Forum - Amici della Natura

Proprietario
serena1O 15/05/2018 ore 17:56 Quota

(nessuno) Storie vere e scioccanti

Storie vere e scioccanti di bambini selvaggi raccontate con realistiche foto



I bambini ferini, o “bambini selvaggi“, sono quelli cresciuti sin da piccoli in un ambiente privo della presenza di altri esseri umani, spesso in compagnia di animali selvatici. “Feral Children” è l’ultimo progetto della fotografa londinese di origine tedesca Julia Fullerton-Batten. Questa nuova serie di foto di scene ricostruite offrono uno sguardo oscuro al fenomeno della crescita di un essere umano in circostanze insolite. Fullerton-Batten si è guadagnata una certa fama dopo la sua serie “Teenage Stories” nel 2005, che ha esplorato la transizione da adolescente a donna.

“Il libro La Bambina Senza Nome mi ha ispirato a cercare altri casi di bambini selvaggi”, ha detto Fullerton-Batten. “Ho scoperto così che c’è stato un certo numero di queste storie incredibili. In alcuni casi si è trattato di bambini smarriti e adottati da animali selvatici, molti sono stati trascurati dai loro genitori. Esistono casi documentati su quattro dei cinque continenti”


Lobo, la bambina lupo, Messico, 1845-1852





Nel 1845 una bambina fu vista correre a quattro zampe con un branco di lupi che attaccavano un gregge di capre. Un anno dopo è stata vista con dei lupi mentre mangiava insieme a loro una capra. Fu catturata, ma riuscì a fuggire. Nel 1852, fu avvistata ancora una volta mentre accudiva due cuccioli di lupo, ma fuggì nel bosco. Non fu più vista.

Oxana Malaya, bambina selvaggia in Ucraina, 1991





Oxana è stata trovata viva insieme a dei cani in un recinto nel 1991. Aveva otto anni e aveva vissuto con i cani per sei anni. I suoi genitori erano alcolizzati e una notte l’avevano lasciata fuori. In cerca di calore, la bambina di tre anni raggiunse il canile della fattoria e si rannicchiò con i cani meticci, un atto che probabilmente le salvò la vita. Quando fu trovata, si comportava più come un cane che come una bambina. Correva a quattro zampe, ansimava con la lingua di fuori, mostrava i denti e abbaiava. A causa della mancanza di interazione umana, conosceva solo le parole “sì” e “no”.
La terapia intensiva ha aiutato Oxana ad imparare le nozioni sociali e verbali di base, ma solo con la capacità di una bambina di cinque anni. Ora ha 30 anni, vive in una clinica a Odessa e lavora con gli animali della fattoria dell’ospedale sotto la supervisione dei suoi assistenti.

Shamdeo, un bambino selvaggio in India, 1972








Shamdeo, un bambino di circa quattro anni, fu trovato in una foresta dell’India nel 1972. Stava giocando con dei cuccioli di lupo. Aveva la pelle molto scura, i denti acuiti, lunghe unghie uncinate, capelli arruffati e calli su mani, gomiti e ginocchia. Era bravo alla caccia al pollo, mangiava la terra e aveva voglia di sangue. Fece subito amicizia con i cani.
Alla fine si riuscì a svezzarlo facendogli mangiare carne cruda, non ha mai parlato, ma imparò un po’ la lingua dei segni. Nel 1978 fu ammesso alla casa di Madre Teresa per gli indigenti e i malati terminali a Lucknow, dove gli fu dato il nome Pascal. Morì nel febbraio 1985.

Prava, il bambino uccello, Russia, 2008






Prava, un bambino di sette anni, è stato trovato in un piccolo appartamento con due camere da letto, viveva con la madre di 31 anni che lo teneva confinato in una stanza piena di gabbie con decine di uccelli da compagnia di sua proprietà, insieme a del mangime per uccelli e agli escrementi degli uccelli. Trattava il figlio come un altro animale. Non gli è mai stato fatto del male fisicamente, la madre non lo picchiava e non lo lasciava senza cibo, ma non gli ha mai parlato. Gli unici esseri con i quali comunicava erano gli uccelli. Non riusciva a parlare, ma cinguettava. Quando non veniva capito agitava le braccia e le mani come un uccello.
Affidato ai servizi sociali, Prava è stato spostato in un centro di assistenza psicologica dove i medici stanno cercando di riabilitarlo.




