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serena1O 23/09/2016 ore 10:00 Quota

(nessuno) 31 anni fa moriva Giancarlo Siani.







31 anni fa moriva Giancarlo Siani.
L'articolo che lo condannò a morte.








Sono passati trent’anni da quel 10-06-1985, giorno in cui Giancarlo Siani fu condannato a morte dal clan Nuvoletta, a causa di quell’articolo ritenuto “troppo scomodo” per la criminalità napoletana degli anni ’80. Troppe verità per quel giovane di 26 anni che con “l’incoscienza” dei veri cronisti, voleva raccontare ai napoletani di allora quella Torre Annunziata martoriata e distrutta, abusata, sventrata e venduta al miglior offerente.

31 anni fa Giancarlo Siani scriveva dell’arresto del boss Valentino Gionta senza censure, muovendosi tra ipotesi e certezze, raccontando ad una Napoli intera (più che ad un’Italia distratta e lontana) di una “vendita” di Gionta ad opera dei Nuvoletta, costretti a “cantare” il vecchio boss per stabilire una nuova pace con i clan rivali.















Trent’anni fa, in un giorno come questo, Giancarlo Siani fu condannato a morte per aver detto, semplicemente, la verità, ed è per rendere omaggio a quella stessa verità che noi vogliamo ricordarlo così..






Articolo pubblicato da Giancarlo Siani il 10-06-1985-

Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato.








Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell’area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l’altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro.








Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare».







La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell’area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico.










Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un’altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga.









È proprio il traffico dell’eroina uno degli elementi di conflitto con gli altri clan in particolare con gli uomini di Bardellino che a Torre Annunziata avevano conquistato una fetta del mercato. I due ultimatum lanciati da Gionta (il secondo scadeva proprio il 26 agosto) sono alcuni dei motivi che hanno scatenato la strage. Ma il clan dei Valentini tenta di allargarsi anche in altre zone. Il 20 maggio a Torre Annunziata viene ucciso Leopoldo Del Gaudio, boss di Ponte Persica, controllava il mercato dei fiori di Pompei. A luglio Gionta acquista camion e attrezzature per rimettere in piedi anche il mercato della carne. Un settore controllato dal clan degli Alfieri di Boscoreale, legato a Bardellino.









Troppi elementi di contrasto con i rivali che decidono di coalizzarsi per stroncare definitivamente il boss di Torre Annunziata. E tra i 54 mandati di cattura emessi dal Tribunale di Napoli il 3 novembre dell’anno scorso ci sono anche i nomi di Carmine Alfieri e Antonio Bardellino. Con la strage l’attacco è decisivo e mirato a distruggere l’intero clan. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della «Nuova famiglia». Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana. Con la cattura di Valentino Gionta salgono a ventotto i presunti camorristi del clan arrestati da carabinieri e polizia dopo la strage.














Ancora latitanti il fratello del boss, Ernesto Gionta, e il suocero, Pasquale Donnarumma.

























Giancarlo Siani e la storia che non ha fatto in tempo a scrivere: è stato ucciso il 23 settembre 1985
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IOXSONGXLEGGEND 23/09/2016 ore 15:14 Quota

(nessuno) 31 anni fa moriva Giancarlo Siani.

Le vigorose denunce del giovane giornalista lo condussero ad essere regolarizzato nella posizione di corrispondente (articolo 12 del contratto di lavoro giornalistico) dal quotidiano nell'arco di un anno. Le sue inchieste scavavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Ma le rivelazioni, ottenute da Giancarlo grazie ad un suo amico carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985, indussero la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista.

In quell'articolo Siani ebbe modo di scrivere che l'arresto del boss Valentino Gionta fu reso possibile da una "soffiata" che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri. Il boss oplontino fu infatti arrestato poco dopo aver lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano di Napoli, comune a Nord di Napoli. Secondo quanto successivamente rivelato dai collaboratori di giustizia, l'arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. La pubblicazione dell'articolo suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra (di cui erano gli unici componenti non siciliani), facevano la figura degli "infami", ossia di coloro che, contrariamente al codice degli uomini d'onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia.

Da quel momento i capo-clan Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tennero numerosi summit per decidere in che modo eliminare Siani, nonostante la reticenza di Valentino Gionta, incarcerato. A ferragosto del 1985 la camorra decise di uccidere Siani, che doveva essere assassinato lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. Giancarlo lavorava sempre alacremente alle sue inchieste e stava per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto.

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IOXSONGXLEGGEND 23/09/2016 ore 15:20 Quota

(nessuno) 31 anni fa moriva Giancarlo Siani.

Il 23 settembre 1985, appena giunto sotto casa sua con la propria Citroën Méhari con capote a tela, Giancarlo Siani venne ucciso. Gli sparò una squadra di almeno due assassini mentre era seduto nell'auto. Fu colpito 10 volte in testa da due pistole Beretta 7.65mm: l'agguato avvenne alle 20.50 circa a pochi metri dall'abitazione, in Piazza Leonardo - Villa Majo nel quartiere napoletano dell'Arenella.



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IOXSONGXLEGGEND 23/09/2016 ore 15:32 Quota

(nessuno) 31 anni fa moriva Giancarlo Siani.

La verità processuale

Per giungere a questa verità processuale sono stati impiegati 15 anni. L’inchiesta partita con slancio si è imbattuta lungo la strada in alibi spuntati dal nulla che hanno vanificato arresti presentati come definitivi; cambi di direzione nelle indagini dopo anni spesi su false piste; identificazioni confuse in un valzer di sosia e figuranti. Eppure in tanti anni, nonostante i molti testimoni oculari, mai neppure un identikit. Decine di sigarette certamente fumate dal killer, ma non un Dna, al massimo il gruppo sanguigno di uno dei due assassini. «C’è stato qualche intoppo», sintetizza oggi Paolo Siani con una certa eleganza. I faldoni dei tanti processi Siani occupano un grosso armadio negli archivi del tribunale di Napoli. La vicenza giudiziaria ha avuto uno svolgimento tanto lungo e complesso da presentare più di una porosità. E i dubbi, quasi ricalcando l’andamento carsico del processo, ciclicamente si riaffacciano. «Il sangue di Giancarlo Siani è scorso in maniera diversa da quello di altre vittime di camorra». Lo scrive Roberto Paolo, giornalista del quotidiano «Il Roma», che in un libro apparso nel 2014, «Il caso non è chiuso», (edizione Castelvecchi), rianalizza l’interminabile sequenza di atti d’indagine e percorre nuove piste. O meglio, piste battute in un primo momento dagli inquirenti ma poi abbandonate. Spunti su cui anche la Procura di Napoli è tornata ad indagare, senza poter approdare, ad oggi, a nessuna altra verità possibile.

Il retaggio

Quel ragazzo che voleva fare il giornalista e che sul fondo della sua ultima estate stava per trovare il suo primo contratto, non è morto invano. Anzi, per Napoli, in un certo senso, Giancarlo Siani non è mai morto veramente: «Nei mesi successivi al delitto - racconta Paolo - incontravamo difficoltà a parlare di camorra nelle scuole. Gli insegnanti ci dicevano: che c’entra la scuola con la camorra, non è cosa nostra. Oggi io non riesco ad andare in tutte le scuole che mi chiamano». Col passare degli anni, e dell’inesausta attività dell’associazione che oggi porta il nome di Giancarlo, quella situazione è cambiata: «Giancarlo voleva cambiare il mondo», conclude Irlando. «Con i suoi articoli, i suoi dubbi, le sue continue domande. E chissà, alla fine in fondo ci è riuscito».

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