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oDiabolik 04/01/2019 ore 07:45 Quota

Domanda Possiamo permetterci l'olio di palma?

La grande domanda sta provocando danni all'ambiente e alla fauna selvatica.
Ma lo stato africano del Gabon spera di dimostrare come si possa creare un'industria salvaguardando le proprie foreste.

di Hi Llary Rosner - fotografie di David Guttenfelder e Pascal Maitre




In questa foto: MALESIA
I frutti della palma da olio colti a mano vengono trasportati dai camion a un frantoio. Questa palma produce più olio per ettaro rispetto ad altre colture. L'impennata nella domanda ha comportato un'estesa deforestazione e grandi perdite di fauna selvatica in Indonesia e Malaysia, i due maggiori produttori.


Nel sud-ovest del Gabon la foresta primaria si estende per centinaia di chilometri. È un mattino di gennaio e da un'imbarcazione lunga e stretta approdo su una sponda del fiume Ngounié insieme ad alcuni dipendenti della Olam, azienda agroalimentare di Singapore.
Seguendo alcune orme d'elefante ci inoltriamo nella foresta fra alberi antichi e svettanti, nidi di scimpanzé, escrementi semi- freschi di gorilla.

Sopra di noi c'è un viavai di scimmie. Poi un giovane guardaboschi della Olam si sfila gli scarponi e a piedi nudi si arrampica su un tronco, dal quale scende poco dopo con alcuni frutti rosa. Più avanti troviamo manghi selvatici, noci di cola, una corteccia che odora d'aglio.

In una radura screziata dalla luce solare qualche pesce sguazza in uno stagno; sugli alberi intorno si vedono i graffi lasciati da zanne di elefante. Essere qui, sotto questa luce obliqua, e immaginare che tutto ciò possa essere raso al suolo stringe il cuore.

Questa non è né una riserva né un parco, ma un'area della piantagione di palme da olio di Mouila, gestita dalla Olam. Fossimo in Indonesia o in Malaysia (i due maggiori produttori di olio di palma), forse avremmo visto taglialegna e bulldozer in procinto di abbattere la giungla per far posto a file uniformi di palme. La palma da olio, che sotto le chiome ribelli si carica di giganteschi grappoli di frutti rossi, è una coltura antichissima.

Da millenni l'uomo ne cuoce e pesta i frutti per ricavarne olio da cucina, usa i gusci dei noccioli come combustibile e le foglie intrecciate per farne di tutto, da una cesta a un tetto.

Negli ultimi decenni, però, si è assistito a un boom dell'olio di palma, dovuto sia alla sua versatilità e consistenza cremosa (lo si trova in molti prodotti alimentari di largo consumo), sia alla capacità produttiva della pianta, che per fornire una data quantità d'olio necessita della metà del terreno rispetto ad altre colture, come per esempio la soia.




In questa foto: REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Operai di un frantoio nella Repubblica Democratica del Congo alle prese con i frutti di palma ammorbiditi col vapore prima della spremitura. La palma da olio, Elaeis guineensis, è originaria dell'Africa occidentale e centrale. Le piantagioni si stanno espandendo in questa regione: se ci fosse un boom invaderebbero habitat vitali per primati, elefanti e altre specie minacciate.


Oggi l'olio di palma è il più diffuso degli oli vegetali, dei quali copre un terzo dei consumi globali.
In India e in altri paesi viene comunemente usato per cucinare, ma come ingrediente è presente un po' dovunque, essendo contenuto in prodotti di ogni genere: biscotti, pasta per pizza, pane, rossetti, creme, saponi.

C'è dell'olio di palma persino in alcuni biodiesel definiti ecologici: nel 2017, il 51 per cento dell'olio di palma consumato in Europa è stato usato come combustibile.

La domanda di olio di palma continua ad aumentare in tutto il mondo. L'India, con il 17 per cento del totale globale, è il paese che ne usa di più, seguita da Indonesia, Ue e Cina; gli Usa sono all'ottavo posto in classifica. Si stima che nel 2018 il consumo complessivo raggiungerà i 65,5 milioni di tonnellate, ovvero circa 9 chilogrammi di olio a persona. Ma le soluzioni adottate per soddisfare questa domanda hanno avuto ripercussioni enormi.

Sul Borneo, l'isola condivisa da Malaysia e Indonesia, per lasciare spazio alla palma da olio sono stati sacrificati dal 1973 a oggi 41 mila chilometri quadrati di foresta pluviale; si parla di un quinto del territorio disboscato sull'isola dal 1973, che sale al 47 per cento se il calcolo parte dal 2000.

Un disboscamento così massiccio ha avuto effetti devastanti per la fauna. Nel periodo 1999- 2015 sono morti quasi 150 mila oranghi del Borneo già dichiarati in pericolo critico e, benché le cause principali fossero il taglio dei boschi e la caccia, determinante è stata la produzione di olio di palma. Anche il cambiamento climatico ne risulta esacerbato: in Indonesia quasi la metà delle emissioni di gas serra, come pure il grave inquinamento dell'aria, sono conseguenza della deforestazione e di altre alterazioni nell'uso del territorio.

