Forum - IL PASTO NUDO

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Paolo.Indaro 08/09/2020 ore 15:35 Quota

(nessuno) La pianista sull'oceano



Clara è una ragazza di venticinque anni innamorata del suo pianoforte della natura e le sue creature, odiava stare in mezzo al frastuono della città, il padre mega direttore di una multinazionale petrolifera le aveva sempre offerto il suo aiuto che Clara per orgoglio aveva sempre rifiutato finchè un giorno, a dispetto di tutto, quel campanello sugli abissi, suono'. Tutto cio' che la rendeva felice si trovava all'interno delle sue quattro mura, cosi' cercava di uscire di casa il meno possibile. Non mi interessa sapere come stai e non mi interessa che tu sappia come sto io, pensava, continuamente, a proposito delle conversazioni obbligate dalla circostanza. Ti sorrido ma in realta' ti butterei in mare, il garbo prima di tutto. Non riusciva piu' a sostenere il peso di incontrare persone che non le suscitavano nessun interesse. Fermarsi per strada a blaterare del piu' e del meno, con chiunque, gli dava sui nervi. Udire le chiacchiere da bar, gli aggiornamenti meteorologici, le confidenze spicciole e tutte quelle banalita' quotidiane, erano diventate attivita' bandite dal suo codice di comportamento. Poi i rumori... le grida umane, i clacson, le sirene delle ambulanze, i fischietti di chi dirigeva il traffico, le saracinesche dei negozi, i martelli pneumatici dei "lavori in corso", le suonerie dei telefoni, i campanelli delle biciclette e quello del citofono, gli provocavano un moto di irritazione al quale non riusciva piu' a sottrarsi. Nei momenti di maggior nervosismo anelava la sordita', ma poi, quando si calmava, ricordava che cio' le avrebbe impedito di vivere di musica, cosi' si rivolgeva all'ausilio dei preziosi tappi per le orecchie. Ne aveva comprate centinaia di confezioni. L'intolleranza che aveva sviluppato verso la stragrande maggioranza del genere umano non gli lasciava altra possibilita': andarsene. Avrebbe raggiunto il suo locus amoenus. Così si rivolse al padre, questa volta, il suo potere sarebbe stato il grande alleato. "Papa', ti prego, solo tu puoi fare in modo che il mio sogno diventi realta'". "Clara, vedro' cosa posso fare, devo chiedere molte autorizzazioni. Ma non ti sembra una scelta un po' estrema?" "Per niente!" rispose speranzosa. Era a conoscenza dell'esistenza di una grande quantita' di piattaforme marine abbandonate per l'estrazione di idrocarburi. Dove i giacimenti si erano esauriti, le strutture imponevano comunque la loro solida mole e ormai non ci viveva piu' nessuno. Ne avrebbe scelta una e l'avrebbe adibita come sua casa. In mezzo al mare, vicino al nulla. Quando le autorizzazioni arrivarono era al settimo cielo. Si dovevano soltanto definire i dettagli per la ristrutturazione e per il trasloco. La struttura aveva un'area di quattrocento metri quadrati: un terzo circondato da mura e coperto da un tetto, il resto una grande terrazza, sugli abissi. Per l'interno scelse di ricoprire le pareti di carta da parati dalla fantasia provenzale. Il glicine e l'indaco erano i suoi colori preferiti. Una squadra di operai si occupo' di arredare l'ambiente secondo le richieste e disloco', non senza sforzo, tutti i suoi beni mobili. Chissa' se ha sofferto, povero tesoro. Speriamo che non gli abbiano fatto male, pregava per il pianoforte. "Figliola, e' tutto pronto. Prepara la valigia". "Davvero? Sono troppo contenta!" "Ah, dimenticavo di dirti che ho firmato un contratto che ti permettera' di ricevere gli approvvigionamenti alimentari. Una volta alla settimana l'elicottero ti portera' la spesa". "Papa', sei il migliore del mondo. Grazie infinite!" e lo abbracciò. Quando arrivò nella nuova residenza, il cuore gli scoppiava di gioia. Fu investita da una felicita' irrefrenabile. Pregustava i silenzi, la quiete, la pace. Beata solitudo, sola beatitudo, scrisse nella targhetta all'entrata, concedendosi l'ulteriore vezzo di attaccare fuori dalla porta un campanello, dal suono meccanico e trapanante, cosi' da apprezzare maggiormente il fatto di sapere che nessuno mai lo avrebbe premuto. 43.42° N di latitudine e 8.89° E di longitudine era il suo nuovo indirizzo.
Una poesia.
