Forum - Leggende, Misteri e Miti

Moderatore
SallyA 24/12/2018 ore 03:44 Quota

Sorpreso La leggenda di Colapesce: il mezzo pesce che trovò un tesoro nei fondali di Napoli



La storia di Colapesce è un’antica leggenda appartenente alla cultura dell’Italia Meridionale tanto popolare da essere conosciuta in più varianti.

Le prime attestazioni della leggenda risalirebbero al XII secolo grazie al poeta franco provenzale Raimon Jordan, che racconta di un “Nichola de Bar” che viveva come un pesce.

Tra il XII e il XIII Walter Map narra di “Nicolaus“, soprannominato “Pipe” che viveva nel mare riuscendo a sopravvivere in acqua senza respirare. Il protagonista era solito avventurarsi tra i fondali per cercare cose preziose. Quando il re Guglielmo II di Sicilia volle conoscerlo morì tra le braccia di chi lo voleva portare dal Re.

Un monaco inglese contemporaneo, Gervasio di Tilbury, scrisse di “Nicolaus“, soprannominato “Papa“, un abile marinaio pugliese, che fu obbligato dal re di Sicilia Ruggero II a scendere nel mare del Faro per esplorare gli abissi, ma dal mare non fece ritorno.

Un altro frate, Salimbene de Adam da Parma, nel XIII secolo, raccontò una leggenda nella quale il re Federico II ordinò ad un nuotatore messinese di nome Nicola di riportargli una coppa d’oro, ubicata nel punto più profondo del mare. Secondo il racconto Nicola non portò a termine la sua missione e scomparve negli abissi.

La leggenda di Colapesce è stata narrata da diversi autori italiani contemporanei come Italo Calvino nel libro “Fiabe Italiane” e dallo scrittore d’adozione napoletana Benedetto Croce in “Storie e leggende napoletane”.

Croce racconta di Niccolò Pesce un giovane ragazzo che amava il mare e lì vi trascorreva tutte le sue giornate. Tuttavia la sua passione non era ben vista dalla madre che, un giorno, presa dalla disperazione, gli mandò una maledizione “che tu possa diventare un pesce!”.

E così fu, Niccolò diventò mezzo uomo e mezzo pesce.

Il ragazzo, addirittura, si lasciava ingoiare dai pesci più grandi e poi col suo coltello ne tagliava le viscere.
La sua fama si diffuse in tutto il regno che persino il re volle incontrarlo per sapere com’era fatto il fondo del mare.
Niccolò accolse la richiesta del re e dopo un’approfondita esplorazione, gli raccontò che era formato di giardini di corallo, ricco di tesori, pietre preziose, armi, scheletri umani e navi sommerse.

La volta successiva il fanciullo andò alla scoperta delle grotte misteriose di Castel dell’Ovo e portò al re manciate di gemme.

Il re, affascinato dalla dote del ragazzo, volle sapere come l’isola di Sicilia si reggesse sul mare e Colapesce gli riferì che era posta su tre enormi colonne.

La curiosità del re era inarrestabile, così un giorno, chiese a Niccolò di giungere sino al punto più profondo del mare, per questo gli ordinò di andare a ripescar una palla di cannone che sarebbe poi stata scagliata nel faro di Messina.
Colapesce rincorse senza sosta la palla, la raggiunse e la prese ma alzando la testa al cielo scoprì che le acque era ferme e tese. Si ritrovò bloccato in uno spazio senza acqua, e non fece più ritorno.

Di questa leggenda esistono tante versioni molto simili fra loro. Alcune sono diverse per quel che riguarda le prove che il giovane doveva superare. In altre ancora si narra che il Re protagonista della leggende fosse il re Ruggero di Sicilia o l’Imperatore Federico II di Svevia.

A Napoli, la leggenda di Cola Pesce prende forma anche su di un bassorilievo di epoca classica, situato all’angolo di via Mezzocannone, emerso durante gli scavi per le fondazioni di Sedile di Porto e murato poi nel 1700. Oggi viene ricordato attraverso una lapide scritta in latino e posta sulla facciata di un’abitazione.



Il bassorilievo che rappresenta Orione oggi è conservato nel Museo di San Martino.

Raffaele Viviani, nel 1936, vi dedicò una poesia:

‘Sta scorza
cca ll’acqua nun spogna
ch’è pelle squamata?
si figlio a nu pesce?
‘Sta forza
ca’ o friddo m’arrogna
chi mago t’ha data?
‘stu sciato ‘a do t’esce?