Sempre in Indonesia, i fumi degli incendi nelle foreste, appiccati talvolta per fare spazio a piantagioni di palma da olio, hanno causato almeno 12 mila morti premature solo nel 2015.

Chi ha dovuto fare i conti con una piantagione ne ha sofferto anche in altri modi: ben documentati sono i casi di lavoro minorile e gli sgomberi forzati.

Sull'isola indonesiana di Sumatra le aziende produttrici di olio di palma hanno raso al suolo interi villaggi, lasciando gli abitanti senza un tetto sopra la testa e costringendoli a dipendere dai sussidi statali.




In questa foto: BENIN
L'olio di palma è fin dall'antichità un alimento base in Africa occidentale e ha dunque origini artigianali. Nel Benin viene ancora prevalentemente prodotto dalle donne per uso domestico, cuocendo il frutto e pestandone la polpa. Nella foto, una donna separa fibre e gusci dei frutti dal liquido oleoso, che verrà cotto nuovamente per chiarificare l'olio.


Queste miopi aggressioni al territorio sono proprio ciò che si cerca di evitare nel Gabon.
Il paradiso terrestre che ho visitato non sarà annientato: la Olam lo tutela in base a un accordo con il governo che la autorizza a coltivare la palma da olio in altre parti della concessione.

"Qui nel Gabon stiamo tentando di individuare un percorso nuovo di sviluppo grazie al quale, anziché abbattere tutta la foresta, si riesca a mantenere un equilibrio fra palma da olio, agricoltura e salvaguardia forestale", dice Lee White, biologo della conservazione a capo dell'ente nazionale per la gestione dei parchi.

Il paese, che ha una popolazione inferiore ai due milioni di abitanti, sta iniziando a praticare l'agricoltura su scala industriale e il governo ha voluto avvalersi di valutazioni scientifiche per stabilire quali aree delle sue immense foreste abbiano un alto valore ambientale e quali invece si possano aprire alla palma da olio.

Come nel Sud-Est asiatico, anche in Africa si continuerà a coltivare la palma; i paesi produttori dipendono dalle entrate che genera l'olio di palma e imporre un divieto al suo consumo sarebbe un'imprudenza, perché le altre colture da olio sottraggono ancora più terra.

Oltretutto sarebbe futile, perché l'olio di palma ha un uso vastissimo; molto spesso viene trasformato in vari ingredienti oscuri ai più, come il laurilsolfato di sodio e l'acido stearico. È improbabile che se ne riesca a ridurre drasticamente il consumo; l'unica è diminuire gli effetti negativi della sua produzione.

Benché l'epicentro di questa produzione siano oggi Indonesia e Malaysia, la pianta di Elaeis guineensis non ha origini asiatiche: proviene infatti dall'Africa occidentale e centrale, dove gli archeologi hanno scoperto noci di palma di 3000 anni fa sepolte nei letti di corsi d'acqua nel fitto della foresta.

I mercanti britannici importarono olio di palma africano durante tutto l'Ottocento per usarlo in una serie crescente di prodotti, dal sapone alla margarina.




In questa foto: INDONESIA
L'ultima frontiera indonesiana per l'olio di palma è sull'isola della Nuova Guinea; foreste e torbiere del Borneo e di Sumatra sono già state ampiamente distrutte per far spazio alle piantagioni. Secondo Greenpeace, una parte di questa nuova coltivazione nella provincia della Papua viola una moratoria sul disboscamento.


Poi, non appena si scoprì come separare la glicerina dall'olio, le applicazioni si moltiplicarono: prodotti farmaceutici, pellicola fotografica, profumi, perfino la dinamite.

All'inizio del Novecento la palma da olio era approdata in Indonesia e le piantagioni commerciali avevano preso piede; verso la fine degli anni Trenta occupavano 100 mila ettari di terreno.

Nell'arco di circa 50 anni importanti progressi in campo agricolo - la riproduzione di palme resistenti a un patogeno diffuso, l'uso di una specie africana di punteruolo per l'impollinazione - portarono raccolti più abbondanti e una fioritura di investimenti. Ciò nondimeno, negli anni Settanta la superficie del Borneo era ancora ricoperta per tre quarti da rigogliose foreste pluviali. Ma con l'aumento della domanda globale di olio di palma le aziende in corsa per garantirne la fornitura rasero al suolo alcune di quelle foreste.

Il boom fu alimentato sia dalle preoccupazioni sui danni alla salute provocati dagli acidi grassi trans - sostituiti dall'olio di palma in molti prodotti - sia dalla forte richiesta di biodiesel. E così nei primi anni Duemila migliaia di chilometri quadrati di foreste e torbiere del Borneo furono piantati a palma da olio.

All'epoca cominciavano a crescere le pressioni contro i disboscamenti operate da gruppi ambientalisti; tra questi, il Wwf collaborò con alcuni dei maggiori produttori e acquirenti all'individuazione di criteri di condotta per una produzione più responsabile. Le piantagioni certificate dalla Tavola rotonda per l'olio di palma sostenibile (Rspo) non possono abbattere "foreste primarie o aree caratterizzate da consistenti concentrazioni di biodiversità o da ecosistemi delicati".