Il nuovo tempo era scandito da impegni regolari. Colazione, pulizia, studio, pranzo, siesta, sport, di nuovo studio e cena. Una vita sana e disciplinata. Un equilibrio impeccabile. Quando il meteo era buono si sdraiava in terrazza; ci mise qualche giorno ad abituarsi a quanto fosse paradisiaco prendere il sole senza avere nessuno tra i piedi. Nessun bagnino doveva salvare alcun vacanziero in procinto di affogare, le imbarcazioni da diporto non sfrecciavano nelle immediate vicinanze, infatti nessuno la disturbava con le onde moleste. I palloni non si azzardavano a sfiorarla come nemmeno le palline dei racchettoni dei bagnanti. Il sole baciava la sua pelle ardente e la brezza, solerte come un'ancella premurosa, la rinfrescava, mentre il silenzio confortava le confortava il cuore, caricato di rinnovata energia naturale. La terrazza della piattaforma era collegata alla superficie del mare da una scaletta di acciaio. Quei venti metri di pioli gli regalavano la selvaggia immersione nelle acque mediterranee. Li' non c'erano scarichi provenienti dalle fogne o dalle vesciche delle nonne che portavano i nipoti in spiaggia. L'acqua era pura e di notte veniva dipinta da particelle bioluminescenti. Scintillava nell'oscurita'. Il mare si illuminava e mi faceva piacere pensare che lo facesse solo per me. La quotidianita', via via, si stava impreziosendo grazie all'avvento di nuovi soggetti. Il canto mattutino dei gabbiani la stimolava la levata dal letto a un orario che, secondo le sue consuete abitudini, era ideale. Poi, rapidamente, si azzittivano. Quando spolverava, il vento calava, e quando aveva bisogno della corrente d'aria necessaria per asciugare qualcosa, come per magia, si alzava. Gli elementi erano dalla sua parte. "Ora possiamo toglierlo il pedale della sordina", sembrava ripeterle, soddisfatto e fiducioso, il suo Steinway & Sons a gran coda da concerto mentre suonava con le finestre spalancate. "Non ancora mio caro. Dobbiamo aspettare che torni l'accordatore. Non voglio rischiare di farti del male. Abbi pazienza", gli sussurrava accarezzando il suo nero legno lucido. L'"adagio sostenuto" della Sonata Op. 27 n. 2 di Beethoven ormai le veniva bene.



Dopotutto, le ore necessarie per migliorare la tecnica e raffinare l'interpretazione non le mancavano di certo. Quando quelle note incantevoli si spargevano nell'aria, si creava un'atmosfera magica: i gabbiani, in fila, si posizionavano sul davanzale della finestra. Avevo un pubblico. Una volta udì dal mare dei fragori inusuali che la incuriosirono. Cosi', si affacciò alla finestra e rimase senza fiato dallo spettacolo che si trovò di fronte. Innumerevoli ed enormi pinne caudali emergevano e riemergevano dalle onde. Era un branco di delfini che, attraverso suggestivi salti fuori dall'acqua e potenti sfiatate, probabilmente rendeva omaggio all'armonia beethoveniana. Un'esibizione spontanea, una danza improvvisata. Forse, anche gli animali volevano dimostrare, in quel modo, di essere dalla mia parte. Il pubblico aumentava, soprattutto di notte, al chiaro di luna. Nonostante la gratificazione data dall'affluenza degli ascoltatori appartenenti al mondo animale, la severa autocritica, che la accompagnava da sempre, non ammetteva sconti, cosi' che il livello della sua autostima pianistica registrava valori altalenanti. Beethoven, so che ora sei orgoglioso di me, pensava durante i picchi di alto, come Scusami Ludwig, ti starai rigirando nella tomba, perdonami se puoi, durante quelli di basso, dopodiche' si dedicava a fare altro. Non passava un minuto in cui non desiderasse di essere in quel luogo sperduto. Si era perfettamente abituata al ritmo di vita che lei stessa si ero scelta. Non le mancava niente, si sentiva completa, quasi beata nella sua solitudine volontaria.Un pomeriggio assolato scorse uno scuro oggetto volante che si stava avvicinando alla terrazza, cosi' ricordò che era il giorno della consegna della spesa. Avevo stilato una lista minuziosa che, tramite posta elettronica, avevo inviato alla ditta di fornitura scelta dal padre. Il cibo e le bevande non sarebbero mai dovute mancare in quantita' e qualita'. A dispetto delle aspettative, l'elicotterista dimostro' una delicatezza che non si sarebbe mai aspettata da uno sconosciuto. Infatti calo', con un lungo filo, un contenitore legato a un moschettone. Lo staccò e recuperò il nutrimento settimanale per le sue membra. Non atterrando sulla terrazza, quell'uomo le risparmio' il disturbo della conversazione di circostanza. Una rara persona, sensibile e rispettosa.
