribuito la loro dotazione per sentimento di fedeltà al re. In altre caserme la paura di una rappresaglia tedesca faceva respingere la richiesta di armi. Allora tornavano con le maniere spicce a requisirle.

L'assalto del primo giorno fu contro un camion tedesco che era andato a saccheggiare una fabbrica di scarpe. Negli ultimi giorni di settembre i tedeschi si erano messi a razziare quello che potevano dentro i negozi e pure nelle chiese. Cominciò con un assalto improvvisato a un loro camion carico di scarpe, la prima battaglia.

Intanto i tedeschi svaligiavano le chiese, facevano saltare il ponte di San Rocco a Capodimonte, quello della Sanità lo salvammo staccando le cariche esplosive, lo stesso facemmo per l'acquedotto. Volevano lasciare la città distrutta. La rivolta è stata una salvezza.

Il centro della rivolta si era piazzato nel liceo Sannazzaro, gli studenti erano stati i primi. Poi uscivano gli uomini nascosti sotto la città. Salivano da sottoterra come una resurrezione. 'Dalle 'ncuollo,' dagli addosso, le strade erano bloccate dalle barricate. Al Vomero tagliavano i platani e li mettevano a fermare il passaggio dei carri armati. Facemmo una barricata a via Foria incastrando una trentina di tram. La città scattava a trappola. Quattro giornate e tre nottate.

I carri armati tedeschi riuscirono a passare lo sbarramento di via Foria, scesero a piazza Dante e si avviarono per via Roma. Là sono stati fermati. Giuseppe Capano, di anni 15, si è infilato sotto i cingoli di un carro armato, ha disinnescato una bomba a mano ed è riuscito da dietro prima dell'esplosione. Assunta Arnitrano, anni 47, dal quarto piano ha tirato una lastra di marmo presa da un comò e ha scassato la mitragliatrice del carro armato. Luigi Mottola, 51 anni, operaio delle fogne, ha fatto saltare una bombola di gas spuntando da un tombino sotto la pancia di un carro armato. Uno studente di conservatorio, Ruggero Semeraro, anni 17, aprì il balcone e attaccò a suonare al pianoforte La Marsigliese, quella musica che fa venire ancora più coraggio. Il prete Antonio La Spina, anni 67, sulla barricata davanti al banco di Napoli gridava il salmo 94, quello delle vendette. Il barbiere Santo Scapece, anni 37, tirò un catino di schiuma di sapone sul finestrino di guida di un carro armato che andò a sbattere contro la saracinesca di un fioraio. La mira dei nostri cittadini era diventata infallibile nel giro di tre giorni. Le bottiglie incendiarie facevano il guasto ai carri armati, li accecavano di fiamme. Ero diventato esperto nel farle, ci mettevo dentro qualche scaglia di sapone per fare attaccare meglio il fuoco. Il diesel ce lo avevano dato i pescatori di Mergellina, che non potevano uscire per mare a causa del blocco del golfo e delle mine.

Sei persone in mezzo a una folla pronta inventavano la mossa giusta per inguaiare un reparto corazzato del più potente esercito che da solo aveva conquistato mezza Europa.

Prima di andarsene i tedeschi avevano lasciato in città bombe a tempo ritardato, una esplose alla posta centrale giorni dopo facendo una strage. Era una loro tecnica, ho saputo che l'hanno fatto anche altrovè. Non sapevano perdere.

A via Foria le barricate con i tram fermarono per ore i carri armati Tigre. Alla fine riuscirono a passare ma non a via Roma. Dai vicoli a monte scendevano all' assalto uomini e ragazzi a buttare bombe e fuoco in mezzo ai cingoli. Contro quei mucchi di spiritati, i corazzati non potevano niente, si ritirarono.

C'era un secondo fronte, i fascisti sparavano dalle case sulla folla insorta. Ci furono battaglie per le scale dei palazzi, sui tetti, fucilazioni sul posto.”





