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oDiabolik 19/11/2017 ore 07:48 Quota

Emozionato Echi nel silenzio

Dal Garda al Pasubio i luoghi che fecero da scenario alla Grande Guerra, un ponte tra memoria storica e paesaggio attuale.

Fotografie e testi di Andrea Contrini




Nella foto: Reticolati del caposaldo austro-ungarico di Monte Nagià-Grom sovrastanti la Vallagarina, dove correvano le prime linee.
«Guerra e bellezza paesaggistica sono aspetti in netto contrasto» scrisse sul suo diario il tenente dei Kaiserjäger Felix Hecht von Eleda(1), di stanza in quest'area pochi mesi prima di cadere durante i combattimenti sul Corno di Cavento.
(1)Felicht Hecht, Diario di guerra dal Cadria e dallo Stivo, Società di studi trentini di scienze storiche, Trento, 1983

Tutte le immagini di questo servizio sono tratte dal libro fotografico "Echi nel silenzio", di Andrea Contrini.


Da tranquilla terra di confine dell'Impero austro-ungarico, luogo di vacanza dell’aristocrazia e borghesia asburgica durante la Belle Époque, il Trentino meridionale diventò una delle zone più contese del fronte italo-austriaco della Prima guerra mondiale.




Forte San Nicolò (a sinistra) e il porto a Riva del Garda.
L'apprestamento aveva la duplice funzione di tagliata stradale e batteria costiera con funzione antisbarco.
«Le posizioni del lungolago offrono uno spettacolo desolante; palme nelle trincee, reticolati sulla riva e su tutto lo specchio d'acqua deserto vedo svolazzare qualche anitra selvatica soltanto.
Il bel paesaggio verso il Brione, il vecchio San Nicolò, il Forte Garda contrasta con lo spettacolo di barche a motore e di rimorchiatori affondati, fin dall'inizio della guerra per impedire alla gente di comunicare con gli italiani».
Felix Hecht von Eleda(2) L'Alto Garda fu intensamente fortificato fin dalla seconda metà del XIX secolo.
Nonostante gli intensi bombardamenti, anche con i dirigibili, i militari presidiarono costantemente l'area nell'attesa di un attacco italiano che non sarebbe mai giunto.
(2)Felicht Hecht, Diario di guerra dal Cadria e dallo Stivo, Società di studi trentini di scienze storiche, Trento, 1983


All'alba del 15 maggio 1916 un maglio di ferro e fuoco si abbatté tra la Vallagarina e l'Altopiano dei Sette Comuni dando il via alla Strafexpedition (Spedizione punitiva) austro-ungarica.
L'operazione, che sfocerà in quella che è considerata la più grande battaglia mai combattuta in montagna, mirava a penetrare nella pianura veneta e conquistare Venezia così da isolare le Armate italiane impegnate sul fronte dell'Isonzo.
Ma dopo un dirompente successo la marea asburgica si infranse contro le difese italiane.
Monte Zugna, Passo Buole e Pasubio saranno tra i nomi che la retorica tricolore celebrerà come capisaldi di difesa della Patria.
Nei successivi due anni la lotta proseguì in un'estenuante guerra di posizione e logoramento.




Munizioni 8 × 50 mm R Mannlicher in un ricovero sotterraneo.
La guerra aveva lasciato sul terreno fortificazioni, reticolati, schegge e proiettili: un'enorme quantità di materiale di grande valore per la povera economia del dopoguerra.
Il lavoro del "recuperante" consisteva nel setacciare i campi di battaglia, raccogliere il ferro, far brillare gli ordigni per poi venderne il materiale.
Un lavoro pericoloso che, anche a distanza di anni dalla fine della guerra, aggiunse altri morti e lutti.


Fu sul Pasubio, ampio bastione naturale ad oltre 2.000 metri d'altitudine, che si consumarono le vicende più sanguinose e cruente che lo consacrarono a Montagna Sacra per le furibonde battaglie del 1916, la contrapposizione del Dente Italiano e del Dente Austriaco, l'orrore di quella selletta che li separa letteralmente ricoperta di cadaveri, le tormente di neve, le valanghe ed infine l'oscura claustrofobia della guerra di mine.




Piazzola per artiglieria contraerea sulla sommità di Monte Altissimo di Nago.
A sinistra il rifugio "Damiano Chiesa", utilizzato per tutta la durata del conflitto dalle truppe italiane.
Nel primo anno di guerra il Regio Esercito conquistò la quasi totalità del Massiccio del Baldo che, grazie alla posizione strategica, diventò un poderoso baluardo armato di artiglierie medie e pesanti con un raggio d'azione su tutto il Trentino meridionale.


