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Busacca.Giovanni
Partecipante
Busacca.Giovanni 10/12/2016 ore 19:58

(nessuno) La partita più bella del mondo

http://www.repubblica.it/cultura/2015/05/03/news/la_partita_piu_bella_del_mondo-113407772/



di ALESSANDRO BARICCO



QUANDO, DOPO PENA LUNGHISSIMA, ce l'hai fatta a sopravvivere all'inverno, solo qualcosa di molto speciale può riportarti indietro in questo autunno argentino, con caduta di foglie annessa, donne che si rivestono e primi impermeabili fuori dagli armadi. Al limite, una milonga definitiva. O, come nel mio caso, una partita di calcio.

Che però - mi dico per scusarmi a me stesso - non è una partita di calcio, ma LA partita di calcio, a sentire molti, troppi, cioè tutti quelli che al momento di riassumere una vita di corbellerie si sentono serenamente in grado di dire che se ci sono dieci eventi sportivi che bisogna vedere prima di morire, nove son quelli là, ma il primo è questo: Boca Juniors - River Plate nello stadio del Boca. Il più famoso derby del mondo. El Superclásico.

Non è che io creda particolarmente a queste liste di "cose da fare prima di morire", è ovvio: il problema è che ogni tanto credo ancora meno alla lista delle cose che faccio per vivere: quindi mi viene da esplorare i bordi della grullaggine umana. Questo, ad esempio è un bel bordo. L'ho inseguito per un po', ci ho messo qualche anno, mi ha ritardato un po' l'illogica discesa del River in serie B, ho aspettato che risalisse, e finalmente ho imbroccato la data giusta che sarebbe domani, oggi per chi legge (splendida espressione di un giornalismo che non esiste più): ho attraversato l'Oceano per essere alla Bombonera, alle diciotto e quindici, e portarmi a casa la partita di calcio più bella del mondo.

Eventualmente, dovesse aggiungersi qualche tango - da voyeur, si intende - non mi tirerò indietro (da tempo cerco di elaborare questa teoria: se dio esiste, sta nel millimetro di vuoto che c'è tra le scarpe luccicanti dei ballerini di tango, quando si sfiorano). Se dio esiste, credono invece a Buenos Aires, domani alle diciotto e quindici sarà davanti al televisore, come tutti tranne i sessantamila più me che saranno in quella fornace gialla e azzurra della Bombonera. Si ferma il Paese, e anche la nonna di centotré anni si schiera. Non è chiarissimo il perché, o meglio, va spiegato. A Buenos Aires ci sono più squadre di calcio che ospedali (be', tiro a indovinare, ma siamo lì), fai venti minuti in macchina e puoi inanellare sei stadi diversi, con squadre diversi e tifosi diversi. Quindi da queste parti la parola derby dovrebbe avere smarrito da tempo il suo significato. Eppure la rivalità tra il Boca e il River è speciale, irripetibile, antichissima e insanabile. C'entra la Storia.




Era l'inizio del secolo scorso, i migranti del tempo erano italiani e la Boca, il quartiere vicino al porto, era il loro quartiere: case da schifo, le uniche che potevano permettersi. Lavoravano nei cantieri navali e spesso incrociavano gli inglesi, che da quelle parti costruivano le ferrovie e, nella rare pause, prendevano a calci un pallone. Adesso è difficile immaginarlo, ma non avevano mai visto nulla di simile: ne rimasero fulminati. Non parlo delle ferrovie: del pallone. Insomma, per farla breve, si misero a tirare su squadre una dopo l'altra. Alla Boca erano soprattutto genovesi, un po' di lucani, pugliesi, qualche spagnolo, rari austriaci, ma forse erano tedeschi: insomma i cognomi erano soprattutto cose come Moltedo, Cirigliano, Bonino, qualche Tarrico, un Martinez ogni tanto. Va be', tirarono su una squadra, volevano chiamarla Juventud Boquense, ma magari anche La Rosales. Ne discussero per un po'. Poi uno di loro, il Martinez, disse che al porto aveva visto una cassa con una scritta bellissima: "River Plate". Non voleva dire nulla: era "Rio de la Plata" tradotto da un inglese imbecille. Ma suonava alla grande.

