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SallyA 23/08/2018 ore 12:02 Quota

Perplesso La “Lava dei Vergini”: quando l’acqua invadeva le strade di Napoli



Napoli è una città sorta su un luogo ostile: alle pendici di un vulcano attivo, su una costa frastagliata e a ridosso di uno spazio collinare con pochi tratti pianeggianti. Eppure i napoletani hanno man mano superato gli ostacoli naturali inerpicandosi, costruendo e conquistando spazi vitali. Spesso, però, la natura ha cercato di riprendersi quello che le era stato tolto. La “Lava dei Vergini” è un fenomeno simbolo di questi tentativi.

Oggi la zona detta “Borgo dei Vergini” è un tratto del Rione Sanità caratterizzato da palazzi storici e strade brulicanti di vita, ma un tempo costituiva il letto di un torrente che scendeva dalla collina di Capodimonte e dai Colli Aminei arrivando fino al mare. Dopo la pioggia il torrente tendeva ad ingrossarsi diventando un vero e proprio fiume. Questa particolarità iniziò a creare problemi quando nella zona vennero costruite le prime abitazioni.

Nonostante i mattoni, prima, l’asfalto ed il cemento, poi, l’acqua continuava ad inondare le strade dei Vergini: al grido “‘A lava! ‘A lava!” le persone si rifugiavano negli appartamenti ai piani alti per non venire travolte dalla corrente mentre le strade venivano devastate dalla piena; anche al termine dell’alluvione per attraversare era necessario ricorrere a tavole di legno.

Tanti furono, nei secoli, gli interventi volti a limitare la “lava dei Vergini”, ma l’acqua continuò a prendere il controllo delle strade fino all’arrivo di Guido Martone, che ha diretto il Servizio Fognature del Comune di Napoli dal 1944 al 1977. Prima di prendere provvedimenti l’uomo volle sperimentare sulla sua pelle gli effetti di simili alluvioni: per questo motivo andò alla Sanità proprio in uno di questi momenti critici. Così lui stesso raccontò l’esperienza:

“La strada trasformata in fiumana era una vista terribile. Per osservare il fenomeno, non appena iniziò una intensa pioggia di settembre, chiesi ospitalità a una famiglia, che abitava al primo piano nei pressi di piazza Vergini, e attesi alla finestra. L’acquazzone imperversava sempre più intenso, sentii urlare più volte ‘a lava! ‘a lava!, un grido man mano più vicino mentre venivano calate saracinesche e chiusi in fretta i battenti di negozi, portoni e bassi. Davvero impressionante con i chiusini che saltavano, la pavimentazione che si gonfiava ed esplodeva. Il torrente carico di detriti correva trascinando tutto quello che incontrava da via Fontanelle e da via Sanità, dalla zona di San Gennaro dei Poveri, dalle pendici di Capodimonte e da quelle di Materdei, spazzava piazza Vergini e si buttava su via Foria raggiungendo piazza Carlo III e piazza Garibaldi”.



Dopo quest’esperienza diretta Martone indagò per cercare l’origine del problema. Non ci mise molto a scoprire che l’intoppo era nel sistema fognario: blocchi, ostruzioni e detriti di qualunque tipo impedivano il naturale defluire delle acque piovane che, quindi, tornavano ad invadere le strade. La situazione raggiungeva livelli disastrosi sotto via Roma, dove la cloaca risalente al 1600 era completamente ostruita da detriti e, addirittura, numerosi cadaveri ammassati lì nei secoli.