Lo ringraziò con tutta la voce che aveva, e credo che abbia sentito da lassu'. Con l'elicottero se ne ando' anche il sole. Vide, in avvicinamento, un ammasso di nubi nere; il vento e il mare si stavano rapidamente alzando. Nell'arco di poche ore quell'ambiente sereno e pacifico si era trasformato in un campo di battaglia meteorologico. Le raffiche che Eolo scagliava avevano una potenza pari a quella delle onde che si infrangevano contro i piloni della piattaforma. Una forza spaventosa. Inizialmente ebbe paura soprattutto perche' si aspettava che la struttura iniziasse a ondulare per poi crollare rovinosamente. Poi si mise a ragionare sul fatto che progettare piattaforme a prova di tempesta fosse un mestiere le cui responsabilita' non lasciavano spazio al margine di errore; gli ingegneri sono precisi e affidabili per antonomasia, cosi' decise di fidarsi di loro. Aprì una latta di pistacchi e si preparò un gin tonic: un aperitivo non poteva che fargli bene. Si avvicinò alle finestre chiuse, notando che la visuale era completamente impedita dall'accumulo di sale depositatosi all'esterno dei vetri. Cosi', si mise al pianoforte e suonò fino all'alba. La tempesta non si smorzava e le note erano diventate un tutt'uno con i suoni estremi del vento e del mare. Trovò difficoltà ad eseguire un passaggio che le costava fatica a fare in modo corretto e, ormai stremata da tutta quell'energia palpabile nell'aria, decise di andare a dormire. Solo allora, il campanello suono'. Udì quel suono meccanico e martellante persuadendosi che fosse il frutto di un effetto sonoro dovuto alla tempesta, cosi' non gli dette peso. Ma il suono si ripete' una seconda volta. Spalancò gli occhi in preda al terrore. I battiti del cuore sembravano volessero farle esplodere la cassa toracica. Non posso piu' far finta di niente, devo andare a vedere chi c'e' dietro alla porta. Coraggio Clara, affronta il problema, si spronò, tremando. Cosi', aprì la porta in modo deciso e un refolo di vento salmastro la investi'. Non poteva credere ai suoi occhi. Avevo di fronte una persona dai contorni sfocati e circondata da un alone di nebbia sottile. Un uomo alto con i capelli grigi, scompigliati. Riuscì a scorgere che aveva inserito l'apparecchio acustico retroauricolare. "Buongiorno Clara", disse, ma lo sbigottimento non le permise di proferire parola, era paralizzata. "Allora, dovrei essere orgoglioso di te o dovrei rigirarmi nella tomba?" le domando' con tono grave. Capì e sentì che le gambe non la reggevano piu'. Le girava la testa e un attimo prima di stramazzare a terra avvertì il suo braccio che, sostenendola,le impedì la caduta.
"Prego, entri, le offro un gin tonic" riuscì a bofonchiare. "Grazie, ma quello lo rimandiamo a dopo. Prima dobbiamo risolvere il passaggio". Si diresse verso il panchetto del pianoforte e le fece segno di sedersi accanto a lui. Lo spartito era ancora aperto proprio alla pagina delle battute complicate. "Vedi, non usi le dita giuste", prese la matita e scrisse i numeri sotto alle note, "prova cosi'". Ma le sue mani erano in preda a un tremore che le rendevano inutilizzabili. Le veniva di nuovo da svenire e se ne vergognava. "Rilassati e non preoccuparti, non e' un esame e nemmeno un concerto. Coraggio!" la sua voce era diventata cosi' carezzevole che non potè che seguire il suo suggerimento. E ci riuscii. Le sembro' un miracolo. "Adesso tu usi solo la destra e io la sinistra". Obbedì, notando che il tremore era scomparso, le loro mani erano in perfetta sintonia. Improvvisamente si alzo' e sollevo' l'ala del pianoforte, in modo tale che la musica si propagasse con tutta la sua potenza. "Ora sei pronta. Tutto da capo, da sola. Ricorda: suona la mia musica per te".Con l'ultimo accordo si accorse che la furia del vento e del mare si era placata e l'uomo dai capelli scompigliati era scomparso. Trovò un bicchiere vuoto. Uscì in terrazza notando il solito pubblico marino, cospicuo e caloroso. Riuscì solo a dire:
Torni presto a trovarmi!
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08/09/2020 15:35:26
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