Negli stessi anni, probabilmente nel bar vicino, altri Moltedo, Cirigliano, Bonino ecc., fondarono un'altra squadra. Lì, col nome, se la cavarono in fretta: la Boca era il loro mondo, la chiamarono Boca. Poi aggiunsero Juniors perché faceva un po' inglese. Perfetto. Si incartarono invece sui colori sociali: non avevano la più pallida idea. Allora qualcuno disse "Andiamo al porto e la prima nave che arriva guardiamo la bandiera: e quelli saranno i nostri colori". Erano tempi di una certa poesia, nonostante la miseria e la fame, o forse proprio per quelle. Arrivò un veliero svedese, pensa te. Giallo e blu, per sempre.

Quindi erano cugini, in qualche modo, questo va saputo. E sono centosei anni che se le danno, calcisticamente parlando, e no. Ma se la rivalità è lievitata a mito è soprattutto per una circostanza particolare: pochi anni dopo la fondazione, quelli del River abbandonarono la Boca e si fecero lo stadio in un altro barrio della capitale, un po' più elegante: Palermo. Non gli bastò: ancora qualche anno e si trasferirono a Nuñez, un posto da ricchi, zona residenziale, belle macchine, niente merda. È così che sono diventati, per tutti, "Los Millionarios": quando lo pronunciano quelli del Boca, non è un complimento. È lo sprezzante insulto che si riserva a quello che è emigrato, ha fatto i soldi, poi è tornato al paese ma il paese gli faceva un po' schifo e così è andato ad abitare in città. El millionario. Dato che quelli del River contraccambiano chiamando i tifosi del Boca "Bosteros" (la "bosta" è la merda di cavallo), la geografia sentimentale e sociale è molto chiara: da una parte i poveri (fieri, irriducibili e miserandi), dall'altra i ricchi (fighetti, eleganti e vincenti). Quando le cose si mettono con un tale splendido ordine, scatenare la rissa è uno scherzo.

Naturalmente, ne è derivato una sorta di DNA delle due squadre, diametralmente opposto. Le ideologie sono tramontate, come si sa, ma al River amano il bel gioco, al Boca se ne fregano e ululano per il la maglia strappata, il giocatore che esce con la testa fasciata e cose del genere. O almeno, così si raccontano. Il River vince i campionati ma perde le coppe (se la fanno sotto quando il gioco si fa duro, dicono alla Boca), il Boca perde i campionati (che sono lunghi e noiosi) e vince le coppe, dove c'è la vera epica. E si potrebbe andare avanti per un po'. Lo stadio del River è tradizionale, più grande e circondato da un quartiere per bene, quello del Boca è una costruzione assurda (ha praticamente solo tre lati) paracadutata in mezzo a case fatiscenti. Cose così. Bastano a coltivare un duello che non è mai finito.