Devono inoltre minimizzare l'erosione e salvaguardare le fonti idriche, nonché garantire un salario minimo e ottenere un "libero e preventivo consenso informato" dalle comunità locali. Oggi la Rspo certifica circa un quinto dell'offerta globale di olio di palma. Molte aziende che lo utilizzano - Unilever, Nestlé, Procter & Gamble - si sono impegnate a ricorrere nei prossimi anni solo a olio di palma certificato. Sicuramente è un grande passo avanti. Ma non basta.




In questa foto: INDONESIA
Alcuni operai della Borneo Orangutan Survival Foundation liberano un orango su un'isola protetta. Il primate, cresciuto nella riserva di Nyaru Menteng dopo aver perso la sua dimora nella giungla, sta seguendo un percorso di riabilitazione per poter tornare in natura, sempre che nella foresta pluviale si riesca a trovargli un territorio abbastanza grande.


Essenziale è l'intervento statale nei paesi produttori, intervento che molto spesso, però, manca ancora. "Nella comunità ambientalista siamo stati fin troppo ottimisti a pensare che la questione si sarebbe risolta attraverso soluzioni basate sul mercato", dice John Buchanan, responsabile del programma per la sostenibilità dei mercati agroalimentari di Conservation International.

"Se lo Stato non è coinvolto o non è in grado di intervenire o non sa cosa sta facendo", dice Buchanan, la foresta pluviale resterà sotto assedio. È un pomeriggio umido e sparuti gruppi di elefanti stanno pascolando lungo le acque torbide del fiume Kinabatangan, vicino alla punta nordorientale del Borneo.

Mentre il Sole comincia a calare dietro le cime degli alberi, i gruppi convergono sulla riva fangosa e poco dopo una fila ordinata di circa 50 elefanti sta già attraversando a nuoto il fiume ampio e veloce; le teste gigantesche dondolano, spruzzando acqua dalle proboscidi.

Nel Sabah, lo Stato malese situato nella porzione settentrionale del Borneo, il Kinabatangan è uno dei luoghi in cui è più facile avvistare animali selvatici. I turisti possono ammirare famose specie rare - l'elefante pigmeo del Borneo, la nasica, il bucero rinoceronte e persino l'orango - dalle imbarcazioni che solcano il fiume, senza neanche sporcarsi le scarpe. È emozionante osservare questi animali negli spazi aperti fra la vegetazione. Ma avvistarli è così facile perché non hanno altro riparo.

Per chilometri e chilometri tutt'intorno al fiume la foresta è stata spazzata via dalle piantagioni di palma da olio; mentre lungo la strada sfila una processione di autobotti cariche di olio di palma, si può guidare per ore senza quasi incontrare altre specie arboree. Negli anni Settanta lo Stato del Sabah volle affrontare il pluridecennale problema dell'eccessiva dipendenza dal legname locale incrementando l'agricoltura; furono così individuate grandi distese di terreno fertile nelle foreste di pianura - compresa la zona del Kinabatangan - da destinare alle coltivazioni.

"Si partiva dal presupposto che bisognasse riservare all'agricoltura le terre migliori ", dice John Payne, biologo della conservazione che vive nel Sabah dal 1979. Durante tutti gli anni Ottanta i terreni agricoli del Sabah furono in gran parte coltivati a cacao; ma quando il calo dei prezzi in tutto il mondo e un insetto infestante della drupa chiamato Conopomorpha cramerella ne resero meno redditizia la coltivazione la maggior parte delle piantagioni passò dal cacao alla palma da olio.

I terreni costavano poco e le aziende del continente cominciarono ad appropriarsene impiantando frantoi e altre infrastrutture. A quel punto ebbe inizio la vera deforestazione su grande scala.




In questa foto: MALESIA
Un operaio raccoglie frutti di palma in una piantagione del Sarawak, uno dei due Stati malesi sull'isola del Borneo. Quelli in foto sono alberi maturi di circa 25 anni che saranno presto abbattuti e sostituiti; con l'età producono meno frutti e quando sono alti la raccolta diventa più difficile.


Oggi la palma da olio ricopre un quinto della superficie del Sabah, che produce più del 7 per cento dell'olio di palma commercializzato nel mondo.

L'operazione ha avuto un costo ecologico altissimo: molti frammenti di foresta sopravvissuti al taglio restano separati gli uni dagli altri, isole di giungla all'apparenza intatte ma perlopiù prive di vita animale. "Quella che una volta era l'area più densamente popolata di oranghi è ormai tutta palme da olio", dice Payne.

Davanti a questa perdita immensa sembra difficile trovare speranza. Ma oggi nel Sabah un gruppo formato da studiosi, attivisti, membri della Rspo ed esponenti governativi sta cercando di rimediare agli errori del passato. Payne è oggi a capo della Palm Oil & NGO (Pongo) Alliance, una coalizione di ong e industrie che punta a riconvertire in foresta per gli oranghi il 5 per cento delle maggiori piantagioni del Borneo (il nome Pongo designa il genere cui appartengono questi primati).

