Forum - Napoli, la città 'd'o sole e d'o mare'

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serena1O 12/02/2018 ore 08:04 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori









Napoli raccontata dagli scrittori

Inevitabilmente una città come quella partenopea ha sempre fornito molti spunti di riflessione, sia agli scrittori che vi sono nati, e sia a quelli che vi sono stati ospiti, i brani di scrittori che hanno descritto questa meravigliosa e terribile città al tempo stesso.

“Il mare non bagna Napoli” a proposito della città campana. “Da Portici a Cuma, questa terra era sparsa di vulcani, questa città circondata di vulcani, le isole, esse stesse antichi vulcani; e questa limpida e dolce bellezza di colline di cielo, solo in apparenza era idillica e soave. Tutto qui, sapeva di morte, tutto era profondamente corrotto e morto, e la paura, solo la paura, passeggiava nella folla da Posillipo a Chiaia.


Dael
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Dael 12/02/2018 ore 14:37 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

“Napoli…si compone di tre strade in cui si va sempre e di cinquecento strade in cui non si va mai. Le tre strade si chiamano Chiaia, Toledo e Forcella. Le altre cinquecento non hanno nome: sono l’opera di Dedalo, il labirinto di Creta, con il minotauro in meno e i lazzaroni in piú.”
Alexandre Dumas, Il Corricolo, 1841
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IOXSONGXLEGGEND 12/02/2018 ore 20:35 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

Una folla di sguardi. Di racconti, visioni. La città di Napoli è da sempre una delle più raccontate da cineasti, drammaturghi, poeti e, naturalmente, scrittori.






Visitatori d'eccezione, d'altronde. La folla qui, infatti, è speciale. C'è Marcel Proust "alla ricerca del tempo perduto" di ciò che fu l'antica Pompei. Oppure Fëdor Dostoevskij, che nell'estate del 1863 sta lasciando la città in piroscafo per rientrare in Russia, ammorbato dai personali "dèmoni" del gioco d'azzardo e dell'amore per Polina. C'è la ricerca dell'ispirazione di Henrik Ibsen, tra Amalfi e Sorrento, "la nausea" di Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir all'arrivo in stazione durante un'asfissiante estate del 1936. Sono solo alcune delle immagini su Napoli che fuoriescono dalla penna dei grandi della letteratura, dai loro scambi epistolari, dalle frasi intercettate. Schegge di letteratura sottratte miracolosamente alla vita, ai libri, ai sudati fogli, alle opere che furono clamorosi successi oppure dei fiaschi completi.


Scrittori esuli: da Neruda a Gogol, la delusione di Freud


È dalla frizione tra biografia e letteratura, da questo perenne vagare al buio nel mondo e nella propria esistenza, che nascono le perle sottratte all'oblio di "Così lontana, così vicina". Tutti i viaggiatori speciali di questo libro sono a loro modo esuli dalla terra natia, in fuga dalla patria come, per esempio, Pablo Neruda a Capri per motivi politici, o Nikolàj Gogol' che, dopo le tiepide reazioni a "Il revisore" nella primavera del 1836, decide di mollare tutto e partire per "dissipare la tristezza e meditare profondamente sui miei doveri di autore, sulle mie future creazioni". Ma sono anche viaggi di piacere, intrapresi per conoscere da vicino i monumenti, la storia e, perché no, assaggiare la buona cucina della vita meridiana. Comodità della vita che, in fondo, animano il più borghese tra gli scrittori presenti in questo volume, quel Sigmund Freud che all'alba del XX secolo decise di lasciare la plumbea Vienna per l'Italia. Ma anche Napoli, in un certo senso, lo deluderà. Perché non troverà il meraviglioso mare che si aspettava e, soprattutto, perché il Vesuvio non sta eruttando come sperava.

Lo "splendido" errore della Dickinson




Il vulcano, come sempre, è più centrale nello sguardo dei visitatori di quanto sia mai stato in quello dei napoletani, autori di una rimozione collettiva che va avanti da secoli. Nell'affastellarsi di immagini sul Vesuvio, dunque, a volte si incappa in qualche errore di geografia. Succede anche ai grandi. E infatti succede a Emily Dickinson, la grande poetessa che non lasciò mai la casa paterna ad Amherst, in Massachusetts, che in una lirica scrisse: "Quando l'Etna si scalda e fa le fusa/Napoli ha più paura". Chissà.