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IOXSONGXLEGGEND 27/09/2016 ore 10:23 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

Finiti i bombardamenti, le granate, i morti e il terrore, persino il Vesuvio, dopo una tremenda eruzione coincisa proprio con le quattro giornate, smise di fumare. “S’è levato ‘o cappiell”, dissero i napoletani, interpretandolo come segno di saluto alla rinascita che stava per cominciare.



@Giunone1960
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IOXSONGXLEGGEND 27/09/2016 ore 10:32 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

Le donne e i femmenielli che hanno combattuto i nazisti: la Resistenza sconosciuta di Napoli




Le donne e la loro forza. La latente tenacia che si fa viva quando è il caso di lottare, di mettersi in discussione e superare i confini sociali e le capacità personali. Di questo vogliamo parlare.

Napoli è stata tra le prime città italiane a dover affrontare le truppe nazi-fasciste dopo l’armistizio dell’8 settembre, il quale identificava l’Italia come nuova nemica dei tedeschi e non più alleata. La resistenza partenopea è ricordata da tutti come Le quattro giornate di Napoli, durante le quali la popolazione napoletana è insorta dopo anni di disperazione e miseria.

Fu una rivoluzione corale, come narra la pellicola di Nanni Loy del 1962, la quale riscosse ampio consenso dalla critica, poiché riuscì a riportare sullo schermo la stessa drammaticità di quelle scene urbane e belliche, lo stesso realismo di un popolo affamato di riscossa.

Spesso si narra di quelle giornate, degli scugnizzi, dei popolani, delle bombe. Tuttavia sono rari i riferimenti alle vere attrici di quel racconto: le donne.

Donne e femmenielli hanno rappresentato l’anima di quella rivoluzione. Era necessario. Necessario perchè la maggior parte degli uomini erano al fronte (padre e figli) e in città restavano anziani, bambini, donne, ammalati e femminielli.

Gaetana Morgese, figlia di una delle donne protagoniste di quei giorni, scrive:

“Di fatto furono le donne ad iniziare l’insurrezione, e non il 28 di settembre, bensì il 23 settembre, giorno della promulgazione del famigerato editto ‘Sholl’, che obbligava trentamila giovani napoletani alla presentazione spontanea ai centri di reclutamento pena la fucilazione“.

La Morgese racconta come i ragazzi reagirono con amara disperazione alla notizia della nuova partenza e le loro madri non restarono a guardare. Esse nascosero i propri mariti, i propri figli e i propri nipoti dalle truppe tedesche, le quali irrompevano in ogni casa per scovarli. Uno degli aneddoti vuole che una donna si fece trovare ai piedi del letto di un uomo sdraiato e bendato ovunque, facendo credere ai militari nazisti che avevano entrambi contratto la lebbra, a causa della campagna in Africa, a cui prese parte il marito. La donna avanzava verso i tedeschi e loro retrocedevano per timore della patologia, fino a correre giù dalle scale, spingendosi l’uno con l’altro. La donna sul terrazzo nascondeva alcuni ragazzi che stava proteggendo.



“Tutte, proprio tutte in un modo o in un altro parteciparono ai moti“, scrive Gaetana, “solo una cinquantina vennero annoverate come partigiane, una fra le tante, mia madre Maddalena Cerasuolo, spinse l’ardimento fino a combattere per le strade assieme agli uomini. Quei quattro giorni la videro protagonista d’imprese più grandi di lei“.

Nella notte dell’insurrezione tra il 27 e il 28 settembre, la popolazione si alternava frenetica tra le caserme e le abitazioni: le donne in cerca di viveri, gli uomini in cerca di armi. Oltre 2.000 combattenti erano in strada, a vivere una giornata lunga 4 notti. Tra i militanti, assieme alle donne, pronte e audaci, agli intellettuali in pensione, agli anziani e agli scugnizzi, vi erano i femmenielli. Oggi, li avremmo chiamati transessuali, ma all’epoca non si usava tale nomenclatura. Non esisteva la specificità verbale per la differenza. Questi ultimi sono stati i protagonisti delle barricate e, assieme alle donne, della stressante ricerca dei viveri. Infatti, dai racconti dei vecchi attori di quei giorni, emerge che i femmenielli erano impegnati soprattutto nelle barricate di San Giovaniello, un quartiere popolare dove vivevano in alta concentrazione, come più volte ha ribadito, in convegni pubblici e in un documento filmato, l’attuale presidente dell’ANPI Antonio Amoretti, che nel ’43 aveva 16 anni.