Hutan, l'organizzazione ambientalista che mi ha portata sul Kinabatangan, ha piantato negli ultimi dieci anni oltre 100 mila alberi di 38 specie diverse per tentare di salvaguardare un corridoio biologico lungo il fiume. E fino a tempi recenti il dipartimento forestale del Sabah è stato diretto da Sam Mannan, sovrintendente capo alle foreste.

Sotto la sua guida la superficie delle aree protette è stata portata dal 12 al 26 per cento del territorio statale, raggiungendo gli oltre 19 mila chilometri quadrati nell'ultimo decennio. L'obiettivo di Mannan era arrivare al 30 per cento entro il 2025 collegando parchi, riserve faunistiche e altre porzioni di foresta di proprietà statale tramite il reimpianto di corridoi da destinare al movimento della fauna.

Mannan crede nella collaborazione con i produttori di olio di palma. "Senza le palme da olio la salvaguardia ambientale nel Sabah sarebbe a rischio".

Nel Sabah, solo il petrolio genera più entrate rispetto all'olio di palma. "È tutto denaro che torna all'ambiente", aggiunge Mannan.

Ma se non ci fossero palme da olio, commento, forse non sarebbe necessario tutto questo denaro per proteggere l'ambiente.

"Forse", risponde Mannan. "Però saremmo poveri". Il boom dell'olio di palma ha contribuito ad apportare evidenti benefici economici al Sabah: strade asfaltate, scuole migliori, tv satellitare.

In agosto Mannan è stato licenziato dal nuovo governo del Sabah, che aveva avviato un'inchiesta su possibili accordi illeciti riguardanti il commercio del legname sanciti dall'amministrazione precedente.

Durante il suo mandato quasi ventennale Mannan era riuscito a pestare i piedi a entrambe le parti coinvolte nel dibattito sull'olio di palma in Malaysia; molti ambientalisti, però, lo consideravano un leader "lungimirante, coraggioso ed efficace", commenta Payne.

Alla fine la cultura dell'industria dell'olio di palma dovrà cambiare, dice Darrel Webber, amministratore delegato della Rspo.




In questa foto: MALESIA
Questa pala meccanica solleva grappoli di frutti da caricare su un nastro trasportatore collegato con un forno a vapore. La produzione di olio di palma è molto più meccanizzata in Asia che in Africa. Questo frantoio malese, attivo h24, riesce a lavorare ogni ora 40 tonnellate di frutti.


Col sostegno di Mannan, lo stesso Webber e l'attivista malese Cynthia Ong si sono imbarcati nell'ambizioso progetto di favorire questo cambiamento. Il loro obiettivo è insegnare a tutti, dal piccolo proprietario al grande capitano d'azienda, come e perché produrre meglio l'olio di palma, fino a certificare la sostenibilità dell'intera produzione del Sabah.

Lo Stato si augura di arrivare alla certificazione completa entro il 2025, anche se è ancora da vedere come. "Impariamo strada facendo", dice Ong.

Nella zona del Kinabatangan e in altre regioni la non-profit Wild Asia sta organizzando in gruppi centinaia di piccoli proprietari che insieme possono essere certificati e vendere i frutti di palma a un frantoio a sua volta certificato; il progetto si avvale dell'aiuto economico di Nestlé, grande consumatrice di olio di palma ma priva di piantagioni proprie.

Gli agricoltori spuntano prezzi migliori e i membri della Rspo, come la Nestlé, hanno modo di tracciare la provenienza dell'olio.

"Vogliamo che diventi un elemento della filiera", dice Kertijah Abdul Kadir, della Nestlé. A partire dal 2011 Kadir ha anche sovrinteso alla messa a dimora di circa 700 mila alberi su un'area di 2.500 ettari lungo il Kinabatangan. Sempre nel Sabah, la Wilmar, maggior fornitore mondiale di olio di palma e anch'essa nella Rspo, sta ripiantando foreste per proteggere spartiacque e creare corridoi biologici.

La riforestazione è lenta e costosa, e richiede molto lavoro, ma è pur sempre un inizio. C'è chi critica la Rspo sostenendo che la collaborazione con aziende responsabili della perdita di foreste getti un'ombra su tutta l'impresa.

Uno dei requisiti principali per la certificazione è che si smetta di disboscare; ma così, lamentano, si fissa l'asticella troppo in basso. Dalla Rspo, Webber, che un tempo lavorava per il Wwf, ribatte paragonando l'industria dell'olio di palma a san Paolo sulla via di Damasco: "Che si fa, si perdona un grande peccatore perché potrebbe rivelarsi un missionario eccezionale, o i peccatori vogliamo tenerli tutti fuori?", chiede Webber.
"Quale cambiamento porterebbe? Bisogna coinvolgere tutti".

Nell'ultimo decennio, prosegue Webber, un numero crescente di aziende ha accettato l'idea che un cambiamento sia indispensabile.
"Ma sono anche in tanti a negarlo. Sta a noi convincerli, e ci vorrà del tempo".