C'è poi il gustoso racconto di Hans Christian Andersen al Teatro di San Carlo, il cuore palpitante di Albert Camus, il famoso itinerario di Walter Benjamin verso l'isola di Capri, oppure la rivelazione dell'ambiguità nascosta in fondo a se stessi di André Gide. Tra queste pagine ce n'è per tutti i gusti. Per chi vuol ritrovare i segni di una città e dei suoi fantasmi, per gli appassionati bibliofili, per chiunque abbia voglia di cimentarsi nel viaggio alla scoperta dell'incontro tra la letteratura e l'altrove che risiede in ognuno di noi.
serena1O
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serena1O 12/02/2018 ore 20:39 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

@Dael scrive:
Napoli raccontata dagli scrittori
“Napoli…si compone di tre strade in cui si va sempre e di cinquecento strade in cui non si va mai. Le tre strade si chiamano Chiaia, Toledo e Forcella. Le altre cinquecento non hanno nome: sono l’opera di Dedalo, il labirinto di Creta, con il minotauro in meno e i lazzaroni in piú.”
Alexandre Dumas, Il Corricolo, 1841


serena1O
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serena1O 12/02/2018 ore 20:43 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
Così lontana

storie di viaggi, reali o immaginari, che hanno come unico approdo sempre Napoli. Gli infiniti volti della città nascono dagli occhi di chi la guarda:Così lontana, così vicina" la scelta di partire, abbandonare la casa, i luoghi conosciuti, è una ribellione in favore dell'ignoto per conoscere, farsi sorprendere. E nessuna città come Napoli può riservare al viaggiatore e allo scrittore maggiori sensazioni e il passaggio ad una inedita dimensione.
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IOXSONGXLEGGEND 12/02/2018 ore 20:49 Quota
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IOXSONGXLEGGEND 12/02/2018 ore 22:59 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

@serena1O scrive:
Napoli raccontata dagli scrittori

:cuore

“Tra i monti viola dorme
Napoli bianco vestita,
Ischia sul mare fluttua
Come nube purpurea;
La neve tra i crepacci
Sta come studio candido di cigni;
Il nero Vesuvio leva il capo
Cinto di rossi riccioli.”
(Hans Christian Andersen)

serena1O
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serena1O 13/02/2018 ore 06:40 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

@IOXSONGXLEGGEND scrive:


“Tra i monti viola dorme
Napoli bianco vestita,
Ischia sul mare fluttua
Come nube purpurea;
La neve tra i crepacci
Sta come studio candido di cigni;
Il nero Vesuvio leva il capo
Cinto di rossi riccioli.”
(Hans Christian Andersen)






Quando Andersen s’innamorò del Vesuvio e Santa Lucia





La storia è uscita recentemente per l'editore Donzelli l'autobiografia del grande autore danese di favole, "La fiaba della mia vita", in cui lo scrittore rinnova il suo amore per l'Italia e principalmente per Napoli e altre zone della Campania, visitate a partire dal 1833






La geografia personale di un uomo non conosce confini. Li disegna su una mappa mentale, sopra dispone i propri sogni, la distanza tra un luogo e l'altro è annullata dalla speranza, durante il percorso mette in conto le avversità, e le supera come si affronta un bosco funestato da spiriti maligni. A guidarlo è la bussola della fantasia. Quella non la perde mai, è tenace, e infiammava l'immaginazione di Hans Christian Andersen già in tenera età, quando a una festa di famiglia gli sembrò di essere stato imprigionato in un castello di briganti.

I viaggi del figlio del ciabattino di Odense che conquistò l'Europa con le sue fiabe furono innumerevoli, immaginari e reali, tappe necessarie per portare a compimento il destino annunciatogli da una fattucchiera che gli aveva letto i fondi del caffè: "Suo figlio diventerà un grand'uomo!", aveva detto al padre. Un sogno inseguito e realizzato, la vita che si tramuta in una fiaba, raccontata dallo stesso Andersen nell'autobiografia "La fiaba della mia vita", edita da Donzelli, a cura di Bruno Berni, nella quale lo scrittore rinnova l'amore per l'Italia, "paese delle mie aspirazioni e felicità", a partire dal primo soggiorno nel 1833.

Quando giunse a Napoli nella primavera del 1834, l'umore di Andersen era cupo, stravolto dalla notizia della morte della madre, fiaccato nello spirito per le critiche all'opera teatrale "Agnete e il Tritone", però già la visione del Vesuvio in piena attività gli provoca slancio, desiderio di scoperta, un senso di rinascita. "La sera era infinitamente bella, incantevole da vedere", ma non solo, gli scatena ispirazione, compone una poesia - "Sogna tra i monti lilla, / Napoli, vestita di bianco, / sul mare Ischia tranquilla / come purpureo banco" - riacquista fiducia, sospinto dall'aria primaverile s'incammina con l'amico Henrik Herzt verso il cratere, affondando nella cenere.