Marina Chapman, bambina selvaggia nelle foresta della Colombia, 1959







Marina fu rapita nel 1954 a 5 anni in un remoto villaggio sudamericano e venne abbandonata dai suoi rapitori nella giungla. Visse con una famiglia di piccole scimmie cappuccino per cinque anni, prima di essere stata scoperta dai cacciatori. Mangiava bacche, radici e banane raccolte dalle scimmie; dormiva nelle cavità degli alberi e camminava a quattro zampe. Una volta, ebbe una brutta intossicazione alimentare. Una scimmia anziana la portò ad una pozza d’acqua e la costrinse a bere, vomitò e si riprese. Fece amicizia con le giovani scimmie e imparò da loro ad arrampicarsi sugli alberi e i cibi sicuri da mangiare.
Marina aveva perso il suo linguaggio completamente. Fu venduta dai cacciatori ad un bordello, fuggì e visse per le strade. Successivamente fu schiavizzata da una famiglia mafiosa, prima di essere salvata da un vicino di casa, che la mandò a Bogotà per vivere con la figlia e il genero, che adottarono Marina crescendola insieme ai loro cinque figli naturali. In seguito le fu offerto un lavoro come governante e bambinaia da un parente. La famiglia di Marina si trasferì a Bradford, nello Yorksire del Regno Unito nel 1977, dove vive ancora oggi. Si sposò ed ebbe dei figli. Marina ha scritto con la sua figlia più giovane, Vanessa James, un libro sulle sue esperienze selvatiche, e quelle successive: The Girl With No Name.

Madina, Russia, 2013








Madina ha vissuto con i cani dalla nascita fino all’età di 3 anni, condividendo con loro il cibo, giocando con loro, e dormendo con loro durante il freddo inverno. Quando gli assistenti sociali la trovarono nel 2013, era nuda, camminava a quattro zampe e ringhiava come un cane.
Il padre di Madina se ne era andato poco dopo la sua nascita. Sua madre, di 23 anni, si era data all’alcol. Era spesso troppo ubriaca per prendersi cura di sua figlia e spesso spariva. Invitava spesso a casa alcolisti locali. Sua madre alcolizzata si sedeva a tavola per mangiare mentre la figlia rosicchiava le ossa sul pavimento con i cani. Quando sua madre si arrabbiava, Madina scappava in un parco giochi vicino, ma gli altri bambini non giocavano con lei perché poteva a malapena a parlare e litigava con tutti. Così i cani sono diventati suoi unici e migliori amici.
I medici hanno riferito che Madina è mentalmente e fisicamente sana nonostante il suo calvario. C’è una buona probabilità che avrà una vita normale, dopo che avrà imparato a parlare in maniera simile ad un bambino della sua età.




Genie, USA, 1970








Quando era piccola, il padre di Genie decise che era “ritardata” e la tenne legata su una sedia di toletta per bambini in una piccola stanza della casa. Visse in isolamento per più di 10 anni. Dormiva anche sulla sedia. Aveva 13 anni nel 1970, quando lei e sua madre si presentarono ai servizi per l’infanzia e un assistente sociale notò la sua condizione. Non sapeva ancora come andare alla toilette e si muoveva con una strana camminata traversale. Non riusciva a parlare o ad emettere qualsiasi suono, sputava e si faceva continuamente male con le unghie. Per anni fu un oggetto di ricerca. Poco a poco iniziò a parlare, ma non riusciva ad usare grammaticalmente le poche parole che aveva imparato. Iniziò anche a leggere testi semplici, e sviluppò una forma limitata di comportamento sociale. Ad un certo punto, tornò di nuovo con la madre per un breve periodo, ma poi trascorse molti anni passando in varie case-famiglia subendo abusi e molestie. Tornò in un ospedale pediatrico, dove fu constatato che era regredita al silenzio. I finanziamenti per la ricerca e le cure per Genie furono interrotti nel 1974 e non si seppe più nulla di lei, fino a quando un investigatore privato la trovò in una struttura privata per adulti con problemi mentali.