In questa foto: GABON
In questo paese dell'Africa occidentale la Olam, gigante agroalimentare di Singapore, ha inaugurato due nuove piantagioni di palma da olio. La foresta ricopre tre quarti del paese e l'agricoltura commerciale è quasi inesistente. Il Gabon vuole sviluppare il settore con colture quali la palma da olio, ma senza arrecare danni all'ambiente come accaduto in Asia.


L'olio di palma sta tornando a casa nel Gabon, uno dei paesi africani più ricchi di foreste, e si profila all'orizzonte un boom. Situato all'Equatore, sulla costa occidentale dell'Africa, il Gabon è poco più grande dell'Italia continentale e ha un trentesimo della sua popolazione. Oltre il 76 per cento del territorio è ricoperto di foreste e l'11 per cento ricade in parchi nazionali protetti.

"È proprio il tipo di grande foresta incontaminata che si vuole proteggere da qualsiasi genere di sviluppo", dice Glenn Hurowitz, amministratore delegato di Mighty Earth, un'organizzazione ambientalista di Washington che ha criticato le operazioni della Olam nel Gabon. "Di territori degradati ce ne sono tanti. Perché impiantare le proprie piantagioni di palma da olio in paesi che hanno tanta foresta viva?". Si potrebbe rispondere che è lo stesso Gabon a volerlo.

L'ex colonia francese è quarta in classifica per Pil pro capite tra i paesi dell'Africa sub-sahariana, ma gran parte delle sue entrate derivano dal petrolio. Quindi ha bisogno di diversificare. Hurowitz sostiene tuttavia che dovrebbe puntare sull'ecoturismo.
È un paese abbastanza sicuro, con parchi e risorse naturali spettacolari; però ha poche piste d'atterraggio, strade a malapena adeguate e scarsi alloggi.

Le possibilità per incrementare il turismo sono enormi e non a caso l'Agence Nationale des Parcs Nationaux (Anpn), l'ente parchi nazionale, si sta muovendo in questo senso. Ma il Gabon non ha solo bisogno di turismo. Il paese importa buona parte delle sue derrate alimentari: farina e latte provengono dalla Francia, il manzo da India e Brasile.

Il governo del presidente Ali Bongo Ondimba, che nel 2016 si è visto rinnovare il mandato per altri sette anni dopo aver vinto una discussa tornata elettorale, vuole inserire nell'economia l'agricoltura commerciale, compresa la produzione di olio di palma. E ciò richiede disboscamento.

Davanti al conflitto di esigenze insorto sull'uso del suo territorio, il governo si è imbarcato in un progetto tentato solo da pochi altri paesi: un piano territoriale nazionale. Lee White, direttore dell'Anpn e uno dei consiglieri più vicini al presidente - di origine inglese, vive nel Gabon dal 1989 - ha sovrinteso alla mappatura del territorio nazionale e della sua fauna selvatica e all'individuazione delle aree da sviluppare per uso agricolo.




In questa foto: GABON
Oltre la metà della piantagione Olam di Mouila dove questi operai stanno mettendo a dimora palme giovani è situata nella savana, scelta per evitare altri disboscamenti. Il Gabon ha messo a punto un piano che tenta di "mantenere un equilibrio fra palma da olio, agricoltura e tutela forestale", dice il direttore dell'ente parchi Lee White.


Il governo ha assegnato alla Olam due nuove concessioni per la palma da olio e in seguito le ha venduto una piantagione già esistente. La Olam opera oggi su un'area di 1.300 chilometri quadrati, equivalente allo 0,5 per cento della superficie del paese, e 557 chilometri quadrati sono piantati a palma da olio.

È un luminoso mattino di gennaio e Christopher Stewart, direttore capo per la sostenibilità della Olam, sta guidando un Suv lungo un'autostrada piena di buche a sud-est della capitale Libreville.

I camion sfrecciano carichi di giganteschi tronchi di okumè, principale esportazione del Gabon nel settore del legname, che sono in gran parte destinati alla Cina e all'Europa.

La campagna che si allarga oltre la distesa urbana della capitale è punteggiata di minuscoli villaggi e presso quasi ogni agglomerato di case, sul ciglio della strada, c'è una bancarella con banane gialle o verdi, ciotole di coloratissimi frutti della giungla, bottiglie di plastica piene di vino di palma fatto in casa; dalle rastrelliere penzolano carcasse pelose o irte di aculei di istrici, cefalofi azzurri, qualche sporadica scimmia, uno zibetto, un coccodrillo, le cosce di una gazzella.

Gran parte di questa selvaggina è illegale, il che è forse comprensibile, essendo il Gabon un paese che non produce molta carne.

A Libreville la selvaggina illegale viene offerta in molti ristoranti. E il bracconaggio è un grosso problema per la Olam: abitanti del posto e operai usano le piantagioni per accedere alla foresta, dove notoriamente cacciano anche specie a rischio di estinzione.

Perciò i guardaboschi dell'azienda pattugliano la foresta protetta e ai cancelli della piantagione i sorveglianti perquisiscono le automobili in uscita. A due ore e mezzo d'auto da Libreville imbocchiamo una strada di terra rossiccia che porta alla piantagione di Awala.