È questa la leggenda del giovane Colapesce, uno scugnizzo, un marinaio, un abile nuotatore che si calò in mare, che sia quello del Golfo di Napoli o quello di Sicilia, e mai più riemerse.
Alessia7890
Moderatore
Alessia7890 26/12/2018 ore 17:27 Quota

(nessuno) La leggenda di Colapesce: il mezzo pesce che trovò un tesoro nei fondali di Napoli

@SallyA :

La leggenda di Colapesce è una leggenda diffusa nell'Italia meridionale, tramandata in molte varianti, le cui origini risalgono al XII secolo.
SimpatiaBruna
Partecipante
SimpatiaBruna 27/12/2018 ore 08:11 Quota

(nessuno) La leggenda di Colapesce: il mezzo pesce che trovò un tesoro nei fondali di Napoli

@SallyA :

Le prime attestazioni della leggenda sono nel XII secolo, quando il poeta franco provenzale Raimon Jordan, che canta di un "Nichola de Bar" che viveva come un pesce.

Tra il XII e il XIII secolo, il canonico inglese Walter Map riferisce di "Nicolaus", soprannominato "Pipe", che viveva nel mare riuscendo a restarci senza respirare. Andava alla ricerca di cose preziose nei fondali. Quando il re Guglielmo II di Sicilia volle conoscerlo, attirato fuori dal mare, morì tra le braccia di chi lo voleva portare dal re.

Un altro monaco inglese dell'epoca, Gervasio di Tilbury, riferisce di "Nicolaus", soprannominato "Papa", un abile marinaio, pugliese di nascita, che il re di Sicilia Ruggero II costrinse a scendere nel mare del Faro per esplorare gli abissi. Sotto le acque il nuotatore scoprì monti, valli, boschi, campi ed alberi ghiandiferi. Ai naviganti di passaggio, "Nicolaus" chiese dell'olio per poter osservare meglio il fondo marino.

Un altro frate, Salimbene de Adam da Parma, nel XIII secolo narrava la leggenda del re di Sicilia Federico II di Svevia che ordinava a Nicola, nuotatore messinese, di riportargli una coppa d'oro che scagliava sempre più in profondità finché Nicola scomparve negli abissi. In questa versione compare per la prima volta il personaggio della madre di Nicola che maledice il figlio.
Bagi2017
Partecipante
Bagi2017 27/12/2018 ore 11:30 Quota

(nessuno) La leggenda di Colapesce: il mezzo pesce che trovò un tesoro nei fondali di Napoli

@SallyA :

La leggenda siciliana

Nella sua versione più conosciuta, quella palermitana, si narra di un certo Nicola (Cola di Messina), figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità nel muoversi in acqua; di ritorno dalle sue numerose immersioni in mare si soffermava a raccontare le meraviglie viste e, talvolta, a riportare tesori. La sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II di Svevia che decise di metterlo alla prova: il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un'imbarcazione e buttarono in acqua una coppa che venne subito recuperata da Colapesce. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo e Colapesce riuscì nuovamente nell'impresa. La terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo ed in quell'occasione Colapesce non riemerse più. La leggenda è stata trascritta e rielaborata da Italo Calvino. Secondo la leggenda più diffusa, scendendo ancora più in profondità Colapesce vide che la Sicilia posava su 3 colonne delle quali una piena di vistose crepe e segnata dal tempo, secondo un'altra versione essa era consumata dal fuoco dell'Etna, ma in entrambe le storie decise di restare sott'acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l'isola sprofondasse. Ancora oggi si troverebbe quindi a reggere l'isola e ogni 100 anni riemerge per rivedere la sua amata Sicilia. Una versione catanese della leggenda vuole che il sovrano, interessato alla conoscenza del mondo e delle curiosità fenomeniche, chiedesse a Colapesce di andare a vedere cosa vi fosse al di sotto dell'Etna e farne testimonianza. Colapesce scese e raccontò di aver visto che sotto l'Isola vi fosse il fuoco e che esso alimentava il gigantesco vulcano. Federico ne chiese una prova tangibile, così il giovane disse che avrebbe fatto giungere al suo re la prova che desiderava, ma che sarebbe morto nel fargliela pervenire. Colapesce si tuffò con un pezzo di legno per non fare più ritorno, mentre il legno - che notoriamente galleggia - tornò in superficie bruciato.

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