Il bambino leopardo, India, 1912







Il bambino aveva due anni quando fu adottato da una leopardessa nel 1912. Tre anni più tardi, un cacciatore uccise la leopardessa e trovò tre cuccioli, uno dei quali era il bambino, che ormai aveva 5 anni. Fu restituito alla sua famiglia in un piccolo villaggio in India. La prima volta che fu catturato riusciva a correre a quattro zampe veloce come un uomo adulto in posizione eretta. Le sue ginocchia erano coperte da duri calli, le dita dei piedi erano piegate quasi ad angolo retto, e le mani, unghie e polpastrelli erano coperti da una pelle molto dura. Mordeva e aggrediva tutti quelli che gli si avvicinavano, e catturava e mangiava gli uccelli del villaggio, crudi. Non riusciva a parlare, pronunciava solo grugniti e ringhi.
Più tardi imparò a parlare e a camminare in posizione più eretta. Purtroppo divenne gradualmente cieco a causa della cataratta. Tuttavia, questo non fu causato dalle sue esperienze nella giungla, ma era una malattia comune nella sua famiglia.

Sujit Kumar, il bambino gallina, Fiji, 1978







Sujit esibiva comportamenti anomali da bambino. I suoi genitori lo rinchiusero così in un pollaio. Sua madre si suicidò e suo padre fu assassinato. Il nonno lo prese in carico, ma lo continuò a tenere confinato nel pollaio. Aveva otto anni quando fu trovato in mezzo a una strada, chiocciando e sbattendo le braccia. Beccava il cibo, appollaiato su una sedia, ed emetteva rapidi schiocchi con la lingua. Le sue dita erano rivolte verso l’interno. Fu portato dagli operatori sociali in una casa di riposo per anziani, ma lì, poiché era così aggressivo, fu tenuto legato ad un letto con delle lenzuola per oltre 20 anni. Ora ha più di 30 anni ed è curato da Elizabeth Clayton, che lo ha salvato.

Kamala e Amala, India, 1920








Kamala, 8 anni, e Amala, 12, sono state trovate nel 1920 in un covo di lupi. Si tratta di uno dei più famosi casi di bambini selvaggi. Furono trovate da un reverendo, Joseph Singh, che fu informato della loro esistenza e si nascose in un albero sopra la grotta dove erano state viste. Quando i lupi lasciarono la grotta vide due figure spuntare fuori dalla caverna. Le bambine avevano un comportamento diffidente, correvano a quattro zampe e non sembravano umane. Il reverendo catturò presto le bambine. Appena prese, dormivano rannicchiate insieme, ringhiavano, si strappavano i vestiti, mangiavano solo carne cruda, e ululavano. Fisicamente deformi, i loro tendini e delle articolazioni nelle loro braccia e nelle gambe erano più corte. Non avevano alcun interesse a interagire con gli esseri umani. Ma, il loro udito, vista e olfatto erano eccezionali. Amala morì l’anno seguente. Kamala imparò alla fine a camminare in posizione eretta e a dire qualche parola, ma morì nel 1929 di insufficienza renale, a 17 anni.



Ivan Mishukov, Russia, 1998







Ivan subì abusi dalla sua famiglia e scappò via quando aveva solo 4 anni. Visse di accattonaggio per le strade. Sviluppò un rapporto di amicizia con un branco di cani randagi, e divideva con loro il cibo che mendicava. I cani finirono per fidarsi di lui e alla fine diventò una specie di capobranco. Visse per due anni in questo modo, ma alla fine venne preso e messo in una casa per bambini. Ivan ha beneficiato dalle sue conoscenze linguistiche che poté mantenere grazie all’ accattonaggio. Questo e il fatto che restò ferino solo per un breve periodo di tempo contribuirono al suo recupero. Ora vive una vita normale.

Marie Angelique Memmie Le Blanc (la ragazza selvaggia di Champagne), Francia, 1731






A parte la sua infanzia, la storia di Memmie è sorprendentemente ben documentata, nonostante appartenga al 18° secolo. Per dieci anni, visse sola nelle foreste della Francia. Mangiava uccelli, rane, pesci, foglie, rami e radici. Armata di un bastone, combatteva gli animali selvatici, soprattutto i lupi. Quando fu catturata, a 19 anni, aveva gli artigli, la pelle nera e pelose. Quando Memmie si inginocchiava per bere l’acqua volgeva ripetuti sguardi di traverso, il risultato in un costante stato di vigilanza. Non riusciva a parlare e comunicava solo con grida e suoni. Uccideva conigli e uccelli e li mangiava crudi. Per anni, non mangiò cibo cucinato. I suoi pollici erano malformati perché li usava per scavare radici. Nel 1737, la Regina della Polonia, durante un viaggio in Francia, portò Memmie a caccia con lei, dove la ragazza correva ancora abbastanza velocemente da catturare e uccidere i conigli. Il recupero di Memmie dalle sue decennale esperienza nella natura selvatica fu notevole. Venne aiutata da una serie di ricchi mecenati, imparò a leggere, scrivere e a parlare bene il francese. Nel 1747 diventò una suora per un breve periodo ma fu colpita da una finestra che cadde e il suo patrono morì poco dopo. Si ammalò e divenne povera, ma trovò un altro ricco mecenate. Nel 1755, Madam Hecquet pubblicò la sua biografia. Memmie morì ricca a Parigi nel 1775, all’età di 63 anni.