La zona è caratterizzata da foresta secondaria ed è uno dei luoghi del Gabon in cui è iniziato il taglio degli alberi. Qui lo Stato ha concesso alla Olam circa 20 mila ettari di terreno; l'azienda ha piantato palme da olio su circa un terzo di questa superficie, un altro terzo è costituito da un unico blocco di foresta protetta e l'area restante è suddivisa in porzioni più piccole.

Dentro la piantagione è facile perdere l'orientamento tra le file e file di palme scandite da sterrate indistinguibili l'una dall'altra. In fondo a ciascuna fila gli operai hanno accatastato grappoli di frutti.

Nel pomeriggio altri operai li caricheranno sui camion diretti a un frantoio che lavora 45 tonnellate d'olio all'ora. Più a sud, nella piantagione Olam di Mouila, c'è un frantoio più grande che ne produce addirittura il doppio. Oltre la metà dell'estensione di Mouila piantata a palma era aperta savana; i ricercatori nel 2017 vi hanno scoperto la presenza di un'antilope rara, la redunca dei canneti.




In questa foto: GABON
Giardinieri della Olam sono al lavoro fra le piantine di un vivaio di palme da olio. L'economia del Gabon si basa prevalentemente sul petrolio e il paese importa gran parte dei generi alimentari che consuma. Il governo considera l'agricoltura industriale un elemento importante nel futuro della nazione.


L'animale sta aiutando White a giustificare la creazione di un nuovo parco nazionale. Prima di entrare nella Olam, Stewart, che ha un Ph.D. in ecologia, ha collaborato all'avviamento del programma Rspo nel Sud-Est asiatico. Tornando in barca dalla foresta primaria di Mouila parliamo della devastazione che si sta compiendo in Indonesia: parlandone gli viene un nodo in gola; invece è orgogliosissimo della salvaguardia ambientale portata avanti dalla Olam nel Gabon.

Arrivati su un'altura della piantagione, saliamo sul tettuccio del suo furgone. Davanti a noi le file di palme da olio si allungano fin quasi all'orizzonte in una panoramica a 180 gradi: una veduta monocroma che sotto il sole cocente disorienta.

Ancor più impressionante è la mappa che Stewart ha in mano: questa parte della piantagione copre un'area di quasi 16 mila ettari; in questo momento ne stiamo vedendo meno del 7 per cento. Da ecologo qual è Stewart non sopporta l'idea che gli alberi vengano abbattuti.

Però, dice, "so che a lungo andare è nell'interesse del Gabon che questi progetti vengano realizzati nel posto giusto, siano condotti bene e dimostrino quali risultati può dare un'agricoltura ben gestita e pianificata".

White concorda. La Olam, dice, non sta mettendo a repentaglio le aree protette: "Mi sta aiutando a creare altri parchi nazionali". Tremila anni fa le popolazioni bantu stanziate nel Camerun cominciarono a migrare lungo la costa atlantica verso il Gabon, portando con loro palme da olio. Quei primi agricoltori avevano ricoperto di palmeti ampie parti del Gabon e del Congo settentrionale già
1.500 anni fa. "Probabilmente l'Africa centrale era come l'Indonesia oggi", dice White: "Ora il ciclo sta ricominciando".

"I nostri provvedimenti gestionali dimostreranno se avremo di nuovo distrutto la foresta o se siamo in grado di mantenere un equilibrio". Anche se l'equilibrio è spesso un obiettivo sfuggente per il genere umano.
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La grande domanda sta provocando danni all'ambiente e alla fauna selvatica. Ma lo stato africano del Gabon spera di dimostrare...
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04/01/2019 07:45:25
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Unasenzameta
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Unasenzameta 04/01/2019 ore 10:53 Quota

(nessuno) Possiamo permetterci l'olio di palma?

@oDiabolik :

Olio di palma: fa male davvero?

Olio di palma,fa male davvero? Al di là dei seri problemi ambientali che la sua produzione comporta, possiamo ritenerlo un pericolo per la nostra salute?

L’olio di palma è un grasso di origine vegetale che per le sue caratteristiche può essere paragonato al burro ed è per questo che viene utilizzato nella maggior parte dei prodotti da forno e, ahimè, anche negli alimenti per l’infanzia e nel latte formulato per i neonati.

Ma perché tanto successo? Proprio grazie alla sua composizione e al fatto che si tratta di un olio insapore, che non irrancidisce facilmente, resiste bene alle temperature e ha un costo basso, i produttori l’hanno ormai inserito praticamente ovunque.

Le caratteristiche che rendono questo olio tanto appetibile alle grandi industrie sono:

• basso costo

• grande resistenza alle temperature

• irrancidisce difficilmente (e quindi può tranquillamente essere utilizzato in prodotti che durano a lungo)

• È insapore

L’OLIO DI PALMA FA MALE DAVVERO?
Chi è attento alla propria salute punta il dito contro l’olio di palma soprattutto perché si tratta di un prodotto ricco di grassi saturi (45-50%) ma in realtà pochi sanno che, rispetto ad esempio al burro, alla margarina e allo strutto ne ha di meno.