Ispirandomi alle testimonianze che i combattenti hanno lasciato su diari e memorie, mi sono incamminato con la macchina fotografica alla ricerca di frammenti per capire e immaginare ulteriormente cosa fu il tratto di fronte tra il Lago di Garda ed il Pasubio.
Da questa esplorazione è nato un progetto fotografico che si è realizzato nel libro "Echi nel Silenzio - Paesaggi della Grande Guerra dal Garda al Pasubio".




Visuale notturna dalle postazioni italiane sul Baldo verso la Val di Gresta e la piana di Rovereto, dove si attestavano le linee austro-ungariche.
Nell'autunno del 1915 sul massiccio ebbe il battesimo del fuoco il Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti in cui militavano i principali esponenti del movimento futurista, decisi a mettere in pratica il credo espresso da Filippo Tommaso Marinetti in "Guerra sola igiene del mondo".
Il pittore Umberto Boccioni(3), deposta la tavolozza e imbracciato il fucile, scriverà nel freddo di una trincea: "La guerra è una cosa bella, meravigliosa, terribile!
In montagna poi sembra una lotta con l'infinito. Grandiosità, immensità, vita e morte!".
(3)Umberto Boccioni, Gli scritti editi e inediti, Feltrinelli, Milano, 1971


Oggi sono luoghi immersi nella quiete, lontani dal crepitare delle mitragliatrici e dai frenetici ritmi della vita contemporanea.
Il passato affiora nel presente con i suoi frammenti di vita e di morte di quelle migliaia di uomini che, separati dal colore della divisa e dai reticolati, si fronteggiarono col fuoco automatico delle armi moderne mentre la loro esistenza sprofondava in uno stato primordiale nell'oscurità della roccia.

Le lunghe teorie di trincee e di postazioni si confondono tra le rocce e i pini, come se l'acciaio e il cemento appartenessero da sempre al volto di montagne e boschi.

Il rumore della battaglia è impresso nel terreno e continua ad echeggiare nel silenzio.






Il Trincerone italiano di Monte Zugna (nella foto dopo i lavori di recupero) fu il primo ostacolo contro cui si arenò l'impeto della Strafexpedition. Costretti ad attestarsi in un terreno completamente scoperto, a poche decine di metri dal nemico, gli austro-ungarici crearono a loro volta un'imponente linea fortificata chiamata Kopfstellung.
"Il nemico teneva le posizioni, i camminamenti e le vie d'accesso costantemente sotto il fuoco delle bombarde e delle granate, così che il presidio, se non impegnato in servizi di guardia, doveva costantemente rimanere nelle caverne. Tuttavia, non passava giorno in cui non si contassero vittime dalla nostra parte. (…) Piccole croci di legno ricordavano i tiratori caduti.
Nel groviglio di reticolati tra le linee erano impigliati brandelli di uniformi e resti umani". Ernst Wißhaupt(4)
(4)Ernst Wißhaupt, Die Tiroler Kaiserjäger im Weltkriege 1914-1918.
Vom Fru'hjahr 1915 bis zum Kriegsende 1918, Göth, Wien, 1935




Passo Buole.
Nascoste dalla vegetazione le posizioni delle Brigate "Taro", "Sicilia" e "Padova" che, in numero nettamente inferiore, impedirono agli assalti dei Landesschu'tzen di aggirare le difese italiane sullo Zugna durante la Strafexpedition.
La propaganda italiana celebrò la vittoria consacrando la località a "Termopili d'Italia".




Incisione su una feritoia nei pressi di Passo Buole.
Asserzioni pacifiste, ostili alla politica interventista o all'autorità militare potevano far condannare l'autore a scontare diversi anni di reclusione o addirittura l'ergastolo.
Nell'arco del conflitto, sul totale dei mobilitati nell'esercito italiano si registrò un sei per cento di inquisiti per reati come indisciplina, ribellione, diserzione e sbandamento.
"Il sei per cento di inquisiti è in un esercito il sintomo di una frattura interna grave e fa supporre o che l'indisciplina e la ribellione fossero largamente diffuse oppure che una specie di incomprensione, di incomunicabilità si fosse creata fra l'autorità di comando e parte delle truppe", sostiene lo storico Alberto Monticone(5)
(5)Enzo Forcella, Alberto Monticone, Plotone di esecuzione, Laterza, Roma; Bari, 2014




La catena del Sengio Alto nelle Piccole Dolomiti, le cui cime fanno da spartiacque tra Trentino e Veneto.
A destra il Passo Campogrosso, che il generale austro-ungarico Conrad von Hötzendorf definì "Una buona porta per scendere in Italia".
Dopo la Strafexpedition l'intera area venne intensamente fortificata e presidiata dagli italiani, pronti ad infrangere un'eventuale calata nemica nella pianura veneta.