Non si ha la certezza circa il numero dei morti di quei giorni, terminati con l’arrivo degli alleati il 1 ottobre alle 9.30, a bordo dei primi carri armati. Tuttavia, le perdite sono state altissime nelle file del popolo combattente: morirono 168 partigiani e 159 inermi cittadini, secondo alcuni autori. Secondo la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano le vittime furono 155 ma dai registri del Cimitero di Poggioreale risulterebbero 562 morti.

Dopo la rivoluzione, la grinta e la morte, le donne ritornarono al loro posto, “perché è per questo che le donne combattono, per rimettere le cose a posto, non c’è un dopo, non aspirano a riconoscimenti o encomi, passata la bufera ritornano ai fornelli e a crescere figli.”

serena1O
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serena1O 27/09/2016 ore 10:43 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

@IOXSONGXLEGGEND :

E tra le storie c’è quella di un piccolo eroe divenuto il simbolo dell’insurrezione: Gennaro Capuozzo. Gennarino non aveva neppure 12 anni quando si unì a quell’esercito improvvisato e le sue azioni eroiche in quei quattro giorni colpirono il cuore dei napoletani convincendoli a reagire e a ribellarsi all’oppressione dei soldati nazisti, anche quelli che avevano preferito restare chiusi nelle case. Gennarino Capuozzo era uno scugnizzo come tanti ragazzini di Napoli che la fame e la guerra avevano reso sfrontato e ribelle, così come lo sono ancora oggi tanti ragazzini di Napoli che sin da bambini devono confrontarsi con la realtà della città. Gennarino era un bel ragazzino, con i capelli nero pece e gli occhi vivaci. Era nato nel 1932 in una casa umida e buia dei vicoli del centro storico e imparò presto a vivere più per strada che nei pochi metri quadrati che divideva con i genitori e i 3 fratelli. Sua madre si chiamava Concetta e dopo di lui aveva infatti messo al mondo altri 3 figli. Quando suo padre, nel 1941, partì per combattere in una guerra che mai fu dei napoletani, si trovò improvvisamente a fare il capofamiglia.

Gennarino era poco più di un bambino, ma allora tra i vicoli di Napoli si cresceva in fretta: ogni mattina usciva di casa di buon’ora e andava a lavorare in una bottega come apprendista commesso: “Mammà, nun te preoccupà. Ormai so’ grande, so’ ij che ve facc campà”, diceva in lingua napoletana con l’aria da uomo vissuto a sua madre. Guadagnava pochi centesimi, ma bisognava accontentarsi: quelli erano giorni terribili per Napoli. La città da giorni subiva i bombardamenti delle truppe angloamericane. Le vittime furono moltissime: si parla di oltre 20.000 morti sotto i bombardamenti degli angloameriacani!

Quando, l’8 settembre, fu improvvisamente firmato l’armistizio da parte del maresciallo Pietro Badoglio, le forze armate italiane si trovarono allo sbando, a causa di mancanza di ordini precisi dei comandanti militari. L’armistizio gettò nella confusione più totale anche Napoli: i tedeschi, che prima erano alleati, divennero nemici della popolazione e il 12 settembre i nazisti occuparono la città e dichiararono lo stato d’assedio. Per vendicarsi dell’armistizio, che consideravano un tradimento italiano, i tedeschi misero in atto tremende ritorsioni, come lo sgombero forzato di tutte le abitazioni sulla costa fino a 300 m dal mare e l’ordine di deportazione nei campi di lavoro tedeschi di tutti i maschi fra i 18 e 33 anni.