Con questo non stiamo ovviamente giustificando il suo consumo, ma è bene mettere sul piatto della bilancia le cose come stanno: l’olio di palma è composto da grassi saturi e come tale va considerato, sicuramente c’è di meglio ma anche di peggio. Si può quindi scegliere di evitarlo o di limitarne molto il consumo salvo poi non cadere nell’errore di eccedere in altri prodotti altrettanto dannosi se consumati ogni giorno o in quantità considerevoli.

In proposito, il dottor Alessandro Targhetta, medico chirurgo, specialista in Geriatria e Gerontologia ed esperto in Omeopatia e Fitoterapia, ci consiglia di non superare un totale del 10% di assunzione giornaliera di grassi saturi (quindi burro, strutto, alimenti di origine animali e, ovviamente, olio di palma) che è poi la stessa raccomandazione che fornisce l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) all’interno del suo dossier sull’olio di palma in cui si esprime il parere ufficiale del ministero della Salute riguardo al tanto discusso grasso di origine vegetale.

Scegliamo allora il più possibile prodotti a base di olio extravergine di oliva, anche se negli scaffali dei nostri supermercati sono da cercare col lanternino (come alternativa, quando si ha un po’ di tempo a disposizione, c’è sempre l’autoproduzione di pane, biscotti, snack, ecc. con ingredienti più sani e genuini).

Ricapitolando l’olio di palma:

• È ricco in grassi saturi

• Non è peggiore di altri grassi come burro, strutto e margarina

• Insieme agli altri grassi saturi non dovrebbe superare un totale del 10% di assunzione giornaliera

Esistono ormai diverse alternative di prodotti da forno in cui l’olio di palma è stato sostituito da olio di girasole, altri grassi o nella migliore delle ipotesi da olio extra vergine d’oliva. Tutta la linea Coop ad esempio è ormai olio di palma free, ovvero nessun prodotto a marchio Coop può contenere più questo grasso vegetale.

COSA SUCCEDE SE CONSUMIAMO OLIO DI PALMA OGNI GIORNO
Ma quali sono i rischi di un consumo eccessivo di olio di palma e altri grassi saturi? Il problema non sta tanto in un consumo sporadico quanto piuttosto nel fatto che ovunque ci giriamo troviamo prodotti realizzati con olio di palma e dunque potenzialmente ne possiamo abusare senza neppure rendercene conto (importante in questo senso leggere sempre le etichette).

Ormai le evidenze scientifiche concordano nel ritenere i grassi saturi responsabili della formazione di placche arteriosclerotiche e di una iper-produzione di colesterolo. Dunque il principale effetto che ha il consumo di olio di palma nel nostro corpo sta nell’aumentare (soprattutto in alcuni soggetti già predisposti) il rischio di malattie cardiovascolari.

Riassumendo, l’olio di palma, se consumato in eccesso, espone a:

• formazione di placche arteriosclerotiche

• iper-produzione di colesterolo

• aumenta il rischio di malattie cardiovascolari

• rischio obesità

• alterazione dei meccanismi di sazietà

OLIO DI PALMA: ROSSO, RAFFINATO E PALMISTO
Come per tutti gli oli esistono prodotti più o meno raffinati e salutari, non è esente da questo discorso neppure l’olio di palma. Ne esistono infatti sostanzialmente 3 tipologie: quello rosso vergine, quello più tendente al giallo (raffinato) e infine l’olio di palmisto ovvero quello estratto dai semi della palma.

Tra questi 3 prodotti c’è una bella differenza. Alcuni studi che hanno esaminato l’olio di palma grezzo rosso ne hanno individuato addirittura delle proprietà benefiche ma il comune olio di palma che si trova in biscotti e merendine non è certo questo ma piuttosto l’olio raffinato se non, peggio ancora, il palmisto. Quest’ultimo in particolare è da evitare perché è ancora più ricco di grassi saturi (85%) pericolosi per la salute del nostro sistema cardiovascolare.

Quindi la prima cosa da sapere è certamente che, quando si parla di olio di palma, si può far riferimento a:

• Olio di palma grezzo rosso (puro e ricco di proprietà)

• Olio di palma raffinato (raffinato e con il 50% di grassi saturi)

• Palmisto (85% di grassi saturi)

L’OLIO DI PALMA IN ETICHETTA

Per evitare di acquistare prodotti con olio di palma o palmisto è bene imparare a dare sempre un’occhiata alle etichette di tutti i prodotti che acquistiamo e lasciarli sugli scaffali ogni volta che troviamo inserito qualche ingrediente che non ci convince oppure se la lista è troppo lunga. Noto il suggerimento a proposito del professor Franco Berrino, oncologo:

“Quando andate al supermercato andateci sempre accompagnati dalla vostra bisnonna (immaginatevela se non l’avete più) e tutto quello che la vostra bisnonna non riconosce come cibo… non compratelo. Leggendo l’etichetta se ci sono sostanze che lei non capisce… non compratelo. Se ci sono più di 5 ingredienti… non compratelo. Se c’è scritto che fa bene alla salute… non compratelo”.

