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Paolo.Indaro 06/07/2020 ore 16:10 Quota

(nessuno) "Non voglio disturbare"



Io, Ennio Morricone, sono morto“. Un necrologio scritto di suo pugno, parole d’addio che Ennio Morricone ha lasciato al mondo. Una poesia pulp e un modo di andarsene ‘sulle punte’: “C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata, non voglio disturbare"
Se n’è andato il più grande di tutti. Poche storie: con la morte di Ennio Morricone perdiamo un pezzo di storia che comincia poco più di mezzo secolo fa. C’era una volta in Italia la Hollywood sul Tevere. Con il suo star system, i film che attraevano investimenti delle major americane, il cinema dei grandi autori ma anche peplum, western, horror e poliziotteschi proiettati da un capo all’altro del pianeta. Un’industria vivacissima che si reggeva sulle spalle di solidi «artigiani». Il compositore due volte premio Oscar, giunto alla fama mondiale grazie al sodalizio con Sergio Leone, era quel mondo.
IL suo necrologio:
"Io, Ennio Morricone, sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicino e anche a quelli un po’ lontani che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta , amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della nostra vita. C’è una sola ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata : non voglio disturbare. Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert, per aver condiviso con me e la mia famiglia gran parte della mia vita. Voglio ricordare con amore le mie sorelle Adriana, Maria, Franca e i loro cari e far sapere loro quanto gli ho voluto bene. Un saluto pieno, intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea, Giovanni, mia nuora Monica, e ai miei nipoti Francesca, Valentina, Francesco e Luca. Spero che comprendano quanto li ho amati. Per ultima Maria (ma non ultima) . A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare. A Lei il più doloroso addio".
Cura del dettaglio, devozione per il lavoro, immensa umiltà. Perché il maestro romano, 91 anni, figlio di un trombettista di Arpino e della titolare di una piccola impresa tessile, resta soprattutto un sublime artigiano dello spartito. Basti pensare a come si presentò all’appuntamento con l’Oscar. «Non c’è musica importante senza un grande film che la ispiri. Ringrazio Quentin Tarantino per avermi scelto»(a mio modesto parere è Tarantino ad averci guadagnato); disse alla platea del Dolby Theatre che gli tributava una standing ovation, dopo l’Oscar per The Hateful Eight nel 2016. Il precedente Oscar, quello alla carriera del 2007, lo aveva sempre visto come una specie di premio di consolazione. E di consolazioni il Maestro non ne voleva: se premio doveva essere, che fosse un premio al suo lavoro. «Dedico questa musica e questa vittoria a mia moglie Maria. Il mio pensiero va agli altri nominati e in particolare allo stimato John Williams», illustre collega americano autore del tema di Star Wars che in quella occasione dovette cedergli il passo, disse con la statuetta in mano. Alla vigilia, Morricone aveva definito gli Academy Awards «una specie di lotteria» che, in cinque precedenti occasioni (nel 1979 con I giorni del cielo, nel 1987 con Mission, nel 1988 con Gli intoccabili, nel 1992 con Bugsby e nel 2001 con Malena) aveva lasciato lui, razionale giocatore di scacchi, a mani vuote. In quell’occasione andò diversamente. Curioso se consideriamo che, solo dietro grande insistenza di moglie e figlio, aveva accettato la proposta del suo grande fan Tarantino. Se alle parole preferiamo i numeri, ne esce fuori che l’opera di Morricone spaventa per quantità e qualità. In circa 60 anni di carriera ha infilato qualcosa come 500 collaborazioni con cinema e Tv per 60 film vincitori di premi messi in musica. Un fenomeno discografico tra i maggiori del Novecento italiano, con 70 milioni di dischi venduti a livello mondiale, un titolo (C’era una volta il West) nella lista delle cinque composizioni strumentali contemporanee di maggiore successo (10 milioni di copie), Mission che a un certo punto è stata la colonna sonora più venduta al mondo e altri due lavori (Il buono, il brutto e il cattivo e Joss il professionista) oltre quota 3 milioni di dischi venduti. Ha fatto tanto e bene, dividendosi tra i film e l’attività di arrangiatore di musica leggera per la gloriosa Rca Italiana.
Dici Morricone e pensi a Sergio Leone, il padre dello Spaghetti Western con il quale aveva diviso i banchi alle elementari. La loro partnership (e con essa il genere) comincia nel ’64 con Per un pugno di dollari. La leggenda vuole che il gringo Clint Eastwood, giovane e sconosciuto, prima ancora di vedere il montaggio finale ricevette per posta dall’Italia il 45 giri con il tema «fischiato» della colonna sonora. E lì avrebbe capito che stava per entrare nel mito. Da quel preciso momento il cammino di Morricone somiglia a una marcia trionfale. Qualche canzonetta (una su tutte: Se telefonando, portata al successo da Mina nel ‘66) e tanti temi epocali, da quelli commissionati da Leone (tra gli altri Giù la testa e C’era una volta in America) a quelli per Elio Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto o La classe operaia va in paradiso), Pier Paolo Pasolini (Uccellacci e Uccellini) e Bernardo Bertolucci (Novecento). Era un artigiano, ma dotato di ciò che Cicerone, altro grande arpinate, chiamava «spirito di convenienza». Ossia la dote di raggiungere in pochi passaggi il cuore del pubblico. È fu così che la classe Spaghetti Western andò in paradiso.
Ciao Maestro.



‘L’Estasi Dell’Oro' è da molti anni utilizzata dai METALLICA come intro per i propri concerti.

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06/07/2020 16:10:33
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