Dato che è iniziato più di cento anni fa, di pistoleri grandiosi ne sono passati tanti: e anche lì, il DNA delle due squadre è riconoscibile. È vero che dal River è passata gente come Kempes o Passarella (per i quali il termine "fighetti" non è d'aiuto), ma il supremo eroe, da quelle parti, resta Di Stéfano, uno di quei professori che ha inventato il calcio (e poi Sivori, naturalmente, e perfino Cesarini, quello della zona Cesarini, proprio lui: quando dai il tuo nome a un pezzetto di Tempo - il quale è solo di dio, dice la Bibbia - qualcosa nella vita lo hai fatto). Dall'altra parte, al Boca, sono naturalmente più veraci: a parte l'idolo Riquelme (calciatore malinconico, signore dello Slow Foot), e la meteora Maradona (passò, lasciò il segno, ma poi se ne andò velocemente, un po' troppo velocemente per i ricordi), gli eroi più tramandati sono due giocatori imbarazzanti: Palermo e Gatti. Palermo era una specie di Chinaglia, ma più rozzo, più inelegante, più elementare. Inguardabile, ma la metteva dentro, siempre: nessuno ha segnato più di lui con la maglia del Boca. "Olfato de goal", spiegano qui, con un'espressione per loro normale, per me sublime. Per convincerti della sua grandezza, aggiungono che erano, nella quasi totalità dei casi, goal orrendi. Ritengono l'argomentazione definitiva. (Palermo è anche ricordato, peraltro, per aver battuto, in una sola partita, tre rigori: e averli sbagliati tutti. Un'altra volta, sempre dal dischetto, scivolò prima di battere e finì per colpire il pallone con tutti due i piedi: goal. L'arbitro è ancora lì che si chiede se nel Regolamento si parla di qualcosa del genere). Gatti invece era un portiere, e già un portiere che si chiama Gatti mi fa morire. Quelli del Boca sostengono che sia stato il primo portiere al mondo a giocare anche con i piedi, cioè a controllare, passare, dribblare con i piedi. Può darsi. Di sicuro c'è che il suo sogno era fare il centravanti. Capelli lunghi, fascia intorno alla testa, bermudoni al posto dei consueti pantaloncini: che fosse un po' matto è cosa su cui è inutile discutere. Iniziò al River poi passò al Boca, perché era un tipo da Boca. Un volta, vedendosi arrivare, in contropiede, un avversario con le praterie davanti, trenta metri di nulla, invece che tentare l'uscita, gli andò incontro amichevolmente caracollando la testa e facendo di no col dito, urlando che era fuorigioco. L'arbitro non aveva fischiato niente, ma Gatti era talmente convincente nel suo essere un portiere che caracollava a gioco fermo, che l'attaccante avversario lasciò proseguire il pallone, si voltò e fece per tornare nella sua metà campo, tra gli sguardi esterrefatti dei compagni. Immagino che dal giorno dopo si sia dato al modellismo.

Insomma, c'è effettivamente un modo di stare la mondo da Boca, e uno da River, volendo ancora credere alle belle favole. E si scontreranno domani alle diciotto e quindici (oggi per chi legge) in una fornace gialla e blu, resa incandescente dai tifosi più rumorosi del mondo e illuminata dalla luce lontana della leggenda. Tanto per rendere la cosa più interessante, le due squadre sono in testa alla classifica, a pari punti, come in un racconto di Soriano. Ammesso che io riesca a raggiungere lo stadio e a valicare le muraglie di chorizo con cui cercheranno di distrarmi, sarò là a vedere, per poi raccontare (sul giornale di martedì, se tutto va bene, come gesto di omaggio a un giornalismo arcaico per cui il termine "attualità" indica un fastidioso limite da superare). Per ora piove in modo impietoso, ma domani tutti annunciano un "otoño dorado".

Arbitrerà Patricio Loustau, un uomo a cui, oggi, non invidio niente.
Busacca.Giovanni
Partecipante
Busacca.Giovanni 10/12/2016 ore 20:00

(nessuno) La partita più bella del mondo

BUENOS AIRES, 3 MAGGIO 2015, BOCA-RIVER, EL SUPERCLÁSICO - DICIAMO che, a una partita come questa, magari il bambino non lo porti, ecco. Mentre tutto il mondo calcistico sta virando verso una versione vagamente igienista del rito (il mito degli stadi inglesi, che fra un po' c'hanno i centrini sui sedili), qui alla Boca resiste un'idea di calcio svergognatamente sporca, popolare, pericolosa e brutale. Sarà che è domenica, e i negozi sono chiusi, e i turisti si tengono ben lontani, e ci sono poliziotti dappertutto, ma arrivare allo stadio attraversando il barrio dà la vaga sensazione di visitare una periferia il giorno dopo una sommossa: tutto un po' a pezzi, umanità indecifrabile che staziona a presidiare non si sa cosa, cani disillusi che tornano a casa, porte aperte da cui intuisci monolocali per famiglie numerose, palazzi sprangati che confessano ma non spiegano imperscrutabili catastrofi. È tutto sporco, ambiguo y final. Mi aspettavo amenità, grandi mangiate nelle bodegas dei dintorni, liete famigliole in processione giuliva, ma la verità e che da 'ste parti l'unica cosa che conta è lo stadio, che come un muscolo poetico risucchia e poi espelle fiumane di sangue umano, sangue giallo e blu. Tutto il resto deve sembrare inutile decorazione.