John Ssebunya (il bambino scimmia), Uganda, 1991











John scappò di casa nel 1988, quando aveva tre anni, dopo aver visto il padre uccidere la madre. Fuggì nella giungla dove visse con le scimmie. Fu catturato nel 1991, quando aveva circa sei anni, e venne messo in un orfanotrofio. Quando fu ripulito, videro che tutto il suo corpo era coperto di peli. La sua dieta consisteva principalmente in radici, noci, patate dolci e manioca, e aveva un brutto caso di vermi intestinali, risultati essere più di mezzo metro di lunghezza. Aveva calli sulle ginocchia causati dal camminare come una scimmia. John ha imparato a parlare ed a comportarsi da umano. Canta bene ed è conosciuto per le sue esibizioni nel Regno Unito con il coro di ragazzi Pearl of Africa.

Victor (il bambino selvaggio di Aveyron), Francia, 1797








Si tratta di un caso storico ma sorprendentemente ben documentato di un bambino selvaggio, perché fu studiato molto. Victor fu trovato alla fine del 18° secolo nei boschi di Saint Sernin sur Rance, nel sud della Francia, e venne catturato ma in qualche modo riuscì a fuggire. L’8 gennaio 1800 fu catturato di nuovo. Aveva circa 12 anni, il suo corpo era coperto di cicatrici ed era incapace di dire una parola. Una volta diffusa la notizia della sua cattura, molti si fecero avanti per esaminarlo. Poco si sa circa la sua vita di bambino selvaggio, ma si crede abbia trascorso 7 anni nella natura. Un professore di biologia esaminò la resistenza di Victor al freddo mandandolo fuori nudo nella neve. Victor non mostrò alcun effetto causato dal freddo. Altri cercarono di insegnargli a parlare e a comportarsi “normalmente”, ma non faceva progressi. Probabilmente era stato in grado di parlare nella sua vita, ma non ci riuscì dopo il ritorno dalla vita selvaggia. Alla fine venne portato in un istituto a Parigi e morì all’età di 40 anni.





2498656
Storie vere e scioccanti di bambini selvaggi raccontate con realistiche foto I bambini ferini, o “bambini selvaggi“, sono quelli...
Discussione
15/05/2018 17:56:56
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
serena1O
Proprietario
serena1O 15/05/2018 ore 18:13 Quota

(nessuno) Storie vere e scioccanti

Le vere storie dei ragazzi selvaggi
Smarriti nelle foreste o nella giungla (a volte urbana) a pochi anni di età, e poi ritrovati. Come hanno fatto a sopravvivere? Lo studio dei bambini cresciuti senza avere contatto con i propri simili ha portato gli scienziati a una scoperta sorprendente: “umani” si diventa, non si nasce.





Abbandonati o persi nella giungla, destinati a una fine di stenti per fame, freddo o a diventare vittime di predatori. Eppure scampati alla morte e ritrovati dopo anni, nudi, con gli occhi assenti, incapaci di camminare eretti e di parlare, adattati a muoversi velocemente a quattro zampe o ad arrampicarsi sugli alberi. Sono i ragazzi selvaggi, poco meno di 100 casi registrati nella letteratura e nelle cronache degli ultimi secoli. Ma come hanno potuto farcela a copravvivere in condizioni così dure?



Riconoscere l’esistenza di ragazzi (o bambini) selvaggi significa ammettere la possibilità che esseri umani a partire da circa 2 anni di età possano resistere in un ambiente selvatico nutrendosi di foglie, erba, bacche, radici, uova di uccelli e piccoli animali, come insetti, rane e pesci. O che possano farlo aiutati da altri mammiferi.