Attorno ha uno scenario quasi irreale, favolistico e spettrale ("a ogni eruzione la lava veniva nascosta dal fumo, e allora era notte fonda "), la salita è un'avventura tra vapori sulfurei, costeggiando un fiume di fuoco dove la crosta solidificata è fragile. "Vedevamo intorno l'abisso di fiamme, dal cratere saliva un rombo come quando si leva da un bosco un grosso stormo di uccelli", scrive Andersen come sotto incantesimo, prima di proseguire verso Pompei, Ercolano, Paestum dove resta colpito da "una povera fanciulla cieca, vestita di stracci, ma bellissima, una statua vivente ". L'immagine di lei, ciò che ammira a Napoli, la voce del mezzosoprano Maria Malibran al San Carlo ("ridevo, piangevo, mi sentivo elevato e trascinato; in mezzo all'entusiasmo, in mezzo al giubilo") confluiranno in "L'improvvisatore", il primo romanzo moderno danese, nel quale trasfigura se stesso in Antonio, figlio del popolo che giunge a Napoli e tra mille peripezie ottiene il successo conquistando il palcoscenico del Lirico napoletano.

È l'opera che gli darà il riconoscimento tanto inseguito, la possibilità di viaggiare ancora, tornare a Napoli per una breve sosta nel 1841 in una gelida primavera, dopo aver inaugurato il ciclo delle grandi fiabe, "La principessa sul pisello", "La sirenetta", "Il soldatino di stagno". "Faceva freddo a Napoli, il Vesuvio e i monti circostanti erano coperti di neve, io avevo la febbre nel sangue, soffrivo nell'anima e nel corpo". Viaggio ben diverso rispetto a quello fatto nella Pasqua del 1846, altra tappa importante annotata in "La fiaba della mia vita". Soggiorna a Santa Lucia: "Erano splendide serate, notti di luna, era come se il cielo fosse stato alzato e le stelle si fossero allontanate". Subisce l'incanto della luce del faro sull'acqua che a tratti illumina, poi fa ripiombare nel buio il mare.

Tutto è magico e reale. Di giorno ansioso girovaga tra i moli e i vicoli, tormentato dall'afa. "Come se il sole mi affondasse negli occhi, i suoi raggi mi entrarono nella testa e nella testa e caddi svenuto ". Visita Capri, poi Ischia, anche Madonna dell'Arco per assistere alla processione, il caldo non gli dà tregua. "I bagni in mare non davano refrigerio, sembravano indebolire più che ristorare; cosa me ne venne da tutto questo? Una fiaba!". E ispirato da un'atmosfera allucinatoria scrisse "L'ombra", storia sul riflesso di sé che si distacca dalla propria persona nel trambusto napoletano.
serena1O
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serena1O 13/02/2018 ore 06:46 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

Quando Hans Christian Andersen si innamorò di Napoli preferendola a Roma







sarebbero queste parole di Hans Christian Andersen per descrivere l’innamoramento dello scrittore alla vista del capoluogo campano: “Tra i monti viola dorme, Napoli bianco vestita, Ischia sul mare fluttua. Come nube purpurea; La neve tra i crepacci. Sta come studio candido di cigni; Il nero Vesuvio leva il capo, cinto di rossi riccioli.” Per infatuarsi della città azzurra basterebbe davvero un attimo. Sarebbe sufficiente distruggere i confini della propria geografia personale che, spesse volte, viene strutturata a partire da pregiudizi ingiusti e gratuiti così da mettere a tacere i confini della propria anima creando una mappa del cuore che poco ha a che vedere con quella mentale.
Per innamorarsi di Napoli basterebbe intraprendere un viaggio, uno di quelli immaginari o reali proprio come usava fare Hans Christian Andersen lasciandosi guidare dalla bussola della fantasia in modo tale da riuscire a scrivere la propria fiaba personale che abbia come protagonista però una delle città più belle e contraddittorie d’Italia. Lo scrittore danese ci è riuscito, si è lasciato incantare da Napoli, da Pompei, da Ercolano e da Salerno. Era la primavera del 1834 quando il genio danese metteva per la prima volta piede nel capoluogo campano. Da allora sono trascorsi più di tre secoli eppure Napoli continua, ancora oggi, a custodire con gelosia le orme del poeta danese.