E in effetti, capisci la logica quando entri nella Bombonera, un'ora e mezza prima del fischio di inizio, e son già lì almeno in quarantamila, e stanno già cantando. Come devo avere già detto, è uno stadio tutto particolare, condizionato da un'anemia: quello dello spazio. Hanno dovuto incastrarlo in mezzo alle viuzze della Boca, che è un po' come costruire un ippodromo a Trastevere. Qualsiasi dirigenza dotata di un minimo di buon senso l'avrebbe già spostato in qualche bella area spaziosa, con tanto di parcheggi, stradoni di accesso e centro commerciale. Invece niente, lo stadio è ancora qui, e per starci, lì in mezzo, si stringe parecchio, assume una forma non ben chiara, e soprattutto sale verticale, dal campo verso l'ultima fila, lassù: un'immane tromba delle scale. Al pianterreno, il campo resiste appena allo stadio che gli cola addosso, riuscendo miracolosamente a fermarlo a un pelo dalle linee bianche: sono così vicine, le reti di protezione, che i corner li battono senza rincorsa (non c'è spazio), i panchinari vanno a riscaldarsi in un corridoio di prato che sembra un cucinino, e dietro alle porte i tifosi sono così vicini che, se interrogati, potrebbero parlarti del deodorante del portiere (il portiere del River: quello del Boca escludo che si deodori).

Insomma, uno stadio unico, illogico e surreale. Riuscite a immaginare? Bene, adesso versateci dentro sessantamila invasati a cui non è stata ancora passata l'informazione che il calcio è un bellissimo spettacolo per famiglie invece che un rito tribale. Depositate sul fondo del bicchiere ventidue giocatori e un pallone. Per la versione strong, sceglierne undici del Boca e undici del River. Mescolare e bere. Suerte.

Che poi io ne ho visti di stadi e di partite, non è che proprio mi fregano facilmente, sono uno che è stato all'Old Trafford e al Camp Nou: però, lo dico con disarmata franchezza, io una cosa così non l'ho mai vista. Sporti nell'immane tromba delle scale, quei sessantamila cantano, urlano, fischiano, saltano e sbracano in un modo che, fuori da lì, non esiste. Così uno si ritrova a sentire, addosso, un'intensità tanto smisurata da far paura: hai la chiarissima impressione che la stessa intensità, scaricata altrove, porterebbe a un macello. Tanto che, mentre lo stadio mi batteva attorno con una sorta di oscura disperazione, mi è venuto da pensare che ci concentriamo molto, e forse giustamente, sulla violenza che il calcio produce, aprendo dibattiti sapienti sui quattro idioti che tirano bombe carta e pietre contro ai pullman, ma non ci fermiamo mai abbastanza a riflettere sulla quantità di violenza che il calcio assorbe, metabolizza, scarica, e in qualche modo disinnesca.

