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"Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni non le parole. Se dovessimo dar credito ai discorsi saremmo tutti bravi e irreprensibili." Matteo Renzi

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Katrin27 01/05/2021 ore 17:55 Quota

(nessuno) Loggia Ungheria, lo scandalo che travolge...

Era peggio di come diceva Il Riformista

Loggia Ungheria, lo scandalo che travolge la magistratura nascosto dai giornali e svelato da Di Matteo

di Piero Sansonetti
1/maggio/2021




Pensavo che piovesse. Invece grandina. Questo giornale da un anno e mezzo, cioè da quando è tornato in edicola, parla tutti i giorni del degrado che sta travolgendo il vertice della magistratura italiana. E dell’asservimento del giornalismo giudiziario alle Procure. Ci siamo beccati anche un sacco di querele, e di polemiche, per la nostra denuncia quotidiana. Però neanche noi potevamo immaginare che si fosse arrivati a questo punto.

Quello che sta emergendo a proposito della Loggia Ungheria che aveva sostituito il Csm (all’insaputa di una parte del Csm), a proposito dei verbali segreti che venivano smerciati in vario modo, e degli occultamenti, e del silenzio dei giornali, e del coinvolgimento di Davigo, e della denuncia di Di Matteo, e dei tentativi di travolgere anche il presidente della Repubblica, e dei guai di Conte, e delle riunioni incappucciate… beh tutto questo ci dice che, in fondo, siamo anche noi dentro quel “pensiero unico” che non riesce ad avvicinare la realtà e resta sempre basso basso, affidandosi a una modesta immaginazione. Avevamo, sì, accostato la cupola della magistratura (come è stata definita da diversi magistrati anche abbastanza moderati) al ricordo della P2. Ma eravamo molto ottimisti.
La P2 – come hanno ricordato recentemente sulle nostre pagine Paolo Guzzanti e David Romoli – era una associazione segreta di modesta potenza, che non commise grandi crimini e che alla fin fine riuscì solo ad appropriarsi del controllo sul Corriere della Sera. Qui parliamo invece di una organizzazione assai più potente. Micidiale. Che sostituisce le istituzioni e non controlla semplicemente un giornale ma tutta la macchina della giustizia. E che orienta la giustizia, decide le nomine, i poteri e soprattutto le inchieste e le sentenze. Abbattendosi come una schiacciante dittatura sulla politica, che la conosce e ne è terrorizzata, e sulla vita personale di centinaia di migliaia di cittadini che finiscono nel tritacarne, immaginano di trovarsi di fronte a una macchina imparziale e ad alto contenuto morale, e invece si trovano di fronte a una combriccola che non si occupa minimamente di diritto ma solo di potere. Ed è capace di spaventose vessazioni. Processi infiniti, carcere, gogna, condanne.
Avete capito? Provo a ricapitolare la storia in modo ultra-sintetico. Dunque, un Pm milanese di grande prestigio (l’erede, dicono, della Boccassini) interroga l’avvocato Amara, che è anche il teste chiave sul quale è stato costruito il processo a Palamara. Immagino quindi che sia un teste considerato attendibile. Questo teste dice una quantità enorme di cose che gettano un’ombra cupa su molti magistrati, inguaia anche l’ex premier Conte, e – pare – denuncia l’esistenza di questa Loggia Ungheria, che probabilmente prende il nome da piazza Ungheria a Roma. Per qualche ragione che noi non conosciamo, e che non viene chiarita, il Pm (che si chiama Storari) trova intralci alle sue indagini, e allora prende il fascicolo con tutte le dichiarazioni dell’avvocato Amara – che evidentemente non considera un pallonaro, altrimenti avrebbe dovuto indagarlo per calunnia – va a Roma e lo consegna a un mostro sacro della magistratura (e del partito dei Pm) come Piercamillo Davigo, che in quel momento è consigliere del Csm e la cui corrente fa parte della maggioranza rosso-bruna (estrema destra più estrema sinistra) che all’epoca governa il Consiglio superiore. Davigo, ricevuto il plico, che fa? Lui ha dichiarato: “avverto chi di dovere”.
E chi sarebbe? E che vuol dire “avverto”? Boh. Il giornale del quale è editorialista e consigliere numero uno del direttore, cioè il Fatto (al quale gli scandali piacciono moltissimo, ma non tutti, questo per esempio piace pochissimo…) cerca di difenderlo chiamando in causa Mattarella. Dice: Piercamillo lo ha detto a Mattarella, lo ha detto a Mattarella… Sarà vero? Speriamo di no. Altrimenti lo scandalo supererebbe in gravità tutti gli scandali precedenti, da quello della banca Romana di 130 anni fa in poi. Comunque, a quanto pare, Davigo (che avrebbe ricevuto questi documenti sconvolgenti un anno fa), non consegna il plico al Csm. Tace. In quei giorni lui sta combattendo la sua battaglia personale (aiutato anche dalla politica e da alcuni gruppi parlamentari) per restare in Csm, illegittimamente, dopo la pensione. Ma questa battaglia la perde. A ottobre deve lasciare. E cosa succede a ottobre? A quanto pare la sua segretaria consegna il plico prima a Repubblica poi al Fatto Quotidiano. È un reato. I due giornali, che hanno sempre pubblicato vagonate di intercettazioni coperte dal segreto sostenendo la tesi che il diritto di cronaca è diritto di cronaca, stavolta diventano serissimi. Dicono: no, non possiamo pubblicare perché c’è il segreto. E così la cosa resta incappucciata.