OSPITI DEGLI ANIMALI. «È pensabile che alcuni animali tollerino la presenza di un piccolo della specie umana. Stando in contatto anche solo visivo con loro, un bambino può così individuare fonti d’acqua e di cibo, ripararsi la notte in luoghi caldi e sicuri» dice Angelo Tartabini, docente di Psicologia evoluzionistica all’Università di Parma.


Gli studi di Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, sulle caratteristiche infantili nelle specie di mammiferi, indicano che essere paffutelli, con testa grande e rotonda, muoversi in modo goffo, sono caratteri che inibiscono l’aggressività e innescano istinti protettivi anche nei confronti di cuccioli di altri. Dopotutto i bambini, cioè i cuccioli di uomo, non sono troppo diversi da quelli delle scimmie e come gli altri animali possono anche subire un imprinting da parte della specie che li ha adottati, finendo per assomigliare ai nuovi “genitori”. Per questo nella letteratura si parla di bambini lupo, bambini orso, bambini gazzella o bambini scimmia.



La teoria dell’imprinting, che procurò il premio Nobel a Konrad Lorenz, sostiene infatti che un giovane essere vivente impara a riconoscersi in una specie piuttosto che in un’altra a partire dal legame con una figura di riferimento (la chioccia per i pulcini, la lupa per il lupacchiotti, eccetera).
In effetti, questi ragazzi selvaggi ai loro salvatori sono sempre apparsi del tutto “animaleschi”. «I loro problemi, però, dipendono dal fatto che non sono stati esposti a sufficienza all’ambiente umano durante fasi importanti dello sviluppo cognitivo, e non sono dovuti a “tare” presenti già alla nascita» aggiunge Tartabini.






I caratteri neotenici, come la testa tonda e gli occhi grandi, sono comuni a vari mammiferi, come un cucciolo d’uomo e di gorilla (anche la reazione al freddo dello stetoscopio è la stessa).



NUDO NELLA FORESTA.



Il primo caso registrato di ragazzo selvaggio risale al 1344, un episodio divulgato dal grande naturalista Carlo Linneo e poi ripreso dal filosofo francese Jean Jaques Rousseau: alcuni cacciatori ritrovarono fra i lupi un bambino selvaggio di circa 10 anni e lo portarono al principe d’Assia. Ma il caso che fece più clamore risale al 1798, quando fu catturato nei boschi francesi dell’Aveyron un ragazzino selvaggio di 12 anni: completamente nudo, mordeva e graffiava e, chiuso in una stanza, andava avanti e indietro come un animale in gabbia. Affidato a una vedova e poi a un naturalista, per ordine del ministero dell’Interno fu portato a Parigi e rinchiuso nell’Istituto per sordomuti, dove venne prelevato dal medico Jean Itard che ne tentò il recupero comportamentale e linguistico. Egli segnò su un diario tutti i progressi fatti dal ragazzo nel corso di 5 anni.


Progressi limitati, però: Victor imparò abbastanza presto a comunicare con una sorta di pantomime (per esempio, se voleva uscire portava il cappotto e il cappello al suo tutore), ma non riuscì mai a parlare. Cominciò a scrivere diverse parole, verbi e aggettivi (gli fu insegnato prima ad accoppiare oggetti ai disegni che li mostravano, poi parole scritte ai disegni), ma mai imparò a usare i termini in modo astratto, cioè applicando le parole in un discorso in assenza degli oggetti o delle emozioni a cui si riferirivano.


MAMMA LUPO.

Un altro caso fu documentato dal reverendo Joseph Singh, missionario di un orfanotrofio di Midnapore, in India. Nel 1920 il reverendo volle verificare alcune segnalazioni di contadini che riferivano di aver visto due bimbe fra i lupi. Si appostò su un albero fuori da una piccola grotta, dove si sospettava si rifugiassero questi animali. Vide uscire i lupi e subito dopo entrò nella tana, dove trovò due bambine che camminavano a quattro zampe. Una aveva circa 8 anni, l’altra solo un anno e mezzo.









SELVAGGIO QUINDI MAGICO.