Pasubio.
Definita dal generale Cadorna "impresa da giganti, che nessun'altra opera eguaglia su tutta la fronte europea", la Strada delle 52 gallerie fu realizzata dal Genio italiano per consentire il movimento di uomini, armi e rifornimenti al riparo dell'artiglieria nemica.
I suoi 6.555 metri di lunghezza (di cui 2.335 in galleria) si fanno largo tra pinnacoli di roccia, anfratti e dirupi, testimoniando l'immane sforzo logistico e umano che portò la contesa in alta quota.






Pasubio.
L'Alpe di Cosmagnon, teatro dei violenti scontri dell'ottobre 1916 che costrinsero i Kaiserjäger a ritirarsi sulle posizioni dominanti di Monte Roite (a destra) fino alla fine del conflitto. Di quelle battaglie scriverà Guido Jakoncig(6): "Il fuoco italiano divenne sempre più forte, rimbombava come un uragano.
Il Pasubio intero, tutte le conche e i burroni apparivano sommersi dal fumo, polvere e gas. (...) Verso mezzogiorno anche la nostra artiglieria si fece viva e allora credemmo davvero di trovarci in una bolgia di streghe".
(6)Viktor Schemfil, La grande guerra sul Pasubio 1916-1918, Mursia, Milano, 1996




Il Dente Austriaco del Pasubio: scabro bastione di roccia, fortezza inespugnabile, obiettivo inconquistabile dei ripetuti quanto disperati assalti italiani del settembre e ottobre 1916.
"I duecento metri del "Dente" erano divenuti un formichio di esseri, non umani, ma soprannaturali; demoni certo, che correvano tra le rovine; sopravvivevano tra le fiammate delle bombe a mano e le eruzioni delle granate" Michele Campana(7) Cessati gli scontri, il campo di battaglia era letteralmente coperto di cadaveri italiani e austro-ungarici, amici e nemici, fratelli nella morte.
(7)Michele Campana, Un anno sul Pasubio, Libreria della Voce, Firenze, 1918




Pasubio: Cima dell'Osservatorio tra le nebbie.
Dopo le battaglie dell'ottobre 1916 sul campo di battaglia calò l'inverno, seppellendo sotto metri di neve ogni proposito offensivo.
Il gelo, le bufere e le valanghe piegarono entrambi i contendenti, "alleati contro il Padre Eterno", come dissero gli Alpini.
Il tenente d'artiglieria Fritz Weber ricorderà: "La nostra esistenza era legata al filo delle teleferiche, ma soprattutto all'opera dei portatori, i cui rischi e le cui fatiche superarono ogni immaginazione.
Intere colonne vennero travolte negli abissi da valanghe e slavine e centinaia e centinaia di uomini si smarrirono nella nebbia, scomparendo nel deserto bianco, senza lasciar traccia".




Pasubio.
Trincee austro-ungariche sul Cocuzzolo Vedetta.
Il paesaggio naturale venne piegato alle logiche della guerra di posizione: ogni cocuzzolo, avvallamento e crinale venne armato e fortificato.
Sulla montagna vennero a crearsi due baluardi contrapposti, separati dall'arida terra di nessuno.




Pasubio.
Una targa in cemento ricorda la Compagnia Tecnica del 4° Tiroler Kaiserjäger che tra il 1917 ed il 1918 realizzò la Kanzel Stellung (Postazione del Pulpito).
Il potere distruttivo dell'artiglieria, reso ancor più micidiale dall'effetto delle granate esplose tra pietre e rocce, trasformate a loro volta in letali e imprevedibili proiettili, costrinse i soldati a cercare protezione nelle viscere della montagna.
Nei profondi dedali sotterranei si trovavano ricoveri, magazzini, posti di primo soccorso e posti di comando.
"La truppa (...) vive sepolta in queste spelonche, sgocciolanti, acri di fumo, annerite, muffose illuminate da scialbe piccole lampade elettriche.
Questa truppa non vede mai il sole, altro che in qualche momento di calma, che esce a stirarsi le membra indolenzite a scaldarsi ed asciugarsi ai raggi". Michele Campana(8)
(8)Michele Campana, Un anno sul Pasubio, Libreria della Voce, Firenze, 1918




Pasubio: cisterna colma d'acqua in una caverna italiana.
Gli italiani sopperirono alla mancanza di sorgenti sul Pasubio con un acquedotto che, superando un dislivello di circa 1.400 metri, riforniva tutte le posizioni in alta quota.
La guerra in montagna sollevò problemi logistici e tecnici prima ancora che bellici.
Entrambi gli eserciti dovettero innanzitutto trovare soluzioni per consentire la permanenza di migliaia di uomini in luoghi sperduti e poco accessibili, dove il clima e le caratteristiche del terreno avrebbero reso difficile la sopravvivenza anche in tempo di pace.