Ma alla fine, dice la storia, c’è sempre il rischio che esca fuori qualcuno che si accorge che il re è nudo e, ingenuamente, lo fa notare. Chi é? È Nino Di Matteo. Anche lui, recentemente, ha ricevuto il plico. Dice di non sapere da chi. Che è stata una spedizione anonima. Proviamo a indovinare: o dal sostituto milanese o da Davigo, o dal suo entourage, a occhio. Comunque Di Matteo ci pensa qualche giorno e poi denuncia. Come è suo dovere. “Ho un plico. È pieno di calunnie”. Già, ma chi l’ha detto che sono calunnie? Neanche Di Matteo, forse, ci crede molto. È solo che deve mantenere quel minimo minimo di diplomazia. A questo punto lo sputtanamento è generale. Repubblica reagisce denunciando tutto in modo gridato: con un titolo di apertura in prima pagina. Giusto. Un po’ tardi? Beh, sì, un po’ tardi. Il Fatto invece inguatta la notizia a pagina 6. Il povero Antonio Massari è lasciato solo a firmare tutti i pezzi. Gli dicono: veditela tu, non tirarci in mezzo. Almeno un editorialino di Travaglio? Implora Massari. Lascia stare, Travaglio è preso da Pietrostefani, non ha tempo… E in prima pagina il Fatto continua a scagliarsi contro Renzi che ha scritto un articolo filo-arabo e a denunciare il fallimento della campagna vaccinale proprio nel giorno in cui si raggiungono i 500 mila vaccini. So’ pure sfortunati. Succede.

E ora? Beh, a noi non è mai piaciuto l’eccesso di inchieste della magistratura. Ma qui è impossibile fingere di non vedere i reati. Vorremmo sapere innanzitutto chi era in questa Loggia, e poi capire in che modo si procederà, dal punto di vista giudiziario, nei confronti dei magistrati coinvolti. Soprattutto il Pm milanese Storari (che ha dato i documenti a Davigo) e Davigo che non li ha dati al Csm. Qui ci vorrebbe un Pm per capire quali possano essere i reati da contestare. Faccio io, a occhio: rivelazioni di segreto d’ufficio (articolo 326 del codice penale, pena massima 3 anni), omessa denuncia (art. 361, pena massima 1 anno), abuso d’ufficio (art. 323, pena massima 4 anni), favoreggiamento ( art. 378, pena massima 4 anni)…