Nel 1992, un altro caso: un ragazzino di circa 15 anni, avvistato nei pressi di una mandria di bufali nel Parco nazionale Marahouè, in Costa d’Avorio. Non parlava e aveva ginocchia callose, segno di andatura a carponi. «Faceva alcuni versi, emettendo i vocalizzi degli scimpanzé» raccontò il capo dei ranger del Parco. «Non è un demente» assicurò l’assistente sociale dell’ospedale di Boufalé, dove fu ricoverato. Di lui però si persero presto le tracce: secondo un giornalista della televisione nazionale ivoriana, che seguì il caso, fu nascosto da presunti parenti al preciso scopo di preservare i suoi poteri magici, che gli derivavano dalla vicinanza alla natura selvaggia e agli spiriti.


Tra gli ultimi casi segnalati (di attendibilità non chiara) ci sono quelli di John Sebunya in Uganda e di Bello in Nigeria. Scappato di casa quando vide il padre uccidere sua madre a circa 4 anni di età, Sebunya sopravvisse nella foresta e fu catturato nel 1991 mentre era con un gruppo di cercopitechi verdi che tentarono di difenderlo. Bello fu invece trovato piccolissimo (circa 3 anni) nella foresta di Alore, in Nigeria, nel 1996. Mostrava i comportamenti degli scimpanzé della zona, facendo pensare di essere stato adottato da loro. Nonostante gli sforzi degli educatori, non ha mai imparato a parlare ed è morto nel 2005.






Per tre volte la polizia, venuta a conoscenza del caso, tentò di prendere il ragazzo, che riuscì a scappare protetto dai cani. Le forze dell’ordine, poi, riuscirono a catturarlo in un momento che era lontano dal branco. Indirizzato al recupero, Ivan dimostrò che non aveva perso la capacità di parlare, crescendo arricchì il suo linguaggio come un ragazzo normale ed ebbe anche buoni risultati scolastici.



A questi casi si sono poi aggiunti anche quelli di Rochom P’ngieng, una ragazza cambogiana ritrovata nel 2007 dopo aver vissuto alcuni anni nella giungla (si era persa all’età di 8 anni) e il cosiddetto bird-boy, un bambino di sette anni scoperto nel 2008 nella campagna russa e cresciuto un una casa di due stanze in cui viveva insieme a decine di uccellini in gabbia. Era incapace di parlare: emetteva solo cinguettii.




Amministratore
IOXSONGXLEGGEND 15/05/2018 ore 20:06 Quota

(nessuno) Storie vere e scioccanti

da un certo punto di vista ,sicuramente era meglio del mondo tecnologico ,queste sn vere prove di sopravvivenza
serena1O
Proprietario
serena1O 15/05/2018 ore 20:07 Quota
serena1O
Proprietario
serena1O 15/05/2018 ore 20:09 Quota

(nessuno) Storie vere e scioccanti

@IOXSONGXLEGGEND scrive:
Storie vere e scioccanti
da un certo punto di vista ,sicuramente era meglio del mondo tecnologico ,queste sn vere prove di sopravvivenza

Amministratore
IOXSONGXLEGGEND 15/05/2018 ore 20:20 Quota

(nessuno) Storie vere e scioccanti

Sono circa 55 i casi registrati nella letteratura e nelle cronache degli ultimi secoli di bambini lupo, bambini orso o bambini scimmia. Bambini che si sono persi o che sono stati abbandonati , e che sono sopravvissuti grazie all’istinto genitoriale di alcuni animali che li hanno sfamati, protetti dal freddo e dai predatori.

Il fatto di averli ritrovati vivi dopo anni, incapaci di parlare e adattati a muoversi velocemente a quattro zampe o ad arrampicarsi sugli alberi, significa riconoscere la possibilità che gli esseri umani, a partire da circa 2 anni di età, possono resistere in un ambiente selvatico nutrendosi di foglie, erba, bacche, radici e piccoli animali. Il problema dei ragazzi selvaggi riportati a una vita normale è che non essendo stati a contatto a sufficienza con l’ambiente umano durante le fasi importanti dello sviluppo cognitivo, e soprattutto non avendo sviluppato un linguaggio verbale, perdono il modo di pensare astratto che è una caratteristica umana che ci viene data dall’ambiente sociale in cui viviamo. In altre parole, i bambini selvaggi ritrovati (soprattutto quelli che hanno vissuto come animali da molto piccoli) non sono mai riusciti, durante gli anni di recupero, a usare le parole se non associate a oggetti reali o ai loro bisogno immediati.

Vuoi partecipare anche tu a questa discussione?

Rispondi per lasciare il tuo messaggio in questa discussione