Il Corno di Vallarsa visto da Quota 1.801, dalle cui posizioni i Landesschu'tzen contrattaccarono gli Alpini che il 10 luglio 1916 tentarono invano la conquista del monte.
Tra i prigionieri catturati dagli austro-ungarici spiccava un nome illustre: Cesare Battisti, irredentista, ex deputato alla Dieta di Innsbruck e combattente volontario per la causa italiana.
Portato a Trento, due giorni dopo venne impiccato per tradimento.
L'eco di quel "sacrificio" fu enorme e da allora il Corno di Vallarsa divenne Corno Battisti.




Pasubio.
Ricovero nei Roccioni della Lora.
Era la sera del 5 settembre 1917 quando un'enorme lastra di roccia, resa instabile dai precedenti bombardamenti, si staccò dalle pareti della Lora e travolse i sottostanti baraccamenti italiani, portando con sé nei baratri della Val delle Prigioni oltre duecento tra Alpini, fanti e specialisti.
Anche la grande montagna volle riscuotere il suo tributo di sangue.




Pasubio.
Il sistema sotterraneo del Dente Austriaco.
Vista l'impossibilità di avanzare in superficie con la fanteria, i comandi austro-ungarici (e successivamente anche quelli italiani) decisero per la più oscura e claustrofobica delle guerre: quella sotterranea.
Con i suoi 270 metri di lunghezza, la galleria Ellison sprofondava fin sotto il Dente Italiano con l'intento di far saltare in aria il nemico con le mine.
Tra il settembre 1917 ed il marzo 1918 sul Pasubio vi furono ben dieci esplosioni, cinque austro-ungariche e cinque italiane.




L'acrocoro sommitale del Pasubio con il Dente Italiano in primo piano.
Nella notte del 13 marzo 1918 i Kaiserjäger affacciati alle loro trincee assistettero all'esplosione di 50.000 kg di dinamite e clorato che ridusse in macerie il fronte settentrionale del Dente Italiano.
Tra di loro Josef Seelos(9) ricorda: "La terra comincia a tremare, respira pesantemente come un moribondo. Un terribile boato sotterraneo, un rombo, un fragore.
Uno schianto.
Un secondo rabbioso tremito e lo scoppio lacera l'aria - arrivano i sassi.
(...) Il Dente Italiano è un mare di fuoco!
Verdi, rosse e blu guizzano le fiamme, esplodono i gas dal nero ammasso di rovine".
Nonostante gli incredibili sforzi, le sofferenze ed i morti, la guerra di mine non contribuì a spostare il fronte di un solo centimetro.
Fu solo in una gelida notte del novembre 1918, dopo che l'armistizio fu firmato a Villa Giusti, che i Kaiserjäger si ritirarono da quelle cime così duramente difese per quasi due anni e mezzo e gli italiani avanzarono verso Trento senza sparare un colpo. Si stima che furono 10.000 a non fare ritorno dal Pasubio.
(9)Josef Seelos, Auf Ruhmespfaden der Tiroler Kaiserjäger, Reichsbund der Osterreicher, Wien, 1929
2436408
Dal Garda al Pasubio i luoghi che fecero da scenario alla Grande Guerra, un ponte tra memoria storica e paesaggio attuale....
Discussione
19/11/2017 07:48:53
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GustavoG
Amministratore
GustavoG 19/11/2017 ore 10:04 Quota

(nessuno) Echi nel silenzio

@oDiabolik :



Strada delle 52 gallerie al Pasubio (strada della Prima Armata)
1965.bellavita
Partecipante
1965.bellavita 21/11/2017 ore 17:44

(nessuno) Echi nel silenzio

per i soldati la prima guerra mondiale fu terribile e' dire poco inimmaginabili gli orrori l'abitudine alla paura alle morti inutili volute dagli alti comandi per spostare di qualche centinaia di metri in avanti o indietro la linea del fronte...........

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