Tranquilli, sto scherzando: io spero che nessuno indaghi Davigo né nessun giustizialista amico suo. Certo, se le parti fossero invertite, e se fossimo noi del Riformista i sospettati e Davigo l’inquisitore, sarebbero guai seri: probabilmente ci troveremmo addosso anche l’accusa di ricettazione (art. 648, pena fino a 8 anni) e peculato (art. 314, pena fino a dieci anni) e a quel punto, vista l’alta probabilità di inquinamento delle prove, ci sarebbe anche l’arresto! Per fortuna che le parti non sono invertite…

P.S. Niente paura. Su tutto questo casino indagherà la Procura di Roma. Il procuratore è stato nominato con il contributo decisivo di Davigo.
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Era peggio di come diceva Il Riformista Loggia Ungheria, lo scandalo che travolge la magistratura nascosto dai giornali e svelato...
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01/05/2021 17:55:43
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Katrin27
Amministratore
Katrin27 01/05/2021 ore 18:06 Quota

(nessuno) Loggia Ungheria, lo scandalo che travolge...

Il dossier del collaboratore di Giustizia

Piero Amara, il ‘Buscetta’ dei colletti bianchi, inguaia Conte: consulenze e veleni

Paolo Comi — 29 Aprile 2021




L’avvocato Piero Amara, l’ideatore del cosiddetto Sistema Siracusa, che utilizzando le parole del sostituto procuratore generale di Messina Felice Lima, è «una delle più gravi, estese e spudorate corruzioni sistemiche mai realizzate», è ormai a pieno titolo il Buscetta del terzo millennio. Le sue dichiarazioni presso varie Procure d’Italia stanno togliendo il sonno in questi giorni a politici e ad alti magistrati che hanno avuto negli ultimi anni rapporti con lui. Amara è balzato agli onori delle cronache agli inizi del 2018, quando venne arrestato in una operazione congiunta delle Procure di Roma e Messina per associazione a delinquere finalizzata, fra l’altro, alla frode fiscale e alla corruzione in atti giudiziari. Amara aveva messo in piedi un “team” di professionisti e magistrati – ben rodato – finalizzato a pilotare i processi e ad aggiustare le sentenze al Consiglio di Stato. Con lui venne arrestato il giudice Riccardo Virgilio, presidente di sezione a Palazzo Spada.
Scarcerato dopo poco, Amara ha iniziato una “collaborazione” con gli inquirenti, patteggiando una pena sotto i quattro anni che, per il momento, lo ha messo al riparo dal carcere. Chi fin da subito non era affatto convinto della bontà del suo “pentimento” era stato il pm romano Stefano Rocco Fava che, agli inizi del 2019, aveva chiesto di arrestare nuovamente l’avvocato siciliano. Dai riscontri in possesso di Fava, Amara avrebbe ricevuto la cifra di 25 milioni di euro da Eni, poi diventati 80, pur in pendenza dei procedimenti romani e siracusani. Il motivo di questa corposa dazione sarebbe stato legato alla corruzione dell’allora pm di Gela, Giancarlo Longo, per procedimenti a tutela dell’amministratore delegato del colosso petrolifero Claudio Descalzi presso la Procure di Trani e Siracusa. Tale dazione avrebbe reso ricattabili i vertici di Eni. Amara, quindi, non aveva detto tutto quello di cui era a conoscenza sulle corruzioni.
L’aggiunto Paolo Ielo aveva, però, respinto la richiesta di Fava a cui, poi, sentito il procuratore Giuseppe Pignatone, era stato anche tolto il fascicolo. Interrogato a Perugia, Amara era stato fra i principali accusatori dell’ex zar delle nomine Luca Palamara. A fine 2019 le peripezie giudiziarie lo portarono a Milano dove si sottopose a quattro interrogatori in meno di un mese davanti all’aggiunto Laura Pedio e al sostituto Paolo Storari nell’ambito delle indagini sui depistaggi nel processo Eni-Nigeria. E a questo punto la storia si tinge di giallo. Tali verbali, oltre ad essere inviati per competenza a varie Procure, sono stati inviati, non è dato sapere come e da chi, nei mesi scorsi alle redazioni di importanti quotidiani nazionali.