Nella prima metà degli anni ’60, sotto la guida di Guido Martone, le fogne di Napoli vennero liberate, restaurate e rese nuovamente funzionali. Da allora la “lava dei Vergini” divenne solo un ricordo lontano, un racconto colorito di quando il mare cercava di riprendersi le bellezze di Napoli.
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23/08/2018 12:02:24
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tex.965
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tex.965 23/08/2018 ore 13:51 Quota

(nessuno) La “Lava dei Vergini”: quando l’acqua invadeva le strade di Napoli

@SallyA scrive:
La “Lava dei Vergini”: quando l’acqua invadeva le strade di Napoli



Milaaa
Partecipante
Milaaa 23/08/2018 ore 15:34 Quota

(nessuno) La “Lava dei Vergini”: quando l’acqua invadeva le strade di Napoli

@SallyA :

Il borgo dei vergini è quella zona cittadina che si trova prima di giungere alla sanità; è anche
detto borgo barocco per il predominare di tale stile nella sua architettura.

Il nome deriva da una fratria religiosa greca, quella degli EUNOSTIDI dediti alla temperanza ma
sopratutto alla castità.

Tra storia e leggenda si dice che una ragazza di nome Ocna, figlia di un magistrato, si innamorò di
Eunosto; questi era un giovane di bell’aspetto che suo malgrado fece innamorare Ocna anche se mai egli si adoperò in alcun modo per incentivare tale sentimento.
La ragazza corteggiò a lungo il ragazzo senza mai ottenere risposta.
Infine travolta dalla passione tentò di sedurlo con una vera e propria aggressione, ma Eunosto reagì bruscamente e si difese con la forza.
Ferita nell’orgoglio oltre che nel corpo Ocna raccontò ai fratelli di essere stata vittima di un
tentativo di stupro e i due la vendicarono uccidendo il ragazzo.
Quando, poco dopo, si seppe la verità, gli assassini furono incarcerati e la ragazza si uccise, mentre i cittadini vollero tributare un omaggio a Eunosto dedicandogli un tempio.
Nel borgo dei vergini affacciano vari edifici religiosi: chiesa di Santa Maria dei vergini – chiesa delle missione ai vergini – chiesa di Santa Maria Succume Miseris ai vergini.
Nelle vicinanze altre due importanti chiese: la prima è quella di Sant’Aspreno ai Crociferi nella parte dette delle “Crocelle” (detta così per la presenza dei frati di San Camillo de Lellis) mentre la seconda e’ la chiesa di Santa Maria della Misericordia ai vergini detta popolarmente della Misericordiella.
La zona dei Vergini era una zona che si trovava lungo il percorso di un torrente che scendeva dalla
collina di Capodimonte e dai colli Aminei e per questo periodicamente veniva invaso dalla grande
massa di acqua che scendeva dalle colline.
All’epoca dalla collina dei Camaldoli (450 metri di altezza) si formava un torrente piovano che
seguendo burroni e pendii sboccava a mare in tre punti diversi, lambendo le mura della città.
Un primo torrente percorreva la discesa dell’arenella, seguiva il Cavone, piazza Dante e per il tracciato di Monteoliveto sboccava a mare.
Un secondo torrente scendeva per S. Rocco, Miano, i Ponti Rossi, Arenaccia e sfociava a mare presso il ponte della Maddalena.
Poco prima dei Ponti Rossi all’altezza di Capodimonte questo ramo si biforcava dando origine al terzo torrente di acque: questo scendeva per la sanità, i vergini, via Carbonara e raggiungeva il mare presso la porta del mercato.
Fino a quando i luoghi vicini a questi torrenti erano disabitati i danni non si avvertirono ma con il formarsi del borgo della sanità il torrente divenne un flagello perchè una vera e propria fiumana
invadeva le strade trascinando con se tutto quanto incontrava nel suo percorso e scaricandolo a mare.
Gli esiti di queste antiche alluvioni si possono vedere ancora oggi poichè, talvolta sulle tabelle viarie di Napoli, possiamo vedere il nome di una strada preceduta dalla qualifica di CUPA, CAVONE, ARENA, CANALE, CANALONE.
Era chiamato CANALE o CANALONE (a seconda della lunghezza o larghezza) la cavità naturale formato dal fluire delle acque.
Dove il canale si incassava formava una CUPA e dove questa era più ridotta e profonda diventava un CAVONE.
L’ARENA era invece un canale molto largo, poco profondo ed il letto sabbioso il quale una volta
asciutto per mancanza di acqua diventava un ARENAIO (come piazza Arenella).