Tanto tempo fa ( è proprio il caso di dirlo ), nella zona a sud di via Toledo, nello specifico tra via Ferdinando del Carretto e via dei Fiorentini, c’era un albergo chiamato dell’Aquila d’oro. Fu proprio questa struttura ad ospitare, tra il 1840 e il 1841, il famoso scrittore e poeta danese Hans Christian Andersen. L’uomo non riuscì a resistere al fascino del Grand Tour, un viaggio lungo molto in voga tra i giovani aristocratici intorno al XVII secolo che partivano alla scoperta dell’Europa continentale. L’esplorazione del Vecchio Continente poteva durare dai pochi mesi ai svariati anni, e Andersen decise di prendervi parte, di lasciare la sua terra natia per scoprire Napoli e i suoi dintorni. Non ne rimase deluso. Anzi.
Lo scrittore, infatti, si innamorò a prima vista del capoluogo campano tanto da trascorrere le sue giornate a zonzo per la città. Riusciva a rientrare dalle sue peregrinazioni solo a notte fonde rifugiandosi in una locanda gestita da una signora tedesca dove si pagavano due carlini per il letto e tre per un lauto pasto. Fu un viaggio felice quello di Hans Christian Andersen in Italia. Eppure quando, nel 1834, il poeta mise piede in terra partenopea, il suo umore era cupo, stravolto. Il dolore per la morte della madre e le aspre critiche ricevute per l’opera teatrale “Agnete e il Tritone” gli avevano spento l’anima. Napoli lo riportò a vita nuova regalandogli uno spirito nuovo, più combattivo, nato dal fuoco e dalla lava del Vesuvio.

Fu proprio il ribollente vulcano, infatti, ad attrarre maggiormente l’attenzione di Andersen e come dargli torto? La salita verso il Vesuvio si consumò in groppa ad un asino. Tutt’intorno lo scrittore danese era circondato da uno scenario irreale, favolistico, per non dire spettrale. Accompagnato dai vapori sulfurei, Hans Christian costeggiò un fiume di fuoco mentre l’abisso di fiamme reclamava vendetta. “Dal cratere saliva un rombo come quando si leva da un bosco un grosso stormo di uccelli” con queste parole Andersen descrisse l’incanto dell’esperienza lasciandone traccia ai posteri nel suo romanzo ‘L’improvvisatore‘ del 1835. Non mancheranno visite nemmeno a Capri, Pompei, Paestum e persino nei Campi Flegrei.

Ogni luogo che il poeta danese aveva avuto la fortuna di calpestare, ebbe lo strano potere di ipnotizzarlo, di stregarlo, di donargli un nuovo e più ampio respiro. A Paestum, ad esempio, Andersen venne rapito dalla bellezza di “una povera fanciulla cieca, vestita di stracci“. Napoli, e persino la voce del mezzosoprano Maria Malibran, ogni dettaglio del viaggio nella città di Pathenope contribuì a fargli raggiungere il riconoscimento letterario tanto inseguito. Il capoluogo campano condusse lo scrittore danese al successo tenendolo sempre per mano. E Andersen decise di ringraziare Napoli tornandovi ancora, questa volta per una breve tappa. Nel 1841. La città però era stretta dalla morsa del gelo “Il Vesuvio e i monti circostanti erano coperti di neve, io avevo la febbre nel sangue, soffrivo nell’anima e nel corpo“.





Fortunatamente il poeta danese non si arrese a questa gelida esperienza e, cinque anni dopo, durante la Pasqua del 1846, mise di nuovo piede in quel di Napoli. Questa volta ad incantarlo fu Santa Lucia: “Erano splendide serate, notti di luna, era come se il cielo fosse stato alzato e le stelle si fossero allontanate” ma anche Capri, Ischia, e la processione della Madonna dell’Arco riuscirono in qualche modo a scuoterlo. Il legame con Napoli fu però sempre vivo e presente nel cuore del poeta a tal punto da spingerlo a scrivere queste parole, nel corso del suo soggiorno a Roma: “Dio mio che città calma e spenta in confronto a Napoli“. Leggenda vuole poi che Andersen suggellasse in una frase l’impronta durevole del rapporto d’amore stretto con il capoluogo campano sin dal primo sguardo. “Quando sarò morto, tornerò a Napoli a fare il fantasma perchè qui la notte è indicibilmente bella“.





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IOXSONGXLEGGEND 13/02/2018 ore 14:16 Quota

(nessuno) Napoli raccontata dagli scrittori

@serena1O scrive:
Quando Andersen s’innamorò del Vesuvio e Santa Lucia



Leggenda vuole poi che Andersen suggellasse in una frase l’impronta durevole del rapporto d’amore stretto con il capoluogo campano sin dal primo sguardo. “Quando sarò morto, tornerò a Napoli a fare il fantasma perchè qui la notte è indicibilmente bella“.

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