Non penso tanto a quelli con che già hanno una fedina penale sporca, penso alla violenza che cova, inevitabile, nelle vite di quelli "normali". Dove vado io, allo stadio del Toro, c'è un signore, un abbonato, che siede a pochi posti dal mio. Una persona educata, ti saluta quando arrivi, applaude quando tirano fuori lo striscione contro il razzismo. Non l'avrei praticamente notato, perché è un tipo anche abbastanza silenzioso, composto. Ma invece l'ho notato perché un giorno, che si giocava contro il Napoli, è uscito improvvisamente dal suo riserbo, si è alzato in piedi, e esasperato da non so più quale futile sciocchezza sul campo, è partito in una sparata in cui annoverava una serie di cose che sarebbero dovute toccare in sorte ai meridionali, senza più alcun senso della misura, e senza più alcuna possibilità apparente di controllare il tono di voce, lo sporgere della giugulare, la tendenza degli occhi a abbandonare le orbite. Parola per parola, quello che diceva (gridava) era di una tale volgarità, e indecenza, e vergogna che si faceva fatica a stagli dietro. Andò avanti così per un minuto buono. Poi si è seduto, si è risistemato il risvolto della giacca, e da quel giorno non l'abbiamo più risentito. Buongiorno, buonasera, applausi allo striscione contro il razzismo. Era a lui che pensavo, mentre la Bombonera mi pulsava nelle ossa: pensavo a come siamo fatti, e all'animale pericoloso che siamo, e all'astuzia del padrone che, al guinzaglio, ci porta a spasso.

Ah, dimenticavo che in effetti, a un certo punto, è iniziata la partita. Parte il cronometro e il River si prende il campo, allargando elegantemente sulle fasce, ma con l'innocuo languore di uno che, appena alzato, si stira un po'. Stranamente contratto, il Boca soffre, insegue, morde. Tutto come da copione. Non è un gran calcio, lo si capisce subito: una specie di serie B con qualche sprazzo individuale da Champions. Il River continua a stirarsi, il Boca non sembra avere altri schemi d'attacco che quello di inseguire le palle vaganti. Dato che però la difesa del River, di palle vaganti, ne produce parecchie, al decimo minuto Osvaldo (che da noi non sapevamo più dove mettere e qui è il migliore) ne arpiona una, e senza stare a pensarci troppo la spedisce di collo pieno sul palo, mancando di qualche centimetro la gloria. Al quindicesimo sorge la luna piena da dietro gli spalti, al diciottesimo uno egli elefanti che il River schiera al centro della difesa sfiora l'autogoal con una ciabattata, mancando di una spanna la vergogna. Tanto per ristabilire un certo equilibrio, anche il River centra un legno, al trentesimo, con un bel tiro da fuori di Sanchez. Ancora un po' di calcio traballante e si va al riposo. Non si riposano, però, sugli spalti, dove intervallo è una parola che non conoscono.

Il secondo tempo se ne sarebbe andato in una malinconica tiritera di errori, con le squadre deglutite dalla loro mediocrità, se non fosse che al ventesimo la Bombonera ha iniziato a intonare una specie di mantra a loop ( Dale Boca, oh oh) con l'aria di non smetterla mai più. Da 'ste parti dev'essere una specie di segnale, e i giocatori del Boca devono sapere esattamente cosa significa, perché sono scesi a recuperare in anfratti dimenticati del loro calcio dei rimasugli di intensità e fame che tenevano da parte per questi momenti. C'era uno zero a zero da schiodare e solo sette minuti rimasti per farlo, quando si sono inventati un'azione sgraziata, intagliata nella marmorea difesa del River, e hanno portato un panchinaro a sciabolare un pallone inesatto tra il portiere e il palo.

L'esplosione della Bombonera è stata tale che, per qualche minuto, quelli del River non ci hanno capito più niente: sette minuti possono anche bastare a recuperare un goal, ma lì, in quella fornace, la cosa gli deve essere sembrata irreale come a un infartuato salire le scale con la borsa della spesa. Così li ha colti uno svagolamento poetico di cui il Boca non ha avuto comprensione, mettendo in fila quattro tocchi e portando un altro panchinaro a ingrassare la leggenda. Due a zero, e sessantamila fuori di testa.

Da qualche parte,qualcuno, allora, dopo averci tirato un po' la palletta ai giardini, ci ha riportato a casa, al guinzaglio. Disciplinatamente, l'ho seguito, camminando nel buio questa città strana, bella di una solennità stanca che non capirò mai.
( 2. Fine)

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