I quotidiani, che non si sono mai sottratti in casi analoghi alla pubblicazione di verbali d’indagine, mantengono il riserbo per motivi diversi: da un lato perché vengono chiamati in causa esponenti dell’ex compagine governativa, la cui linea politica è stata appoggiata pancia a terra, dall’altro perché sono citati importati magistrati, soprattutto di Roma, da sempre loro fonti privilegiate. La pubblicazione del contenuto dei verbali è iniziata l’altra settimana a cura del Domani. Il primo a finire nel mirino è stato Filippo Patroni Griffi. Il presidente del Consiglio di Stato avrebbe indotto Amara a non licenziare l’esperta di relazioni istituzionali e sua amica Giada Giraldi, assunta in una delle società dell’avvocato siciliano, con un contratto di circa 4-5mila euro al mese, a seguito di una raccomandazione del faccendiere laziale Fabrizio Centofanti.
Amara avrebbe detto ai pm di aver assunto nel 2017 Giada Girardi per fare un piacere all’allora influente presidente della Quarta sezione del Consiglio di Stato. Patroni Griffi, però, sarebbe stato anche il presidente del collegio che doveva decidere in un contenzioso tra due società, il titolare di una delle quali era assistito dallo stesso Amara.
Ieri è stato il turno di Giuseppe Conte. L’ex premier era stato segnalato da Amara per una consulenza per la società Acqua marcia, controllata da Francesco Bellavista Caltagirone con un compenso pattuito di 400 mila euro. A fare il nome di Conte sarebbe stato (ma ha negato fermamente) Michele Vietti, ex presidente del Csm.
Dopo la consulenza per Acqua Marcia, finita in concordato, Conte aveva lavorato per l’imprenditore pugliese Leonardo Marseglia nella compravendita del Molino Stucky, stupenda struttura extralusso che sorge sull’isola della Giudecca a Venezia, e nel portafoglio della società di Caltagirone. Sulla carta un potenziale conflitto d’interessi, dal momento che Conte aveva lavorato prima come consulente di Acqua Marcia (di cui conosceva i documenti del concordato) e poi con Marseglia, che di quel concordato aveva beneficiato.

Su questa trasmissione incontrollata di verbali è intervenuto ieri in Plenum al Csm il togato Nino Di Matteo, annunciando che nei mesi scorsi ha ricevuto un «plico anonimo, tramite spedizione postale, contenente la copia informatica e priva di sottoscrizione dell’interrogatorio di un indagato risalente al dicembre 2019 dinanzi a un’Autorità giudiziaria». Nella lettera che accompagnava il faldone, ha spiegato Di Matteo, «quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto». «Nel contesto dell’interrogatorio – aggiunge – l’indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria, se non calunniosa, circostanze relative a un consigliere di questo organo».

L’ex pm ha quindi spiegato di aver subito contattato la Procura competente, cioè quella di Perugia, per riferire i fatti. Il suo timore, infatti, è che “tali dichiarazioni e il dossieraggio anonimo” possano “collegarsi a un tentativo di condizionamento” dell’attività di Palazzo dei Marescialli. La speranza è che le «indagini in corso possano tempestivamente far luce sugli autori e le reali motivazioni della diffusione di atti giudiziari in forma anonima». Il togato chiamato in causa è Sebastiano Ardita, davighiano della prima ora, accusato di far parte di una loggia massonica. Patroni Griffi, Conte, Ardita, hanno smentito le ricostruzioni di Amara, annunciando denunce. Chi sarà il prossimo?

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