A quel punto, i napoletani capirono che era arrivato il momento di reagire. In particolare, furono le donne per prime a opporsi e a impedire che i loro uomini fossero deportati in Germania. Gli scontri e gli agguati alle truppe tedesche ebbero come risultato una ritorsione durissima. Il colonnello Hans Scholl ordinò il coprifuoco e dichiarò lo stato d’assedio con l’ordine di uccidere tutti coloro che si fossero resi responsabili di azioni ostili alle truppe tedesche: “per ogni tedesco morto saranno uccisi cento napoletani”, proclamò.

Le strade furono bloccate e gli uomini che per disgrazia si trovavano nelle vie della città furono caricati con la forza sui camion e chiusi nello stadio in attesa di essere deportati. Le case e i negozi furono saccheggiati e gli uomini e le donne che si opponevano furono fucilati sul posto. Con il passare dei giorni, a Napoli la popolazione cominciò ad assumere atteggiamenti ostili. Si intesificarono gli episodi di intolleranza e le manifestazioni studentesche. Il 27 settembre, però, le donne e gli uomini di Napoli capirono che dovevano reagire. Quel giorno, accadde un episodio che accese definitivamente gli animi dei napoletani: alcuni marinai, tra cui uno molto stimato dalla popolazione, vennero uccisi a bruciapelo, davanti a numerosi cittadini, mentre bevevano a una fontanella. La notizia di quel brutale assassinio fece il giro della città. La gente iniziò ad assieparsi armata per le strade, a bruciare le camionette nemiche, a creare barricate per impedire il passaggio delle truppe tedesche. Gli abitanti del Vomero riuscirono a impadronirsi di armi e munizioni depositate in un arsenale. In un momento di confusione, i carcerati scapparono dalle prigioni e si unirono ai rivoltosi e ai pochi soldati italiani rimasti allo sbando. Cominciarono così le Quattro giornate di Napoli!

Era il 28 settembre quando Gennarino Capuozzo, come ogni mattina, uscì di casa per andare a lavoro. Fuori del vicolo sentì gli spari di una pistola, si girò e vide i corpi di una giovane donna, un uomo e un bambino davanti all’ingresso di un panificio e, poco più in là, una camionetta con alcuni soldati tedeschi che si allontanava. Proprio allora vide un gruppo di ragazzi più grandi di lui: erano scappati dal carcere minorile e avevano deciso di combattere i tedeschi. Senza pensarci su, Gennarino tornò a casa, prese una borrraccia d’acqua e una pagnotta, diede un bacio a sua madre e le disse: “Mammà , nun mi aspettà, tornerò quann Napl sarà libera”. Sua madre non fece nemmeno in tempo a fargli le solite raccomandazioni che Gennarino era già sparito nei vicoli bui. Dietro di lui si formò un gruppo di rivoltosi, quasi tutti ragazzini. Si unirono agli adulti. Andarono subito ad aiutare gli insorti del “Frullone“: “Currete, currete guagliò”, diceva Gennarino mentre con gli altri compagni trasportava per i rivoltosi le armi, rubate ai tedeschi caduti, facendo la spola tra le barricate e i depositi di munizioni delle caserme di via Foria e di via San Giovanni a Carbonara.

La notizia che un gruppo di ragazzini stava mettendo a dura prova le truppe naziste si diffuse ben presto nella città. I giornalisti cominciarono a parlare di Gennarino e ci fu qualche fotografo che riuscì a ritrarlo mentre faceva la sua guerra. I napoletani che imbracciavano il fucile divennero in poche ore sempre più numerosi. Nel quartiere Materdei, una pattuglia tedesca fu tenuta per ore sotto assedio.