La lava!!! La lava!!! Così la popolazione del quartiere Sanità che conviveva con queste alluvioni, dava l’allarme per scappare ai piani più alti dei palazzi per mettersi in salvo, dalla umana d’acqua e detriti che scendeva con un impeto spaventoso.
Per ovviare a questo fenomeno (la lava dei vergini) il torrente fu incanalato in un collettore che traforando la collina di Miradois usciva presso piazza Ottocalli e si immetteva nell’alveo dell’Arenaccia.
Ma ben presto per il continuo accrescimento della città risultò insufficiente.
Inoltre nel 1767 in occasione della costruzione di via Foria (dal nome del palazzo Forino) il tratto attraversato dal torrente nell’allora Largo delle pigne (attuale piazza Cavour) fu spianato, abbassando di oltre due metri il livello della strada.
Ma nonostante tutto la lava dei vergini implacabile continuava a provocare disastri.
Scrive Eleonora Puntillo nel suo libro: “La Lava dei Vergini era qualcosa di tremendo e di spettacolare, una sciagura ormai secolare da cui gli abitanti si difendevano con la fuga, riparando ai piani alti delle case, passandosi a gran voce l’allarme quando la pioggia si faceva intensa e faceva prevedere l’arrivo della piena”.
La sanità oltre che arena, per il fondo sabbioso la poco profondità e larghezza poteva considerarsi
un Cavone per le sue alte pareti.
Guido Martone, dirigente comunale encomiabile, così raccontò: “La strada trasformata in umana era una vista terribile.
Per osservare il fenomeno, non appena iniziò una intensa pioggia di settembre, chiesi ospitalità a una famiglia, che abitava al primo piano nei pressi di piazza Vergini, e attesi alla finestra.
L’acquazzone imperversava sempre più intenso, sentii urlare più volte ‘a lava! ‘a lava!, un grido
man mano più vicino mentre venivano calate saracinesche e chiusi in fretta i battenti di negozi, portoni e bassi.
Davvero impressionante con i chiusini che saltavano, la pavimentazione che si gonfiava ed
esplodeva.
Il torrente carico di detriti correva trascinando tutto quello che incontrava da via Fontanelle e
da via Sanità, dalla zona di San Gennaro dei Poveri, dalle pendici di Capodimonte e da quelle di
Materdei, spazzava piazza Vergini e si buttava su via Foria raggiungendo piazza Carlo III e piazza
Garibaldi”.
Una volta terminata la piena, lasciava comunque le strade allagate e impraticabili e per passare da un marciapiede all’altro bisognava imbastire tavole di legno su cui attraversare e funi di sostegno a cui aggrapparsi per evitare di cadere.
La abitazioni e i negozi al piano terra erano tutte protette da scalini rialzati per evitare che l’acqua potesse entrare (ancora oggi si possono vedere questi ingressi rialzati a protezione della lava).
Martone (allora direttore del servizio fognature del comune) studiò la zona, verificò di persona la rete delle fogne che risalivano all’800 ed erano percorribili e scoprì l’intoppo: una confluenza tra un canale scolmatore e la galleria sotterranea costruita per portare la “lava” dei Vergini verso il
mare era bloccata e faceva da tappo.
La confluenza bloccava il bacino.
L’acqua non defluiva e provocava l’alluvione.
Fece deviare lo scolmatore liberando la galleria sotterranea e fece costruire un collettore pedemontano alle Fontanelle destinato a raccogliere in una vasca di sedimentazione i detriti che venivano portati via dopo ogni pioggia.
Cosi finalmente si riuscì a liberare la sanità dalla “lava dei vergini”

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