Come possiamo difenderci quindi? Il dottor Raniero Facchini, specialista in chirurgia dell’apparato digerente, sottolinea l’importanza di leggere bene le etichette per capire di fronte a quale grasso ci stiamo trovando:

“in teoria sulle etichette alimentari non dovremmo più trovare la scritta “olio vegetale” ma in realtà non tutti i produttori si sono ancora adeguati alle nuove diciture. Se trovo questa scritta devo stare sicuramente attento perché il produttore probabilmente ha qualcosa da nascondere. Posso però anche trovare la scritta “grasso di palma” e comunque mi viene il dubbio che si tratti di olio di palmisto, o proprio apertamente olio di palmisto in qual caso il prodotto è da evitare assolutamente”.

Consigli che tutti noi dovremmo ricordaci ogni volta che facciamo la spesa!
Alessia7890
Moderatore
Alessia7890 06/01/2019 ore 17:56 Quota

(nessuno) Possiamo permetterci l'olio di palma?

@oDiabolik :

L'olio del frutto della palma e l'olio di semi di palma (quest'ultimo detto anche olio di palmisto) sono degli oli vegetali, prevalentemente costituiti da trigliceridi con alte concentrazioni di acidi grassi saturi, ricavati dalle palme da olio, principalmente Elaeis guineensis ma anche da Elaeis oleifera e Attalea maripa.

L'uso dell'olio di palma è cresciuto nel corso della seconda metà del XX secolo, tanto da farlo divenire un ingrediente di uso diffuso dell'industria alimentare, nella quale sono andati a sostituire, per il basso costo e per le sue caratteristiche, altri grassi di uso tradizionale nei continenti a clima temperato, quali Europa e Nord America. Costituenti spesso fondamentali di molti prodotti alimentari, gli oli di palma, insieme a farina e zuccheri semplici, possono essere uno dei tre ingredienti prevalenti in molte creme, dolci e prodotti da forno di produzione industriale nei paesi importatori del prodotto, mentre, in forma non raffinata, è un tradizionale ingrediente di uso domestico nei paesi dell'Africa occidentale subsahariana.

Sono materia prima nella formulazione di molti saponi, polveri detergenti, prodotti per la cura della persona; per questi utilizzi vengono spesso usati i saponi di sodio o potassio e gli esteri semplici dei suoi acidi grassi come il palmitato di isopropile. Hanno trovato un nuovo controverso uso come combustibile di fonte agroenergetica.

Dal frutto della palma da olio si ricavano olio di palma (ottenuto dal frutto) e olio di palmisto (estratto dai suoi semi): entrambi sono solidi o semi-solidi a temperatura ambiente, ma con un processo di frazionamento si possono separare in componente liquida (olio di palma bifrazionato, usato per la frittura) e solida.

Pur impegnando nel 2014 solo il 5,5% dei terreni coltivati per la produzione olearia mondiale, gli oli ricavati dalla palma rappresentano oltre il 32% della produzione mondiale di oli e grassi.

La fornitura e distribuzione annua su scala mondiale (secondo dati disponibili a febbraio 2016) si attesta su 66,22 milioni di tonnellate per l'olio di palma e 7,33 milioni di tonnellate per l'olio di palmisto.
Bagi2017
Partecipante
Bagi2017 07/01/2019 ore 08:02 Quota

(nessuno) Possiamo permetterci l'olio di palma?

@oDiabolik :

L'olio di palma è sempre stato molto usato nei paesi dell'Africa occidentale come olio alimentare. I mercanti europei che commerciavano in quei luoghi talvolta lo importavano in Europa, ma poiché l'olio era abbondante ed economico, l'olio di palma rimase raro fuori dall'Africa occidentale. Nella regione di Ashanti, schiavi di stato furono usati per impiantare vaste piantagioni di palme da olio, mentre nel vicino Dahomey (l'attuale Benin) re Ghezo, nel 1856, approvò una legge che vietava ai suoi sudditi di tagliare palme da olio.

La palma da olio fu introdotta nel 1848 dagli olandesi nell'isola di Giava, e nel 1910 in Malaysia dallo scozzese William Sime e dal banchiere inglese Henry Darby. Le prime piantagioni furono istituite e gestite soprattutto da britannici come Sime Darby. A partire dagli anni sessanta il governo promosse un grande piano di coltivazione della palma da olio con lo scopo di combattere la povertà. A ciascun colono venivano assegnati circa 4 ettari di terra da coltivare con palma da olio o gomma, e 20 anni per ripagare il debito. Le grandi società di coltivazione rimasero quotate nella Borsa di Londra finché il governo malese non promosse la loro nazionalizzazione negli anni '60 e '70.

L'olio di palma in seguito divenne un prodotto molto commerciato dai mercanti britannici per il suo uso come lubrificante per le macchine della rivoluzione industriale, e come materia prima per prodotti a base di sapone come il Sunlight della Lever Brothers (a partire dal 1884) e il sapone statunitense Palmolive.

In Malesia, paese dove si produce il 39% della produzione mondiale di olio di palma, ha sede uno dei più importanti centri di ricerca sugli oli e grassi di palma al mondo, il Palm Oil Research Institute of Malaysia (Porim), fondato da B. C. Shekhar.

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