Al terzo giorno di feroci scontri giunse la voce che a Mugnano erano state fucilate 10 persone, fra cui tre donne e tre bambini. Gennarino Capuozzo con i suoi compagni decise di vendicare quei martiri e con il suo gruppo si appostò dietro alcuni blocchi di cemento sulla strada tra Frullone e Marianella e attese che il camion con i tedeschi fosse vicino. Appena l’automezzo con i tedeschi fu a portata di tiro, sventagliarono le armi di cui si erano impossessati per le strade: spararono con le mitragliatrici e lanciarono bombe a mano. Il camion tedesco provò a togliersi dalla strada, ma Gennarino riuscì ad avvicinarsi e a gettare una bomba a mano contro il mezzo militare. “Ora scendete”, intimò Gennarino puntando la sua mitraglietta. Dal camion scesero con le braccia alzate tre soldati; il comandante che poco prima aveva ordinato la strage, l’autista e il mitragliere. I tedeschi furono portati come prigionieri all’accampamento degli insorti e Gennarino fu trattato da eroe.



Quell’impresa galvanizzò a tal punto Gennarino decise di non fermarsi. andò in via Santa Teresa dove decine di napoletani avevano alzate le barricate, con i mobili che la popolazione aveva buttato giù da finestre e balconi, per respingere i tedeschi.
Prese il mitragliere di un soldato morto, si riempì le tasche con le bombe a mano e corse impavido verso un carro armato tedesco . “Adesso vi facciamo vedere noi chi sono i napoletani“, urlò. “Vedrete chi è Gennarino Capuozzo”. Ma mentre stava togliendo dalla bomba la sicura, una granata del nemico lo centrò in pieno.


I napoletani che stavano combattendo a qualche metro di distanza lo videro sparire tra la polvere dell’esplosione, non lo sentirono nemmeno gridare, corsero da lui sperando di poterlo aiutare, ma era tardi. Il suo corpo giaceva immobile, il volto sfigurato da quello scoppio, la bomba ancora stretta in pugno. Fu l’ultimo atto di eroismo di quei quattro giorni che cambiarono il volto della Napoli in guerra.
ti67
Partecipante
ti67 27/09/2016 ore 11:01

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

Perché tutto questo è finito nel dimenticatoio? Perché in Italia a differenza di altri Stati, non abbiamo una memoria storica. È giusto pensare al futuro del proprio paese, ma bisogna ricordarsi che un palazzo sta su grazie alle sue fondamenta. Più sono robuste è più in alto puoi costruire
serena1O
Amministratore
serena1O 27/09/2016 ore 11:03 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

@ti67 scrive:
Perché tutto questo è finito nel dimenticatoio? Perché in Italia a differenza di altri Stati, non abbiamo una memoria storica. È giusto pensare al futuro del proprio paese, ma bisogna ricordarsi che un palazzo sta su grazie alle sue fondamenta. Più sono robuste è più in alto puoi costruire

sante parole,in italia c'è la brutta abitudine di far finta di dimenticare il passato :-(
IOXSONGXLEGGEND
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IOXSONGXLEGGEND 27/09/2016 ore 11:15 Quota

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

@ti67 scrive:
Perché tutto questo è finito nel dimenticatoio? Perché in Italia a differenza di altri Stati, non abbiamo una memoria storica. È giusto pensare al futuro del proprio paese, ma bisogna ricordarsi che un palazzo sta su grazie alle sue fondamenta. Più sono robuste è più in alto puoi costruire

spesso e volentieri cercano di insabbiare le cose accadute nel passato ,per come la penso io,nn riuscirei mai a fare "l'amico" di un popolo che anche se tanto tempo fa ci ha massacrati
ti67
Partecipante
ti67 27/09/2016 ore 12:42

(nessuno) L'anniversario delle Quattro Giornate: quando Napoli si riprese la libertà

@IOXSONGXLEGGEND : anche noi nel passato abbiamo distrutto dei popoli (impero romano, Libia, Albania). E non dobbiamo dimenticarlo, proprio per evitare errori nel futuro. Ma nei libri di storia ce ne hanno sempre parlato come conquiste, e invece sono stati dei massacri inutili, di paesi che allora erano indifesi è più poveri di noi. Ecco perché bisogna usare la storia di un paese, ma quella vera, per preparare quelli che non hanno vissuto quella storia.

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